Bad Police?

le analisi di Vincenzo Scalia (*) e Salvatore Palidda

 

Come avere forze dell’ordine inclusive per una società democratica?

di Vincenzo Scalia

Da George Floyd a Piacenza, gli abusi commessi da parte delle forze dell’ordine hanno conquistato la ribalta pubblica. Il dibattito che ne è seguito si articola in due direzioni: alcuni insistono sull’integrità dell’operato di poliziotti e CC, rifugiandosi nella formula delle poche mele marce. Questa posizione mira a liquidare sbrigativamente un problema che si connota come un fiume carsico della vita pubblica italiana, e, per rimanere nella storia recente, da Carlo Giuliani a Riccardo Magherini, ha rivelato l’inadeguatezza delle forze di polizia italiana a rapportarsi con la complessità sociale contemporanea.

Altri, sull’onda di quanto è successo a Minneapolis, propongono di smantellare le forze di polizia. Anche questa posizione, per quanto prospetticamente valida, mostra le sue evidenti lacune. Innanzitutto, perché sorvola sulle specificità del contesto statunitense. In secondo luogo, perché i tagli alla polizia, in UK e negli USA, sono parte del pacchetto neoliberista. Ad esempio, dal 2010, quando i Tories sono tornati al potere, i tagli alle forze di polizia si attestano al 30%, con la cancellazione di esperienze come le Female Units, vere e proprie unità di supporto per le donne vittime di violenze, composte da poliziotte, assistenti sociali e counsellors. All’interno della cornice neoliberista, privatizzare la polizia significa affidarsi a gruppi equivoci, come è successo in Francia e in UK, con società che facevano capo ai neofascisti a gestire i centri di permanenza e gli hotspot. Come vorrebbe fare la Lega con le ronde padane.

La questione di una polizia all’altezza di una società democratica, multiculturale e, possibilmente, inclusiva, rimane in tutta la sua attualità. I police studies, sviluppatisi nei paesi anglosassoni, dimostrano, per dirla col criminologo inglese Maurice Punch, che non si tratta di poche mele marce, bisogna andare a vedere il frutteto. Da un lato, le forze di polizia non sono asettiche rispetto alla società in cui operano, bensì ne riflettono gli umori, le percezioni e le pulsioni. In altre parole, il razzismo, il sessismo e il classismo, in una società che ha fatto della domanda di sicurezza la sua cifra politica, si pone come un elemento strutturale delle forze dell’ordine. Dall’altro lato, lo spirito di corpo, l’identità professionale, l’esercizio di funzioni repressive, rendono i poliziotti più lenti a recepire i mutamenti sociali. E’ stato così nell’Inghilterra dei primi anni ottanta, coi bobbies ad agire verso gli afrocaraibici sull’onda del pregiudizio verso i lavoratori ospiti, senza tenere conto che si trovavano di fronte a cittadini britannici di nascita e di cultura. E’ così nell’Italia di oggi, dove PS e CC si ostinano a utilizzare categorie moraliste come “drogato” nei confronti del popolo della notte, fino a provocare tragedie come quella di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini.

Nel caso italiano, inoltre, troviamo l’afflato etico delle polizie continentali, che pretendono di esercitare un presidio di tipo morale sui valori fondativi della vita associata, e si credono di conseguenza al di sopra della legge. E’ proprio questo il nodo da sciogliere, ovvero quello dell’accountabilty. Lo scarto tra le pratiche di polizia, ad orientamento contenitivo, e il flusso delle relazioni sociali, può essere colmato attraverso l’istituzione di meccanismi e procedure che tutelino i cittadini, e rendano le forze dell’ordine responsabili dei loro comportamenti. Ad esempio, in UK esiste l’Independent Office for Police Conduct, a cui ci si può rivolgere nel caso si ritenga di essere stati vittime di abusi, che dispone del sostegno personale e legale a favore dei ricorrenti, e ogni anno presenta una relazione al Parlamento. Un organismo di questo tipo sostituirebbe le attuali procedure di inchiesta, che al momento, in Italia, sono interne alle singole forze di polizia. L’obbligatorietà del numero di matricola costituirebbe la seconda misura da implementare, in modo da rendere identificabili i poliziotti e di facilitare l’avvio di eventuali inchieste. Altri aspetti riguardano la formazione e il reclutamento. A partire dalla rivolta afrocaraibica di Brixton del 1981, la polizia britannica si è adoperata per reclutare tra le sue fila membri delle minoranze razziali, fino ad espandere il discorso inclusivo verso il reclutamento di poliziotti LGBTQI. Tale misure vanno di pari passo a una formazione orientata verso il rispetto delle diversità. Ovviamente, se i rapporti di forza rimarranno orientati a destra, queste misure non basteranno a cambiare positivamente l’operato delle forze di polizia. Costituirebbero comunque un passo avanti in un paese in cui nessuno, neppure la Lega, vuole smilitarizzare i Carabinieri.

(*) pubblicato sul quotidiano “il manifesto” del 26 luglio

La prevenzione e la repressione efficaci della criminalità nei ranghi delle polizie sono possibili (a proposito dei fatti della caserma dei Carabinieri di Piacenza)

di Salvatore Palidda

La vicenda della caserma dei Carabinieri di Piacenza sicuramente resterà come uno dei casi più scioccanti di questi ultimi anni. I numerosi reati gravissimi praticati da anni dai militari di questa caserma fanno pensare a una vera e propria associazione a delinquere che riusciva a beneficiare della copertura di essere anche unità dell’Arma dei Carabinieri. Ancora più grave è che per anni questa caserma sia stata considerata un’eccelenza e ricevesse premi per la sua alta “produttività”. Come ha scritto qualche osservatore, appare allora palese il sospetto che questa unità abbia goduto di una benevole se non complice indifferenza o tolleranza da parte dei superiori (forse non solo a livello locale) ma anche di un meccanismo perverso.

Questo meccanismo perverso è quello che sta sempre dietro tutte le vicende simili che come tutti sanno sono decine e decine in tutt’Italia (così come nei ranghi delle polizie di altri Paesi detti democratici). Se si sfogliano i media nazionali e locali degli ultimi anni si trovano facilmente casi alquanto simili a quello della caserma dei CC di Piacenza. Cioè operatori delle polizie che si coprono facendo tanti arresti grazie ai loro confidenti, i quali sono anche complici nel giro di spaccio di droga o di merci da ricettazione.

La logica dominante è premiare questo genere di produttività che non a caso finisce per coprire chi pratica abusi e persino crimini gravi da associazione a delinquere. Non si premia invece chi – poche persone –  combatte la schiavizzazione di italiani e immigrati e chi è responsabile di disastri sanitari e ambientali (**).

Queste sono le insicurezze ignorate dalla maggioranza di tutte le polizie nazionali e locali che invece perseguono persino le vittime anzichè i carnefici, cioè le “prede facili” perché prive di tutela e quindi alla mercé di ogni sorta di criminale aggressione tanto più se viene da operatori delle polizie.

Cosa permette la riproduzione di questi fatti? Questa è la domanda assai semplice che i vertici delle polizie dovrebbero porsi e che sembra non vogliano porsi.

Se ci si pone questa domanda appare chiaro che la questione riguarda l’assenza di prevenzione.

Ma questa prevenzione come potrebbe essere praticata con efficacia ed efficenza? Solo con : a) il monitoraggio continuo dei casi di devianza e criminalità nei ranghi delle polizie; b) l’analisi dei casi; c) l’adozione delle misure appropriate per intervenire prima incentivando e proteggendo la vigilanza da parte di tutti gli operatori e anche dei cittadini (quelli che si chiamano whistleblowing o “denunciatori di comportamenti illeciti”); la giusta sanzione di questi reati e quindi il netto e chiaro messaggio che le polizie non garantiscono più l’impunità e la tolleranza di comportamenti e atti criminali.

La riproduzione della devianza e della criminalutà nei ranghi delle polizie c’è sempre stata e sempre ci sarà: come in tutti i settori dello Stato, di tutti i Paesi. Ma siamo in un contesto economico, sociale, culturale e politico che rischia di far proliferare questi casi. L’impunità di questi casi è certamente la prima causa della loro riproduzione.

Sin quando i vertici delle polizie non adotteranno questo metodo di prevenzione e repressione dei comportamenti devianti o criminali nei loro ranghi ci sarà sempre un alto rischio di riproduzione e grave discredito dello stato di diritto democratico che appare come un’ipocrisia – se non addirittura l’eterogenesi delle democrazia – quando lascia libero campo agli illegalismi dei forti, dei dominanti, di chi gode dell’impunità.

(**) come quelli che hanno fatto l’inchiesta su Fincantieri oppure Roberto Mancini che scopri “la teŕra dei fuochi” e ne morì di cancro.

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Le vignette – scelte dalla “bottega” – sono di Mauro Biani.

 

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