Be Free: chiudere i bordelli di Libia

LA LIBIA CHIUDE I CENTRI DI PERMANENZA TEMPORANEA  PER GLI IMMIGRATI IRREGOLARI…  A QUANDO LA CHIUSURA DEI BORDELLI? E QUANTO DEVE ANCORA DURARE LA POLITICA ITALIANA DEI RESPINGIMENTI?

Prima di tutto le perplessità:  la decisione di Gheddafi di chiudere i “Centri di Permanenza” arriva sull’acme dell’onda di interesse e di preoccapazione da parte di tutte le Agenzie Internazionali a tutela dei diritti, che richiedevano a gran forza di accedere ai Centri ed alle carceri, e la chiusura immediata ha tanto l’aria di un escamotage.

Poi, l’allarme:  assai poco chiaro è il destino delle circa 3000 persone eritree, somale, sudanesi, nigeriane e nigerine. Dotati di un permesso di permanenza valido solo tre mesi, avranno esattamente dodici settimane per trovare un’occupazione in Libia. Altrimenti, saranno deportati nei loro Paesi d’origine dai quali erano fuggiti per non subire più insopportabili violazioni dei loro diritti umani. Questo significa che saranno di fatto condannati a morte.

Molti di loro saliranno sulle “carrette del mare” per raggiungere l’Europa, in un viaggio che, secondo i dati di Fortresse Europe, dal 1988 ad oggi ha già mietuto 15 mila vittime.

L’Italia  respingerà i sopravvisuti alla traversata  verso un luogo di pericolosità infinita.

Infine, la denuncia: ora che con questo gesto “umanitario” la Libia cerca di distogliere l’attenzione dalle violazioni dei diritti che vengono operate sul suo territorio, saranno del tutto dimenticate le donne nigeriane rinchiuse in bordelli – formalmente illegali ma di fatto ben strutturati e ben conosciuti – nei quali subiscono atrocità di ogni genere, nonché la costrizione alla prostituzione.

Be Free ha già reso nota questa atroce realtà nel corso di una conferenza stampa, esattamente un anno fa, nel corso della quale abbiamo presentato un Dossier (CHE TROVATE QUI SOTTO), nato dalla nostra esperienza di lavoro all’interno del  Centro di Identificazione ed Espulsione Ponte Galeria, che va avanti da molti anni e che ci ha consentito di incontrare, e sostenere, molte giovani vittime di traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo.

I colloqui realizzati all’interno della struttura ci hanno reso edotte circa la costrizione alla prostituzione subita dalle donne nigeriane durante il passaggio per la Libia, all’interno di veri e propri bordelli, chiamati “African Houses”.

Il nostro dossier è stato reso possibile dai colloqui con le donne nigeriane che sono riuscite a fuggire dall’inferno libico e ad arrivare da noi, a Lampedusa.

Oggi questa porta d’accesso rimane sbarrata, i migranti vengono rimandati verso la Libia.

Termiamo fortemente per il loro futuro, ora che sembra calare il mai forte interesse italiano ed internazionale  circa lo status del rispetto dei diritti umani in quel Paese, che non ha neanche firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, e che nonostante tutto ha ottenuto un ruolo di tanto rilievo nella gestione delle politiche migratorie.

Possiamo affermare con forza che in quel territorio avviene una sistermatica tortura delle donne nigeriane. 

Una rete ben organizzata di trafficanti “recluta” le donne nei paesi più poveri della Nigeria, in genere nello stato di Benin City, e le persuade a partire per l’Europa dove potranno ottenere un buon lavoro ed aiutare i parenti – sempre tanto numerosi quanto poveri. 

Il viaggio è allucinante e dura mesi,  attraversa tappe fisse e  si conclude sempre in Libia.

A Tripoli o dintorni, i trafficanti rivelano la vera natura delle proprie intenzioni e costringono le ragazze a prostituirsi per mesi o addirittura anni (anche fino a 4-5 anni) all’interno di case chiuse.

Case chiuse che tutti conoscono, visitate da migliaia di clienti per lo più libici, consapevoli dei trattamenti inumani che le ragazze debbono subire, e dell’obbligatorietà delle loro prestazioni sessuali, il cui prezzo va immancabilmenbte agli sfruttatori gestori della African House” .

Abbiamo documentato tutto questo, lo abbiamo reso noto, abbiamo sollevato un interesse che appariva sincero. Oggi, ricordiamo tutto questo con forza. 

22 luglio 2010,  ufficio Stampa Be Free:  Angela Ammirati (befree.ufficiostampa@gmail.com)

DOSSIER SULL’ESPERIENZA DI SOSTEGNO A DONNE NIGERIANE  TRATTENUTE PRESSO IL CIE DI PONTE GALERIA E TRAFFICATE ATTRAVERSO LA LIBIA

RICHIESTA DI AMPLIAMENTO DELL’APPLICABILITA’ DELL’ ARTICOLO 18 del DECRETO LEGISLATIVO 28 del 25 LUGLIO 1998

PREMESSA

    BE FREE cooperativa sociale contro tratta violenze discriminazioni co-gestisce il Progetto Prendere il Volo (finanziato dal Dipartimento per le Pari Opportunità e i Diritti nell’ambito dell’avv. n 9 per azioni volte all’attuazione di Programmi di assistenza e di integrazione sociale ex Articolo 18 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina sull’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, approvato con decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286) Prendere il Volo vede la copresenza di numerosi partner, capofila dei quali è la Provincia di Roma –Assessorato ai Servizi Sociali e per la famiglia.

BE FREE svolge essenzialmente due compiti all’interno di Prendere il Volo 2: uno sportello di consulenza ed assistenza psicosociale e legale nel CIE di Ponte Galeria ed un’azione di sensibilizzazione e di formazione per operatori sociosanitari e delle forze dell’ordine su un territorio vasto, che include anche la Provincia di Latina.

Delle suddette attività Be Free ha regolarmente presentato relazione al DPO

Il presente Dossier risponde all’esigenza, che riteniamo seria ed urgente, di mettere al corrente l’ente finanziatore di alcune nuove e non conosciute modalità che il meccanismo della tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale sta assumendo.

In particolare, intendiamo relazionare circa il percorso e le modalità attraverso i quali  moltissime donne africane, e specificamente nigeriane, sono condotte illegalmente in Italia attraverso un viaggio molto lungo che prevede la loro permanenza (da alcuni mesi a oltre un anno) in Libia, dalle cui coste successivamente vengono imbarcate su barconi con destinazione Lampedusa.

Abbiamo avuto modo di raccogliere le informazioni che seguono attraverso la nostra attività di sportello all’interno del CIE di Ponte Galeria.

Dalle storie sottoposte all’attenzione delle operatrici e delle mediatrici emerge un quadro estremamente preoccupante che si basa su due elementi fondanti:

  • La costrizione alla prostituzione già subita in Libia, presso “case chiuse” evidentemente molto strutturate, ancorchè illegali;
  • Il rischio concreto di sfruttamento della prostituzione anche in Italia.

Il livello di organizzazione e capillarità raggiunto dalla criminalità internazionale ha evidentemente superato le soglie già note, e riteniamo che anche l’eventualità del trattenimento presso i vari CIE presenti in Italia sia stata considerata. Le donne ivi trattenute sono infatti tenute sotto il controllo di membri del racket costantemente in contatto con loro telefonicamente, che le avvieranno, alla loro dimissione, alla prostituzione forzata sul territorio italiano.

Le testimonianze raccolte convergono infatti nel definire un medesimo percorso di viaggio, della durata di molti mesi, svolto attraverso tappe fisse gestite da una rete di trafficanti, e destinato a ridurre le donne in stato di schiavitù. Enumeriamo di seguito le specificità dei trafficanti, le tappe del viaggio, l’organizzazione dei bordelli libici, le modalità di controllo nel Paese di destinazione. Nelle conclusioni sostanzieremo le applicazioni legislative che riteniamo necessario per prendere in carico le vittime dei reati ravvisabili.

SPECIFICITA’ DEI TRAFFICANTI

La rete dei trafficanti si configura, dai racconti delle giovani donne incontrate nel CIE Ponte Galeria, come segue:

  • · Uomini e donne che gravitano nei villaggi d’origine, con il compito di individuare le donne appartenenti alle fasce più disagiate della popolazione: donne orfane o prive di rete sociale; donne vittime di situazioni di maltrattamento e violenza all’interno della famiglia; donne che scappano da matrimoni forzati o da mutilazioni genitali femminili; ragazze senza alcuna risorsa economica o a rischio di vita in quanto sorelle, figlie o mogli di attivisti che lottano per il diritto alle terre confiscate, ecc… Tutte condizioni associate a disagio socio-economico in zone in cui vi sono stati e continuano ad esserci forti livelli di conflitto legati al possesso di terre ricche di riserve petrolifere in particolare la zona del Delta del Niger da cui provengono molte ragazze vittime della tratta a scopi sessuali. I/le reclutatori/trici irretiscono queste donne con false promesse di una vita migliore, arrivando a pagare le spese del viaggio che poi saranno costrette a restituire sotto forma di debito una volta giunte in Italia. A volte capita che a renderle vittime di questi circuiti siano persone di fiducia delle donne o i loro stessi compagni, fidanzati, familiari.

A fare opera di reclutamento è talvolta la maman stessa che provvederà a prostituire e a sfruttare le ragazze nel luogo di destinazione. Abbiamo notizia di alcune maman stabilmente residenti in Italia, che ciclicamente si recano in Nigeria a individuare e adescare le ragazze (a cui quasi mai è detto esplicitamente che dovranno prostituirsi). La maman prende contatti con il trafficante, generalmente un uomo nigeriano, la cui funzione è condurre le ragazze fino alla Libia. Non può essere direttamente la maman a fare il viaggio con le ragazze fino alla Libia perché è necessaria la presenza di un uomo che intermedi con la polizia di frontiera (nei territori arabi non può essere la donna a svolgere questa funzione). La maman paga quindi il trafficante nigeriano (o in un’unica soluzione o versando una prima somma ed accordandosi poi con delle modalità di pagamento dilazionate) per portare le ragazze fino a Tripoli e farle imbarcare alla volta dell’Italia. Accordatasi la maman rientra in Italia con l’aereo mentre il trafficante nigeriano inizia il viaggio verso la Libia con le ragazze.

In altri casi, le donne sono reclutate direttamente dai trafficanti che le scortano nel viaggio fino alla Libia, per poi costringerle a prostituirsi una volta arrivate per pagare il “debito di viaggio” accumulato per gli spostamenti. In questi casi capita che siano gli stessi trafficanti, che gestiscono le case di prostituzione a Tripoli, a contattare la maman in Italia per proporle l’affare. Così dopo un periodo di sfruttamento in Libia, se la maman si dimostra interessata ed invia il denaro pattuito, i trafficanti le inviano le ragazze facendole imbarcare alla volta delle coste italiane.

  • Gestori delle “Case di transito”, in cui le donne vengono fatte alloggiare nelle varie tappe del viaggio attraverso Nigeria, Niger, Chad, Libia, e in cui aspettano insieme ad altre che il viaggio riprenda.
  • Autisti assoldati dai trafficanti alla guida dei camion e furgoni attraverso cui le donne (e gli uomini) in viaggio, spesso stipati all’inverosimile, privati di acqua, cibo e soggetti a ogni sorta di violenza e soprusi (stupri, percosse, umiliazioni), percorrono la distanza che li separa dalla Libia. Non è precisabile il numero delle persone che muoiono, per svariati motivi (inedia, disidratazione, fame,malattie, incidenti di vario genere) e che sono abbandonate nelle zone desertiche.

 

  • Sfruttatori delle case chiuse di Tripoli e dintorni, che costringono per mesi, a volte per anni, le donne alla prostituzione, agendo violenze fisiche (con catene e altri oggetti contundenti), psicologiche, sessuali, sequestri e torture, nel caso in cui le donne cerchino di ribellarsi, o di proteggere se stesse attraverso l’uso di contraccettivi.

 

  • Intermediari, che fanno da tramite sia per il passaggio alla frontiera sia per i contatti con la rete dei trafficanti presenti stabilmente in Italia

Una volta giunte a Lampedusa tramite imbarcazioni, nella maggior parte dei casi le donne, per prassi legislativa, vengono inserite nel circuito dei CARA (in caso di immediata richiesta d’asilo politico) o dei CIE.

TAPPE

Durante il viaggio, che generalmente dura mesi, attraverso Nigeria, Niger, Chad, Libia le donne, così come il resto dei migranti, possono fermarsi in case di transito in cui aspettano insieme ad altre che il viaggio riprenda. Durante tutto il viaggio si alternano tratti percorsi in macchina o dentro container  che trasportano  migranti  in fuga e tratti  percorsi a piedi.

Spesso accade che vengano catturate dalla polizia e rinchiuse in Libia in prigioni per immigrati illegali da dove poi, sotto pagamento di somme di denaro, vengono rimandate nelle mani dei trafficanti. Queste prigioni, dalle testimonianze delle donne incontrate nel CIE, sono composte da stanzoni sovraffollati e fatiscenti in cui le donne dormono per terra, ricevono come pasto pane duro, fagioli e acqua per due volte al giorno, e sono tenute sotto controllo da poliziotte che sono solite svegliarle alle 6 del mattino colpendole con manganelli. Non è raro che avvengano anche stupri. Le donne hanno riferito che nelle prigioni erano sottoposte a continui maltrattamenti da parte delle guardie penitenziarie e chiuse a chiave nelle celle.

Alcune delle tappe che tornano in maniera costante nei racconti delle donne dai noi incontrate sono:

Kano (Nigeria), in cui le donne frequentemente riferiscono di essersi fermate per brevi periodi (anche mesi) ospiti in case trovate dai loro adescatori. E’ qui che a volte il primo contatto che le ha reclutate ed accompagnate fin lì, le cede al secondo che le condurrà durante il tragitto fino alla Libia. Generalmente in questa fase non sono ancora state costrette alla prostituzione e non sono assolutamente consapevoli di quello che sarà il loro destino.

Da alcune testimonianze raccolte:

“…Ho vissuto in questa casa con “Brother” e altri 4 uomini e 2 donne tutti nigeriani per 4 mesi. Era lui a pagare il cibo e il resto per me; lui durante il giorno andava a lavorare come camionista mentre io era libera di uscire ed entrare in casa quando volevo…

Ad un certo punto gli ho chiesto aiuto per trovare un lavoro o per fare qualcosa per la mia vita e lui mi ha detto di non poter portarmi con sé nel suo paese di origine ma di conoscere un uomo in grado di aiutarmi a cui mi avrebbe presentata; un uomo che mi avrebbe aiutata ad arrivare in Libia dove mi avrebbe trovato un lavoro. Un giorno ho così conosciuto H. nella loro casa a Kano…”.

“Brother” – fratello – è l’appellativo con il quale solitamente il primo adescatore viene chiamato, utilizzando lo stesso lessico familistico che si usa con le donne controllanti definite ”Maman”. È evidente quanto, in questa fase, la consuetudine agevoli lo stabilirsi di un atteggiamento di fiducia da parte delle donne.

A questo proposito:

“…“Brother” parlava con H. e poi parlava con me facendo da intermediario perché H. parlava solo arabo e io non capivo. Mi disse di fidarmi e di andare con lui che mi avrebbe trovato lavoro. Prima che partissi con H. “Brother” mi lasciò del denaro, circa 100 naira…”.

Un’altra città di confine tra Nigeria e Niger, spesso prima tappa del viaggio, è Sokoto (Nigeria).

Zinder (Niger). Le donne dalla Nigeria (Kano, Sokoto) spesso arrivano a Zinder in macchina con i propri trafficanti; il tempo del viaggio non è lunghissimo e alla frontiera sono i trafficanti stessi a pagare del denaro per poter passare illegalmente senza passaporti nè visti. A Zinder spesso devono attendere qualche giorno l’arrivo dei camion che li condurranno poi alla volta della Libia.

Non sono solo le ragazze vittime della tratta a usufruire di questi camion ma tutti coloro che desiderano emigrare in Europa: in questa fase il trafficking si incrocia con il circuito dello smuggling. E’ il trafficante che ha i contatti con questi ultimi e che paga il trasporto per lui e la/le ragazze.

In questi camion le donne e gli uomini in viaggio, spesso stipati all’inverosimile, privati di acqua, cibo e soggetti a ogni sorta di violenza e soprusi (stupri, percosse, umiliazioni), percorrono la distanza che li separa dalla Libia.

“…A Zinder dopo 2 giorni siamo entrati in un camion assieme a più di 50 altri, donne e uomini, con cui abbiamo fatto il viaggio fino al deserto. H. ha pagato il viaggio per entrambi, le frontiere non erano un problema perché il guidatore conosceva la polizia a cui pagava delle somme di denaro per poter passare indisturbato…”.

Questa parte del viaggio fino a Duruku dura circa 5 giorni in cui spesso vengono fatte più soste per mangiare e dormire. Durante le varie soste solitamente il mezzo cambia.  

Agadez (Niger). In questa città le donne, assieme con tutti gli altri migranti, si fermano alcuni giorni dormendo in case di transito organizzate. Dalle testimonianze raccolte emerge che spesso si raccolgono nella stessa casa più di 50 persone, donne e uomini, di diversa nazionalità che attendono il mezzo per poter proseguire alla volta di Duruku.

Per arrivare a Duruku (Niger) le donne assieme ai loro trafficanti  devono passare il deserto. Questo viaggio richiede un tempo di circa 3 settimane. Una volta arrivate a destinazione vengono sistemate in case di transito in attesa del veicolo, spesso una jeep, che li condurrà, attraversando ancora il deserto, fino in Libia.

L’ultima parte del viaggio riguarda la Libia. Arrivate in Libia succede che le donne vengano passate ad un altro/a sfruttatore/sfruttatrice.

Una prima tappa spesso è Sabha (Libia). Da Duruku a Sabha ci vogliono circa 7 giorni, e le soste per dormire e mangiare non sono frequenti. Anche a Sabha sono disponibili delle case di transito.

Tripoli (Libia) o dintorni, ultima tappa del viaggio. Qui i trafficanti rivelano la vera natura delle proprie intenzioni e costringono le ragazze a prostituirsi per mesi o addirittura anni (anche fino a 4-5 anni) all’interno di case chiuse.

Generalmente il motivo addotto è il risarcimento del debito di viaggio.

Il prezzo delle prestazioni è deciso dagli sfruttatori e il più delle volte le donne sono costrette ad avere rapporti sessuali non protetti senza possibilità di rifiutarsi.

Riportiamo a questo proposito lo stralcio di una testimonianza dai noi raccolta:

“…In questa casa eravamo più di 30 ragazze tutte di origine nigeriana, tutte costrette a prostituirci in attesa di essere poi mandate in Italia. Sono stata là per circa 4 mesi, dovendo andare a letto con una media di 5 uomini al giorno.

Le tariffe erano fisse, 1 dinar e mezzo con il preservativo (che doveva essere portato dal cliente), 2 dinar senza preservativo; i soldi venivano presi da noi che poi li dovevamo dare per intero ad H. Era sempre lui che ci portava i clienti e che ci diceva cosa dovessimo fare. Noi non potevamo rifiutarci di avere rapporti non protetti, se lo facevamo venivamo prese a calci e picchiate violentemente con catene ed oggetti vari. Le violenze erano comunque all’ordine del giorno…”.

Spesso è solo in questo momento che le donne si rendono veramente conto del destino che le attende ma come testimoniato da una donna incontrata nel CIE Ponte Galeria e vittima di sfruttamento sessuale in Libia:

“…anche qualora avessi intuito prima le sue cattive intenzioni mi sarebbe stato impossibile da sola tornare indietro, a quel punto l’unica possibilità era andare comunque avanti…”.

Alcune donne raccontano di essersi poi imbarcate da Zuwara o Zuara o Zuwarah. Questa e’ una città della Libia nord-occidentale, capoluogo della Municipalità di Al Nuqat al Khams, nella regione della Tripolitania, si trova a 108 km a ovest di Tripoli e 60 km a est del confine con la Tunisia e negli ultimi anni è divenuta un importante punto di imbarco per i migranti africani che dalla Libia raggiungono le coste lampedusane e siciliane viaggiando su vecchi pescherecci ma anche su piccole barche in vetroresina e gommoni tipo Zodiac. I viaggi sono organizzati da intermediari, chiamati passeur in francese e dallala in amarico, alcuni della nazionalità dei migranti, altri libici.

A volte gli sfruttatori/sfruttatrici salgono in prima persona sulle imbarcazioni con le donne, ma più spesso queste vengono mandate da sole e il controllo continua ad essere esercitato per via indiretta attraverso qualche ragazza individuata e scelta nel gruppo come figura di intermediazione in cambio di alcune condizione di favore accordate.

E’ da questo momento che il percorso delle ragazze si estende nel nostro Paese.

Un  percorso alternativo è quello attraverso il Marocco fino alle coste spagnole per poi raggiungere l’Italia via terra (ad esempio nascondendosi nei treni).

A questo proposito riportiamo la testimonianza di una donna da noi incontrata:

“Lui mi ha condotta in una casa chiusa dove c’erano molte altre donne nigeriane costrette alla prostituzione. La casa era gestita da un uomo marocchino in collaborazione con un gruppo di uomini e donne nigeriane. Ogni mese noi dovevamo dargli 50 euro per stare là e inoltre per ogni cliente con cui dovevamo andare lui prendeva sempre dei soldi. Sono rimasta lì per circa 1 anno. Dopo sono riuscita a saldare il mio debito e a imbarcarmi per la Spagna pagando 900 $ per tale viaggio…”.

ORGANIZZAZIONE DEI BORDELLI.

Una volta giunte in Libia, solitamente a Tripoli, tramite i percorsi conosciuti, l’organizzazione prevede che le ragazze vengano il più delle volte inserite in un circuito di sfruttamento della prostituzione. Qui entrano in gioco i trafficanti libici, epicentro della organizzazione criminale transnazionale. Solo grazie a questi ultimi è possibile che le ragazze raggiungano l’Italia; è infatti necessaria la presenza di un libico che intermedi con la polizia del luogo che pattuglia le coste per riuscire a far imbarcare le ragazze senza problemi ed a concludere così l’invio alla maman.

Nella fase della permanenza delle ragazze in Libia si verifica il loro sfruttamento in “case chiuse”.

Il tempo di permanenza delle ragazze in questi “bordelli” è stabilito il più delle volte dai trafficanti stessi e varia anche in base ad altre variabili quali i tempi di organizzazione del viaggio in mare, le condizioni atmosferiche, l’invio da parte della maman di tutti i soldi necessari al viaggio.

Generalmente la maman non vuole che le ragazze siano sfruttate in Libia nei “bordelli” avendo interesse a che le stesse siano mandate il prima possibile in Italia; se infatti la maman si accorge che le ragazze vengono fatte prostituire in Libia spesso smette di pagare i trafficanti.

La maggior parte delle volte però la maman non viene a conoscenza dello sfruttamento in Libia perché le ragazze difficilmente hanno con lei un rapporto diretto telefonico.

In carenza di controllo, il trafficante nigeriano in accordo con il trafficante libico conduce la ragazza in una casa chiusa di Tripoli dove la stessa viene costretta a prostituirsi.

Come riferitoci da una testimone, generalmente le “case chiuse” non ospitano mai troppe ragazze, è invece più frequente che gli stessi trafficanti abbiano più appartamenti in affitto, dislocati per la città, dove le ragazze vengono costrette a prostituirsi.

All’interno di ogni “casa chiusa” vi è una delle ragazze, solitamente quella che sta lì da più tempo, che viene definita la “Senior woman”. Quest’ultima ha una doppia funzione: 1. di accoglienza della “nuova arrivata” ed introduzione all’attività di meretricio; 2. di controllo delle ragazze affinchè consegnino tutti i proventi della prostituzione al trafficante.

Nei “bordelli” le ragazze non possono  rifiutarsi di avere rapporti sessuali con i clienti né di consegnare tutti i soldi ai loro sfruttatori; se oppongono resistenza vengono picchiate e torturate. In particolare, una testimone ha riferito che una delle torture consiste nel far camminare o sedere le ragazze sul petrolio bollente (non è raro che le ragazze incontrate a Ponte Galeria mostrino segni evidenti di lesioni pregresse, cicatrici, bruciature sul corpo, conseguenza delle violenze subite).

E’, inoltre, molto comune che le ragazze rimangano incinte dei loro clienti (sono infatti costrette ad avere rapporti sessuali senza preservativo) e siano poi vittime di aborti clandestini, procurati mediante calci nello stomaco e cocktail di medicinali da ingerire.

Spesso ricorre il racconto di una medesima modalità di fuga dalle case chiuse: un cliente-fidanzato che pagando più soldi del dovuto per i rapporti effettivamente consumati estingue il debito in anticipo o  organizza la fuga della ragazza. In entrambi i casi, l’uomo si assicura la riconoscenza imperitura della donna con la quale si imbarca per l’ Italia. Nei casi in cui la ragazza giunge a Lampedusa, abbiamo potuto verificare la costante presenza dello stesso uomo, che la chiama spesso al telefono e che l’aspetta al momento della sua dimissione. In alcuni casi le ragazze ci hanno raccontato di volerlo raggiungere non appena uscite. Abbiamo ragionevoli motivi per supporre che questo cliente – del quale ricorre spesso la nazionalità ghanese – sia in realtà  il tramite  con la maman, inserito stabilmente nel racket dello sfruttamento sessuale.

MODALITA’ DI CONTROLLO

Dalle testimonianze raccolte all’interno del CIE di Ponte Galeria, emerge in maniera lampante che la catena dello sfruttamento non si spezza con l’inserimento delle donne provenienti da Lampedusa nei suddetti centri: la criminalità organizzata ha acquisito degli strumenti che mantengono il controllo sul traffico di donne migranti finalizzato alla costrizione della prostituzione anche nei luoghi su citati.

Nel corso dell’attività di sportello gestita dalla cooperativa BE FREE, emerge l’ipotesi secondo cui il controllo della criminalità riesce ad esplicarsi, anche all’ interno del CIE, attraverso modalità, quali:

  • Utilizzo di telefoni cellulari con scheda italiana: le donne ci raccontano spesso che ricevono in regalo da parte delle altre donne (già vittime di traffico in Italia) presenti nel CIE , telefoni cellulari con cui sono contattate dai/dalle sfruttatori/sfruttatrici; va chiarito che alcuni di questi uomini sono molto ben conosciuti dalle ragazze, che li hanno avuti come clienti nei citati bordelli, avendoli come complici-fidanzati che le hanno aiutate nella fuga e nel viaggio verso l’Italia;
  • Continui contatti telefonici con le donne presenti nel CIE da parte degli sfruttatori/sfruttatrici, che traggono la loro forza dal fatto di rappresentare il loro unico “punto di riferimento”, all’interno di un contesto, come quello italiano, di cui queste donne non sono a conoscenza. Ribadiamo che si tratta di donne totalmente disorientate, spaventate, già traumatizzate, del tutto all’oscuro di quello che accadrà loro, e che non hanno altra scelta se non quella di “appoggiarsi” a coloro che diventeranno, una volta uscite, i loro aguzzini;
  • Modalità di controllo agite da parte di alcune donne, che possiamo identificare come Maman tese a limitare l’interazione e i colloqui con le operatrici del nostro sportello, nei confronti delle donne appena giunte da Lampedusa. Abbiamo notato più volte come le Maman si avvicinano alle ragazze, inveendo contro di loro, e sovente strattonandole, tentando di impedire in questo modo di effettuare il colloquio con le operatrici dello sportello;
  • Prelevamento direttamente all’uscita dal CIE da parte degli sfruttatori, i quali, mediante gli strumenti di controllo interno sopra citati, sono al corrente di quando queste ragazze usciranno e sono in grado di fornire loro un luogo dove stare. Questa constatazione è validata da alcune testimonianze telefoniche di donne che hanno interagito con lo sportello della cooperativa BE FREE, e che appena uscite ci hanno contattato riferendo di trovarsi in casa con uomini o donne non meglio specificati, che le avrebbero attese fuori dal CIE Ponte Galeria. In questi casi non è stato poi possibile ricontattarle, poiché il telefono non è risultato più attivo.

 

CONCLUSIONI

L’analisi di quanto emerso dalle testimonianze delle donne nigeriane passate per la Libia fa capire quanto il fenomeno del traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, peraltro in continua trasformazione, stia ulteriormente modificandosi.

Questa constatazione ha una notevole rilevanza dal punto di vista politico-criminale in quanto rende manifesta l’esistenza di un’ attività organizzativa dotata di stabilità e prospettiva strategica che travalica, sotto più aspetti (ideativo, preparatorio, commissivo ed effettuale), i confini di un singolo Stato.

Come già esplicitato, le tecniche di reclutamento delle vittime nonché la presenza di specifici indicatori di immissione delle stesse nel circuito dello sfruttamento sessuale in Italia (l’utilizzo di cellulari italiani in possesso di donne provenienti da Lampedusa, le modalità di controllo agite durante i colloqui, il prelevamento all’uscita dal CIE alla scadenza del termine di trattenimento) sono tutti elementi chiaramente riferibili ad una stabile organizzazione criminale di natura transnazionale.

La criminalità transnazionale, definita come una serie di “attività criminali che si estendono in diversi paesi e che violano le leggi di diversi Paesi” impone che la lotta per contrastare questo fenomeno assuma una dimensione altrettanto transnazionale.

Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sulla responsabilità dei singoli Stati di prevenire e combattere la tratta di persone ed assicurare che le misure antitratta non creino ripercussioni negative o ledano i diritti umani delle persone coinvolte.

Alla luce delle considerazioni su espletate diventa imprescindibile intervenire sulla possibilità di offrire adeguate forme di protezione alle vittime anche qualora il crimine contro di loro non sia avvenuto su territorio italiano, come invece prescritto dall’ art. 18 T.U. 40 D.to Leg.vo 286/1998. Un’interpretazione restrittiva della possibilità di accedere ai percorsi di protezione sociale priverebbe infatti queste donne – già vittime di prostituzione forzata e inevitabilmente destinate a subire lo stesso reato sul territorio nazionale –  di qualsiasi possibilità di salvezza.

Ricorrono inoltre, a favore di un’applicazione più vasta, gli indicatori di pericolo grave e attuale per la vittima, per la determinazione dei quali appare ininfluente l’ubicazione dei luoghi nei quali l’evento criminoso è stato perpetrato.

Le donne trafficate attraverso la Libia soddisfano tutti gli elementi annoverati dall’art. 600 del c.p.p. come necessari alla configurazione del reato di riduzione in schiavitù, conformemente alla legge 228 del 2003 che attua, a sua volta, lo spirito del Protocollo Addizionale delle Nazioni Unite sul crimine transnazionale (Palermo, 2000).

Le donne che intendiamo sostenere condividono infatti uno status di vulnerabilità conseguente alla loro situazione familiare, economica, culturale e sociale, hanno subito diverse “compravendite” da parte di diversi trafficanti durante il loro percorso, ed esiste, tra i trafficanti stessi, una sodalità e la condivisione di un medesimo disegno criminoso, che prefigura la definizione di “organizzazione criminale”.

Hanno poi subito la coazione a prostituirsi, per ottenere la quale i trafficanti non hanno lesinato atti violenti di vario genere.

Chiediamo di poter inserire le donne che sporgono denuncia attraverso le nostre legali in progetti di protezione sociale, certe che l’ espansione dell’art. 18 T.U. 40 D.to Leg.vo 286/1998 consentirebbe di privilegiare l’espressione positiva dell’obbligo di assistenza, protezione e integrazione sociale di cui si fa carico lo Stato nei confronti delle persone che per effetto delle loro dichiarazioni all’autorità giudiziaria si espongano ad un pericolo grave ed attuale.

La richiesta muove dall’implicito riconoscimento della rilevanza dell’art. 18 T.U. 40 D.to Leg.vo 286/1998 nel panorama normativo italiano ed internazionale per la tutela degli stranieri vittime di violenza e grave sfruttamento e per il contrasto ai trafficanti e agli sfruttatori di persone, in ossequio ai più recenti indirizzi degli organismi europei ed internazionali e nell’ottica di una prospettiva, sempre più condivisa a livello sopranazionale, fondata sulla tutela e sull’affermazione dei diritti umani  nonché sull’attenzione alla protezione delle vittime dei reati gravi.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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