Assalto all’infanzia palestinese: pedomachia
IL GENOCIDIO PRIMA E DOPO LA NASCITA
di Lavinia Marchetti. Con un link al video Getty. A seguire riproponiamo l’appello di Gilberto Scarpa al comitato norvegese che analizza le candidature per il Nobel per la Pace.
Al Patient’s Friends Hospital di Gaza City manca il carburante per tenere accese le incubatrici. Il nuovo rapporto ONU sui bambini palestinesi mostra che quel buio è parte integrante di un’ideologia votata alla distruzione della vita.
Avevo scritto un articolo e l’avevo lasciato in una cartella. Si intitolava Il genocidio prima della nascita. Parlava delle oltre 3.950 perdite di gravidanza registrate a Gaza fra gennaio e giugno del 2026, più del triplo rispetto al semestre precedente. Parlava anche di donne incinte, il 57,1 per cento, affette da anemia e di parti cesarei arrivati al 49,2 per cento, spesso eseguiti in emergenza su pazienti giunte in ospedale già in condizioni critiche. Poi ho visto il video girato il 3 agosto da Hamza Z. H. Qraiqea per Anadolu e distribuito da Getty Images e ho messo insieme le due cose, perché fanno parte del medesimo progetto genocidario di distruzione della vita.
Nel video vediamo il dottor Samer Lubbad che controlla un neonato dentro un’incubatrice. Dietro di lui ci sono accesi monitor, tubi, che servono a controllare le funzioni vitali, quindi apparecchi che richiedono elettricità continua. Parla a lungo il dottore, si vede deve aver già ripetuto quelle parole moltissime volte. Il Patient’s Friends Benevolent Society Hospital di Gaza City è costretto a spegnere i generatori per diverse ore al giorno. Durante le interruzioni si ferma l’ossigeno destinato ai piccoli ricoverati. E così il caldo estivo entra nei reparti mentre medici e infermieri lavorano al buio.
Un servizio pubblicato da EFE il giorno seguente aggiunge ulteriori dettagli. Uno dei generatori è già fuori uso per mancanza di lubrificante. L’ospedale spegne gli altri per circa dieci ore al giorno. L’ultima consegna di carburante ricevuta attraverso l’Organizzazione mondiale della sanità risale a due mesi fa. Dobbiamo anche considerare che un fusto di olio per motori, quando reperibile sul mercato locale, può costare più di mille dollari. Per risparmiare corrente, alcuni neonati vengono dimessi prima del tempo clinicamente consigliabile. La struttura è l’ultimo ospedale pediatrico ancora operativo nel nord della Striscia.
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UNICEF ha scritto il 17 luglio che le severe restrizioni all’ingresso di carburante, ricambi e perfino olio per i generatori stavano provocando guasti nei servizi sanitari e idrici. Soltanto il 44 per cento dei camion UNICEF provenienti dall’Egitto era riuscito a scaricare le merci nei mesi di maggio e giugno. Il settore sanitario presentava un deficit di finanziamento del 63 per cento; fra i beni mancanti figuravano medicinali essenziali, incubatrici e ogni tipo di risorsa necessaria al funzionamento degli ospedali.
Il buio del Patient’s Friends Hospital nasce da decisioni politiche su valichi e sulle merci autorizzate a passare, scriviamo, ormai da anni, che si vieta l’ingresso praticamente a tutto usando la scusa del “doppio uso”. Qualcuno, da un ufficio di Tel Aviv, stabilisce se e quando un lubrificante può entrare a Gaza. Dentro il reparto, quella decisione mette a rischio di vita un bambino prematuro che dipende da una macchina per respirare.
La terapia intensiva neonatale, di fatto, deve ricostruire artificialmente una parte dell’ambiente uterino per un essere umano arrivato al mondo troppo presto e a Gaza, se una donna riesce ad arrivare al sesto o settimo mese, viste le carenze nutritive e lo stess, è probabile che partorisca molto prematuramente. L’incubatrice mantiene il calore e permette l’assistenza respiratoria, concedendo al neonato il tempo che la gravidanza, interrotta anzitempo, avrebbe dovuto offrirgli. Spegnere quell’apparecchio vuol dire mettere a rischio quella vita che con ostinazione si aggrappa al mondo.
Il rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, pubblicato il 18 giugno 2026, si intitola The essence of childhood has been destroyed. Le prime pagine contano almeno 20.179 bambini palestinesi uccisi e 44.143 feriti nei primi due anni. Poi il documento entra negli ospedali, nelle sale parto, accanto alle incubatrici.
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Prima del 7 ottobre 2023, Gaza disponeva di otto terapie intensive neonatali e 178 incubatrici. Nel novembre 2024 ne restavano 54. Nell’agosto 2025 la capacità dei posti per neonati risultava dimezzata, con circa 2.500 bambini esclusi dall’assistenza specialistica necessaria. Nel nord, a settembre, erano disponibili 36 incubatrici rispetto alle 126 precedenti.
Medici inviati nella Striscia hanno raccontato di aver visto tre o quattro neonati collocati nella stessa incubatrice. Un apparecchio costruito per proteggere un solo bambino veniva condiviso per necessità, con il conseguente aumento del rischio di infezioni e la difficoltà di regolare temperatura e ossigeno secondo i bisogni individuali.
Il Patient’s Friends Hospital compariva già in quelle segnalazioni. Alla fine del 2024 disponeva di cinque posti neonatali ed era uno dei pochissimi presìdi rimasti nel nord. Aveva subito due attacchi e ricevuto un ordine di evacuazione. Fra ottobre e dicembre accolse 68 neonati; nove morirono. Nel vicino Al Sahaba Hospital i ricoverati furono 59, con tredici decessi. Gli ospedali del Ministero della Salute avevano perduto l’intera capacità di assistenza neonatale nella parte settentrionale di Gaza.
Il video che vediamo qui sopra ci fa vedere la situazione dell’agosto 2026 e arriva alla fine di queste scelte politiche genocidarie israeliane. Quindi l’ospedale rimasto aperto, l’unico, raccoglie apparecchi trasferiti dalle strutture distrutte o chiuse e accoglie i bambini che riescono ancora a raggiungerlo. Adesso rischia di fermarsi per una sostanza banalissima che non viene fatta passare: l’olio necessario al motore di un generatore.
Il nuovo rapporto ONU permette di seguire la violenza oltre il parto.
Nel primo semestre del 2025 le nascite erano diminuite del 41 per cento rispetto allo stesso periodo del 2022. A marzo 2026 una gravidanza su tre veniva classificata ad alto rischio e il 70 per cento dei neonati risultava prematuro oppure sottopeso. Il documento riferisce un aumento delle anomalie congenite, legato secondo i professionisti sanitari alla malnutrizione materna e alla mancanza di acido folico. Alcuni bambini nascono con patologie correggibili chirurgicamente e muoiono nei primi giorni perché la chirurgia pediatrica necessaria è indisponibile.
Voglio inoltre ricordare che uno dei primi bombardamenti seguiti al “7 ottobre” riguardò la maggiore clinica di fertilità di Gaza, con la distruzione di oltre 4.000 embrioni e di circa mille campioni di ovociti e sperma.
La Commissione considera gli attacchi e le misure che hanno condotto alla distruzione del sistema sanitario come crimini di guerra. La distruzione intenzionale delle strutture di cura viene inoltre ricondotta al crimine contro l’umanità costituito da altri atti inumani capaci di provocare grandi sofferenze o gravi danni alla salute.
Sul versante riproduttivo, la Commissione parla di conseguenze dirette e sproporzionate sui neonati, prodotte dall’assedio e dagli attacchi all’assistenza materna. Sottolinea che gli esiti erano prevedibili. Per due anni le Nazioni Unite e le organizzazioni sanitarie avevano avvertito che il blocco di cibo, carburante e forniture mediche avrebbe provocato il collasso dei reparti neonatali. La politica è proseguita.
Nelle conclusioni, il documento afferma che gli attacchi contro gli ospedali pediatrici hanno privato deliberatamente i bambini di cure indispensabili e prodotto morti evitabili. Aggiungendo che il danneggiamento della capacità riproduttiva palestinese compromette la continuità della popolazione. La Commissione individua una strategia rivolta contro il futuro del gruppo palestinese attraverso i suoi figli.
Il filmato Getty condensa tutto ciò in una sola stanza.
Il pediatra Saeed Salah avverte che i bambini potrebbero morire. Chiedono il permesso di far entrare combustibile sufficiente a tenere in funzione i generatori. Non chiedono la luna, vogliono solo corrente elettrica. Il 3 agosto 2026, a Gaza City, la durata di una vita dipende dal carburante rimasto in un serbatoio e dall’olio che serve al generatore
Ricordo che il buio viene amministrato da Israele.
Fonti indispensabili
OCHA, Humanitarian Situation Report, 23 luglio 2026.
UNFPA, Situation Report on the Crisis in Palestine, gennaio-marzo 2026.
UNICEF, Born vulnerable: the toll of maternal malnutrition and stress in Gaza, 9 dicembre 2025.
Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, rapporto del 13 marzo 2025.
Physicians for Human Rights e Global Human Rights Clinic, Destroying Hope for the Future: Reproductive Violence in Gaza, 14 gennaio 2026.
Premio Nobel per la pace a bambine/i di Gaza
Una proposta – rilanciata da Gilberto Scarpa (*) – alla “Direzione” che analizza le candidature per il Nobel per la Pace
Scrivo a voi e a tutti i portatori di pace per promuovere una azione dirompente a favore delle bambine e dei bambini di Gaza che stanno soffrendo incolpevoli solo di essere palestinesi e in ricordo di quelle/i morti.
Il loro è un grandissimo dramma in un momento di assoluta tristezza nel mondo. Ho visto salire in cielo il mio nipotino a causa di una malattia genetica rara e mi sento particolarmente sensibile nei confronti dei bambini.
Di fronte al disastro delle guerre che stiamo vivendo, ovunque ma in particolare in Medio Oriente, mi sono chiesto come “dare visibilità” e aiuto a bambine/i che sono privati della loro innocenza, della loro giovinezza, del gioco, costretti a vedere tutti i giorni i loro piccoli amici uccisi e feriti mentre perdono gli affetti più cari.
Allora ho pensato: «Come facciamo a proporre il premio Nobel ai Bambini di Gaza», sia per questi piccoli inermi e sofferenti, sia per quelli che non ci sono più?».
In Italia la mia non è una proposta solitaria: è stata dapprima presentata dall’ associazione pugliese L’Isola che non c’è e dalla Regione Puglia, poi segnalata alcuni mesi fa alla Camera dei deputati; è stata accolta con un certo scetticismo dai media, accompagnato da un eloquente silenzio della Camera stessa (sebbene nel frattempo abbia ottenuto il sostegno di decine di enti, istituzioni, associazioni, parlamentari, docenti, semplici cittadini).
Oggi molti Paesi stupidamente incrementano la spesa militare rispetto ai bisogni primari della cittadinanza, come se – parafrasando l’Idiota di Dostoevskij – fosse chiaro che «La guerra salverà il mondo».
Le centinaia di migliaia di bambine/i rinchiusi nella prigione Gaza, ridotti alla fame, testimoni di lutti, mutilati e traumatizzati per sempre, possono essere considerati simboli di pace? Sono testimoni di una guerra ingiusta certo, e dell’atroce assurdità di ogni conflitto… Ma perchè dare loro il Nobel della pace?
L’isola che non c’è ribadisce : «Questa proposta di candidatura non è solo un atto simbolico. È un appello morale. Premiare i bambini di Gaza significa riconoscere la loro sofferenza innocente, affermare che ogni bambino, in ogni luogo del mondo, ha diritto alla pace, e chiamare la comunità internazionale alla responsabilità collettiva verso chi non può difendersi».
I loro nomi sono stati messi in fila da quattro giornalisti del Washington Post, che hanno costruito una agghiacciante mappa di chi non c’è più, annientato da una bomba o da un cecchino.
Questi innocenti possono essere i veri costruttori di pace in modo che il sacrificio di ciascuno di loro non generi nei fratelli sopravvissuti altro odio o sentimento di vendetta e di distruzione, ma il desiderio di costruire un futuro diverso. La speranza è che spetti a loro bambine/i di Gaza – con l’aiuto degli umani di buona volontà – spezzare la catena che da generazioni tiene paralizzata, da una parte e dall’altra, ogni possibilità di convivenza.
Inascoltato dai potenti, lo ha dichiarato anche padre Ibrahim Faltas: «meritano il Nobel per la pace perché sono loro stessi il significato della parola pace, perché hanno subìto le conseguenze nel corpo e nella mente delle azioni di adulti incoscienti e irresponsabili, perché hanno sentito e visto l’orrore della violenza, perché hanno sofferto per la morte di chi ha dato loro la vita, perché hanno perso il sorriso dei momenti di gioco, per la mancanza di istruzione e di condivisione di due anni di scuola, perché hanno perduto gli anni belli dell’infanzia».
Spero che la “Direzione” preposta a esaminare le candidature per il Nobel per la pace non si faccia condizionare dagli attori in campo ma di fronte alla morte di oltre 25mila bimbi caldeggi la decisione di assegnare loro il Premio.
Una frase di Marco Anneo Lucano riassume il mio pensiero: Victrix causa deis placuit sed victa Catoni. «Ai potenti piace sempre la vittoria ma Catone (ovvero io e spero noi) è sempre con i vinti» e quindi con gli innocenti.
Anche l’«Orestea» di Eschilo contiene questa frase bellissima: «Abbiano pietà gli Dei … di coloro che vinceranno se rispetteranno i Templi e le Istituzioni dei Vinti».
Attendo con ansia una risposta, grazie per il tempo dedicatomi.
Gilberto Scarpa – Gilberto.scarpa48@gmail.com
(*) Non so come si scriva una proposta per il Nobel per la Pace, ma sento il dovere non solo morale di esplicitare questa mia richiesta. Forse la considererete inusuale, anomala nella forma, ma chiedo per favore di leggerla.
Io non sono :
- Membro di assemblee nazionali e governi nazionali (membri del governo/ministri) di Stati sovrani;
- Membro della Corte internazionale di giustizia dell’Aia e della Corte permanente di arbitrato dell’Aia;
- Membro dell’Istituto di Diritto Internazionale o simili;
- Professore universitario, Rettore universitario o Direttore di istituti;
- Neppure sono fra coloro che hanno ricevuto il Premio Nobel per la Pace oppure fra i consiglieri (o ex consiglieri) del Comitato Norvegese per il Nobel.
QUESTA IMMAGINE (scelta dalla Bottega, come le altre) è ripresa dal sito di SAVE THE CHILDREN mentre la vignetta è di Vauro.

