Bologna, 22 giugno: sostegno allo sciopero di…

di USB per le cooperative sociali.

di Vito Totire (*)

PIENO SOSTEGNO ALLO SCIOPERO del 22 GIUGNO 2026 di lavoratrici/tori delle cooperative sociali

Prendiamo atto dello sciopero indetto dal sindacato Usb a Bologna e manifestiamo la nostra solidarietà a questa lotta contro il lavoro “povero” e nocivo.

Lo sciopero del 22 entra nel merito di alcune questioni particolarmente importanti:

IL SALARIO ; tema fondamentalmente sindacale sul quale vogliamo comunque entrare nel merito in quanto un salario inadeguato ai bisogni è un grave fattore di distress o, se vogliamo usare un termine meno tecnico, è un fattore di grave disagio e di “nervosismo”; i dati economici indicano inequivocabilmente che l’inflazione supera la crescita dei salari; il distress è connesso ad uno squilibrio tra carico di lavoro, autonomia e “ricompensa” (intesa in temini extraeconomici ma anche strettamente salariali); un salario inadeguato può indurre “disattenzione”, demotivazione, calo della empatia e alla lunga può essere anche una concausa di “burn out”

IL FATTORE TEMPO: con il padrone contrattiamo la nostra forza lavoro ma non si contrattano né la salute psicofisica né il tempo di vita che invece organizzazioni del lavoro costrittive tendono a invadere e frantumare

Oggi , in particolare nelle assemblee operaie di gruppo omogeneo che abbiamo rilanciato in tutta Italia grazie anche al radicamento di sindacati di base, si va affermando un approccio molto chiaro: separare nettamente il tempo di vita dal tempo di lavoro senza subire manovre padronali invasive

Da questo punto di vista ci sono costrittività che vanno superate: è in atto una riflessione critica sui cosiddetti “riposi fuori residenza” dei ferrovieri, sul pendolarismo di tutti i lavoratori, sui cosiddetti “turni spezzati”

Cominciamo a ragionare concretamente su un obiettivo: il pendolarismo e i riposi fuori residenza devono essere considerati e retribuiti a pieno titolo come ”tempo di lavoro” in quanto nulla davvero hanno a che fare con il tempo di vita che è quello che ognuno usa liberamente determinandone le modalità di gestione (nel luogo preferito, dedicandolo ad attività gratificanti e alle proprie relazioni affettive)

Se poi , oltre a disconoscere il tempo di pendolarismo si nega la natura di tempo di lavoro al tempo necessario per spostarsi da un utente/assistito ad un altro, si sconfina nell’assurdo e nell’abuso

Diversi anni fa una équipe di sociologi e psicologi valutò che se il tempo del pendolarismo supera i 120 minuti (andata/ritorno) “merita” un incremento della retribuzione del30%; ovviamente non intendiamo proporre nuove forme di

monetizzazione di vecchia memoria; il problema però esiste e va appunto affrontato col riconoscimento del tempo necessario per gli spostamenti come tempo di lavoro a tutti gli effetti

Al di là dei “paletti” contrattuali (futuri e auspicabili con il prossimo cosiddetto CCNL) che contrastino le forme di costrittività citate dobbiamo sottolineare che nelle organizzazioni nelle quali queste costrittività attecchiscono esse testimoniano il fatto che LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO DISTRESS E’ STATA CONDOTTA IN MANIERA INADEGUATA E UNILATERALE (DAL DATORE DI LAVORO) , CERTAMENTE SENZA CONSULTARE I LAVORATORI; SI TRATTA INFATTI DI COSTTITTIVITA’ ORGNIZZATIVE CHE RAPPRESENTANO LA NEGAZIONE DEI PIU’ ELEMENTARI PRINCIPI DI ERGONOMIA

Una organizzazione del lavoro costrittiva non causa solo generico disagio, può generare anche malattia e morte; fonti attendibili stimano l’incidenza di 6.000 lavoratori morti ogni anno per malattie cardiovascolari causate dal distress (dati nella UE allargata alla GB)

Oltre all’impatto descritto (aggravato da un numero di poco inferiore di suicidi correlati al “lavoro molesto” ) le costrittività organizzative possono causare anche altre gravi patologie : dal disturbo dell’adattamento al disturbo post-traumatico da stress oltre al burn out di cui oggi, dopo decenni, si ricomincia a discutere (corsi e ricorsi storici) ; si tratta di “esiti” possibili delle attività lavorative su cui il capitale specula incentivando la diffusione di “rimedi” peggiori del male che costituiscono nuova fonte di lucro per alcuni settori imprenditoriali cioè quelli che producono psicofarmaci, sigarette elettroniche e tabacco riscaldato o persino tecniche di stimolazione elettrica endocranica (offerte a Bologna da un ambulatorio privato per “depressione” da lavoro e burn out )

Aggravante di grande rilievo: gli “esiti” psicologici negativi del “lavoro molesto” (mobbing, burn out, distress) non sono quasi mai riconosciuti dall’Inail intanto perché collocati nella “famigerata” Lista II della malattie professionali ma soprattutto perché l’Inail decide in base alla “fotocopia acritica” del DVR aziendale: MOTIVO IN PIU’ PER PUNTARE CON SEMPRE MAGGIORE DECISIONE SULLA PREVENZIONE(PREVENIRE E’ SEMPRE MEGLIO CHE CURARE…)

Per evitare che il disagio, appunto, diventi addirittura occasione di profitto per lobbies industriali e professionali OCCORRE PREVENIRE IL DISAGIO IMPONENDO FORME DI ORGANIZZAZIONE ERGONOMICHE E RISPETTOSE DEI RITMI FISIOLOGICI per il genere umano !

Peraltro se oggi la precarizzazione e la tendenza invasiva delle organizzazioni lavorative tende ad esigere la disponibilità e la flessibilità della forza lavoro h 24/24 , il tema è, purtroppo, di vecchia data (nelle foto del nostro archivio troviamo una protesta delle lavoratrici in via Rizzoli a Bologna primi anni novanta del secolo scorso : ORARIO SPEZZATO/VITA SPEZZATA.

Ovviamente vi sono molti altri temi e contraddizioni:

a) sicurezza del lavoro ; la tutela della salute psicofisica non è delegabile agli organi di vigilanza ; piuttosto è necessario difendere la salute in sinergia con le attività dei servizi di vigilanza (medicina del lavoro Ausl e Ispettorato del lavoro) che tuttavia, a nostro parere devono essere più presenti e “mirare” i loro interventi con maggiore efficacia

b) adeguata (e continua) formazione professionale

c) valutazione e autogestione dei carichi di lavoro

Per questi motivi la RETE NAZIONALE LAVORO SICURO sostiene e appoggia lo sciopero delle lavoratrici e dei lavoratori delle cooperative sociali e propone (ripropone) la COSTITUZIONE DI UNA ASSEMBLEA DI GRUPPO OMOGENEO finalizzata alla valutazione dei rischi e alla individuazione delle proposte di prevenzione con le necessarie “azioni di miglioramento” della attuale organizzazione del lavoro.

Il DVR (documento di valutazione del rischio) non può e non deve essere delegato al datore di lavoro ma deve essere validato dai lavoratori col contributo di tecnici di loro fiducia.

Dunque e ancora: pieno sostegno allo sciopero del 22 giugno 2026

(*) Vito Totire è portavoce RETE NAZIONALE LAVORO SICURO

 

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