Bravate

di Maria G. Di Rienzo

“La bravata le è costata cara”; “La bravata si è trasformata in un incubo”. Così i giornali commentano lo stupro di una 16enne, nei bagni della stazione di Lecce, a opera degli “amici” con cui aveva marinato la scuola (22 novembre 2011).

Chi scrive tali commenti non ha mai fatto “bravate”, naturalmente. Ai tempi loro non hanno mai saltato una lezione e al presente non hanno mai sentito nulla rispetto a quel che succede nei bagni delle scuole o nelle aule stesse. Io qualcosa ho udito e letto: dalle foto pornografiche con i cellulari alle violenze in classe (persino con la copertura degli altri studenti e in presenza del professore) fino agli stupri veri e propri nelle toilette. Quindi andare a scuola non era necessariamente più sicuro che andarsene a zonzo in una città vicina come ha fatto la ragazza in questione.

Forse avrebbe fatto meglio a non iscriversi affatto alle superiori: dopotutto, a che servono i diplomi di questi tempi, per di più a una femmina. Il fatto che sia stata violentata mostra che è appetibile sessualmente, no? “Ci sono un sacco di belle ragazze là fuori, non posso mettere a tutte loro un soldato alle calcagna” spiegava autorevolmente, qualche tempo fa, un esperto del settore recentemente dimissionario dalla carica di governo, ignorando purtroppo che essere brutte, o vecchie o infanti o malate o in difficoltà non conta nulla per sfuggire alla violenza, in Italia o altrove, come provano gli stupri di bambine, di disabili, di pazienti ospedaliere, di ottantenni eccetera.

Comunque, una ragazzina caruccia troverà sicuramente chi la compra, per cui smetta pure di andare a scuola e perfezioni la propria appetibilità fra le accoglienti mura di casa. Ma – statistiche e resoconti di cronaca alla mano – stare a casa è ancora meno sicuro che frequentare la scuola. Può cominciare a violentarti quando hai nove anni l’amico di famiglia sessantenne (Milano, gennaio 2011); l’intera tua famiglia può coalizzarsi a sostegno del tuo stupratore, soprattutto se costui è tuo padre e permette anche ad altri membri di abusare di te, fin da quando hai dieci anni (Caserta, luglio 2011); può essere l’amato nonnino a portarti a letto assieme a tua sorella maggiore quando nei hai 11 (Avellino, gennaio 2011); a 12 tuo zio e tuo cugino possono mettere tranquillamente “la loro parte intima” nella tua “parte intima” (Palermo, aprile 2011); può essere il tuo prozio a costringerti a pratiche sessuali quando di anni ne hai 13 (Pisa, giugno 2011).

A quattordici magari riesci a denunciarlo, il padre violentatore, ma solo dopo aver filmato di nascosto con il telefonino quel che ti fa, perché prima nessuno ti ha creduto (Parma, aprile 2011). A meno che, naturalmente, tuo padre non ti metta incinta prima, quando di anni ne ha 10 (Genova, luglio 2011). Intendiamoci, non è che quando cresci e stai per formarti una famiglia tua o l’hai già formata ti vada poi meglio: l’anno scorso 127 donne sono morte in Italia per mano dei loro fidanzati, compagni, mariti o ex tutto questo.

Quindi, torniamo al punto iniziale: è la “bravata” ad aver causato lo stupro della ragazza? In altre parole, è colpa sua? Mi scuso per i paragoni che sto per fare, perché la gravità delle situazioni non è comparabile, ma cari giornalisti quando vi rubano l’automobile, vi piacerebbe leggere un articolo in cui si dice che la “bravata” di averla lasciata in un parcheggio incustodito vi è costata cara? Se subite uno scippo, magari con qualche ingiuria fisica aggiunta, vi comoderebbe che fosse riportato come “La bravata di andarsene in giro con un borsello si è trasformata in un incubo”?

Non capite che più biasimate le vittime della violenza sessuale più contribuite a crearne di altre? La ragazzina violata stava semplicemente facendo quelle che la stragrande maggioranza delle e degli adolescenti fa in tutto il mondo almeno una volta: marinare la scuola con dei compagni di cui ci si fida. Questo può meritarle una nota sul diario o sul registro, non uno stupro, e i “bravi” (nel senso manzoniano del termine) sono casomai i due violentatori, quelli che dopo aver distrutto la vita della loro “amica” in un cesso di stazione ferroviaria l’hanno abbandonata là e sono tranquillamente saliti sul treno per far ritorno a casa. Sicuri che la vergogna e la riprovazione sarebbero state scaricate sulla loro vittima. Non sarebbe ora di sottrarre loro almeno questa convinzione?

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