Argentina: torturatori e stupratori di Stato ma…

… ci sono voluti oltre 40 anni perchè fosse fatta giustizia

Inflitti 24 e 20 anni di carcere a Jorge “Tigre” Acosta e Alberto “Gato” González per le violenze commesse sulle detenute all’interno dell’Esma (Escuela de Mecánica de la Armada) tra il 1977 e il 1978.

di David Lifodi

                                Foto: https://www.pagina12.com.ar/

Poco più di un mese fa, in Argentina, i torturatori dell’Esma (Escuela de Mecánica de la Armada) Jorge “Tigre” Acosta e Alberto “Gato” González sono stati condannati rispettivamente a 24 e 20 anni di prigione per aver commesso abusi e violenze sessuali su tre donne arrestate dalla dittatura militare tra il 1977 e il 1978.

Quella emessa dal Tribunal Oral Federal número 5 di Buenos Aires è una sentenza storica. Mabel Zanta e Silvia Labayrú, due delle donne su cui erano stati commessi gli abusi, hanno espresso la loro soddisfazione, ma non hanno mancato di ricordare la fatica, soprattutto psicologica, di dover ripercorrere le loro storie al momento di raccogliere le prove che hanno portato alla condanna di González e Acosta.

La Procuraduría especializada en crímenes contra la humanidad del Ministerio Público Fiscal ha sottolineato che la sentenza rappresenta un concreto passo in avanti nella prospettiva di genere per quanto riguarda i crimini di lesa umanità.

El Tigre” Acosta, all’epoca della dittatura militare, era alla guida del grupo de tareas 3.3.2 che, all’interno dell’Esma, si rese protagonista di torture, violenze di ogni tipo ai danni delle detenute e dei detenuti, oltre che dei rapimenti degli oppositori al regime. Per lui, come per “Gato” González, queste condanne vanno a sommarsi con le altre che erano già state inflitte loro in precedenti processi sempre per quanto accaduto all’interno dell’Esma.

Il quotidiano argentino Página/12 ricorda come la prima sentenza che riconobbe la violenza sessuale sulle vittime del terrorismo di stato come un crimine di lesa umanità risalga al 2010 e fu emesso dal Tribunal Oral Federal de Mar del Plata nei confronti del sottufficiale Gregorio Molina.

Silvia Labayrú fu rapita e condotta all’Esma poco più che ventenne e incinta di 6 mesi. Quel 29 dicembre 1976 capì subito che era divenuta un bottino di guerra. Fu liberata dopo un anno e mezzo di prigionia e riuscì a raggiungere Madrid, in esilio, dove già l’aspettava suo marito, ma non ha mai dimenticato le violenze a cui è stata sottoposta da parte degli ufficiali dell’Esma, ai quali non poteva sottrarsi se voleva sperare di aver salva la vita.

Come si può facilmente immaginare, non furono solo tre le donne violentate da Acosta e González all’epoca della dittatura militare. I due si occupavano anche di condurre le prigioniere nei cosiddetti hoteles de alojamiento dove si trovavano militari in attesa di quelle che erano divenute, a tutti gli effetti, delle schiave sessuali.

Inizialmente, ha spiegato Silvia Labayrú a Página/12, nelle aule di tribunale le violenze sessuali erano accomunate alle torture nei confronti dei prigionieri politici e, solo nel corso degli anni, furono considerate come processi a parte, ma l’umiliazione peggiore avvenne quando la donna fu costretta, ad oltre quaranta anni dai fatti, a sottoporsi ad una perizia medica per dimostrare la veridicità della sua denuncia.

Inoltre, anche l’esilio in Spagna per Silvia fu molto difficile dal punto di vista psicologico. Sotto certi aspetti gli altri esiliati la consideravano una traditrice, non le perdonavano la sua sottomissione ai militari (come se ci fossero altre vie d’uscita) e si chiedevano come fosse riuscita a sopravvivere. Una volta laureatasi, non le fu possibile nemmeno esercitare la professione di psicologa perché gli psicoanalisti argentini la ritenevano inadatta e temevano che fosse diventata pazza a seguito della prigionia all’interno dell’Esma.

La permanenza all’interno di “Capucha City”, il luogo dell’Esma dove erano tenute le prigioniere poco dopo il loro arresto, era l’inizio di un percorso di sofferenze e umiliazioni per il quale Mabel Zanta e Silvia Labayrú alla fine hanno ottenuto giustizia, ma restano molte le donne abusate dai militari di allora che, in gran parte, continuano a farla franca.

 

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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