Breviario 3 – Uomo e superuomo?

di Mauro Antonio Miglieruolo (*)

Un salto evolutivo è già iniziato

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L’Uomo davvero Umano non è una categoria dello spirito, è il nome di una realtà in formazione, la nostra meta. Affinché però possa prendere corpo compiutamente occorre diventi la categoria dello spirito che ancora non è. Una lunga lotta politica, ideologica e di pulizia psichica ci aspetta. Non lasciamola aspettare.

L’Uomo Umano è presente in potenza già oggi in coloro che si rendono padroni del loro destino. Che superando limiti, convenzioni, convinzioni e proibizioni inventano per sé stessi mete, sogni, aspirazioni; è già in coloro che si prodigano affinché anche i loro simili allarghino le proprie prospettive e poi lottare per realizzarle. Bisogna essere Profeti nel mondo e per il mondo, nel senso più ampio del termine. Profeta, colui che spinge innanzi il popolo, avendo permesso a sé stesso di raggiunge mete insperate.

L’Uomo Umano è colui che, se necessario, si manifesta in ogni occasione e in qualsiasi luogo; che mai si nasconde; che predica anche nel deserto se non ha altro. Perché è nelle sue prediche, nelle ribellioni e autoaffermazioni, che si realizza come essere umano, perché offre ai propri simili la possibilità di costruirsele a loro volta.

L’Uomo Umano è colui che trova la propria realizzazione tramite l’emancipazione del gruppo in cui opera. Egli sa essere egoista e generoso nello stesso tempo. È del futuro ed è del presente. Si realizza nell’unità e l’unità realizza i suoi interessi, che sono d’avere di più e meglio.

L’Uomo Umano, oltre a essere un uomo, è anche un super uomo. «Più che umano» come scrisse in un romanzo Theodore Sturgeon. Un uomo elevato a potenza: che però non cerca la potenza, ma il compimento della vita che gli è stata data. Super proprio perché vi riesce.

L’Uomo Umano non è indifferente a quel che accade attorno a lui. Non bada alle distanze, alle differenze culturali, di condizione e di convincimento. Non lascia che le cose accadano, contribuisce a creare le condizioni affinché determinate cose accadano e altre siano gettate nella pattumiera della storia.

L’Uomo Umano è un eroe, sempre. Eroe particolare che non cerca eroismi, non ama l’eclatante, i grandi gesti e l’apparire. È un eroe perché affronta la vita coraggiosamente, costi quel che costi, in favore del suo essere umano sociale; è un eroe perché rispetta la morte esaltando la vita, la gioia, il dolore, ridendo di sé e della piccolezza che condivide con altri congeneri. Che non aspirano a essere grandi, anzi disprezzano “i grandi” ma lavorano per sé stessi in quanto piccoli, per vivere nella giusta dimensione. Dalla quale escono attraverso la grandezza delle azioni. Le grandi mete. Rovesciare il mondo, rimetterlo sulla testa. In questo modo s’arricchisce, pone sé stesso al primo posto.

Ma è grande in quanto pratica le possibilità del mondo con sguardo che va oltre, all’essenza della vita, al reale della felicità. I suoi, se sono amori, sono grandi amori; se atti di generosità, grandi atti di generosità e memorabili imprese. Costruisce ponti non per allontanarsi dai propri simili ma per stabilire legami duraturi.

A volte tranquillo, a volte febbrile, con tanta voglia di spezzare le proprie catene, in quell’essere insieme che fa degli ultimi i primi. Sa di essere piccolo nei confronti dell’Universo; ma sa anche che è lui, proprio lui, lo scopo di tutto l’universo.

È un eroe perché vive, perché muore, accettando l’esser vivo e il dover morire; perché pone tra l’Alfa e l’Omega tutto un mondo di atti che si riassumono in un unico e solo atto. Il coraggio. Coraggio d’affrontare sé stessi per cimentarsi con i demoni che, con diversi nomi e differente crudeltà, seminano odio, terrore e lacrime sulla Terra.

L’Uomo Umano ride. Ride dei suoi nemici e dei buoni consigli di coloro che lo invitano alla prudenza. Ride perché sa che essi non sanno: la prudenza è parte del suo essere. L’oculatezza, le varie opportune cautele. Sempre comunque in vista dell’esercizio, quando serve, dell’imprudenza e direi anche impudenza. Quando in mezzo c’è la difesa dell’altruismo, il contatto con il fratello, o la necessità di condividerne le sorti. Perché egli ha una meta: l’accedere al livello superiore del superumano. Per questa ragione stabilisce con il vicino di casa una stabile alleanza che deve portare ambedue alle soglie di quel livello, nel quale si è, ora e sempre, costantemente umani.

L’Uomo Umano è allegro, perché la vita è data per offrirla alla spensieratezza, per godere dei frutti della terra, che è nostra, solo nostra, di noi tutti, nessuno autorizzato a porre confini, e affermare contro di te: questo è mio. E’ tuo finché sei lì e ci lavori. Dopo non è più tuo, ma dell’altro che dopo di te l’avrà pacificamente occupato; avrà arata la terra e resa fertile con il suo impegno. Sapendo che comunque ogni frutto del lavoro umano è destinato a tutti. La prima parte a chi ha lavorato, la seconda a chiunque dichiari di averne bisogno.

L’Uomo Umano sa (e se non lo sa impara rapidamente) che la vita è bella, ma veramente bella solo quando coloro che la corrompono – padroni, funzionari e burocrati – sono stati messi in condizione di non nuocere.

L’Uomo Umano non si contenta della sua possibile parca e isolata felicità ma vuole il tripudio di tutti, dunque anche il proprio. Vuole stabilire un’amicizia più larga con sé stesso per poterla creare con il prossimo. Più larga anche con gli animali e con la natura. Con il creato intende stabilire una fratellanza che è di conoscenza e accettazione. Io conosco il mondo, il mondo accetta che lo conosca a condizione che lo rispetti e lo voglia effettivamente capire. Non conquistare. La scienza dunque come vicinanza alla natura non come strumentalizzazione delle sue caratteristiche, come qualcosa da assoggettare. La scienza deve essere anzitutto Maestra di rispetto, il rispetto che ognuno deve alla casa che abita, al vicino che incontra e a quello che non incontrerà mai. Maestra di rispetto persino per le pietre che le persone incontrano sul loro cammino. Nelle quali inciampa. Che lancia indiscriminatamente per il solo esercizio del braccio. A esse chiederà perdono per averle ignorate, spostate, manipolate. Chiederà perdono per considerarle pietre e non parte di quell’enorme processo che dal Big Bang ha portato al lui stesso, all’uomo capace di perdono. Darlo e riceverlo. L’atto di perdonare instrada l’atto di essere perdonato.

L’Uomo Umano aggiungerà a sé sempre nuove determinazioni. Neppure possiamo immaginare quali e quante saranno. Sappiamo solo di quest’ultima, che molti praticano: l’essere artisti, creatori. Chi fa, come già tendono molte donne, a fare della propria vita un’opera d’arte. Spontanei e sinceri nella propria azione e nel contempo nel pieno di quell’emozione che il poeta sente quando s’avvicina con stato d’animo puro alla “pagina bianca”; il pieno d’emozione che guida il musicista, il pittore, l’attore, l’interprete. Che guida l’amante verso la persona amata.

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Vita d’eroe, d’artista, di cittadino semplice che nella sua semplicità a queste dimensioni accede. Essere tutti in potenza Dante, Bach, Raffaello, Mao.

E dovremmo contentarci della follia del sabato sera? del magro (o ricco) salario mensile? e del grigiore che la grigissima mentalità borghesia impone agli esseri umani?

Siamo in un’epoca nella quale ogni umano potrebbe assurgere alla dimensione di Demiurgo. Diventare padrone del proprio destino e sodale nella costruzione di quello di tutti. Alessandro, chi era costui? se non un piccolo uomo dotato di un grande esercito? Noi vogliamo essere grandi umani “padroni” dei propri pensieri e delle proprie azioni e avere noi stessi per esercito.

(*) Avete presente il film «Cinque pezzi facili»? Ecco, Mauro Antonio regala alla “bottega”… 10 pezzi facili. Evviva. Uno ogni sabato. E se poi saranno di più chi si lamenterà potrebbe ricevere a casa l’Opera Omnia di Veltroni, così si impara.

Miglieruolo
Mauro Antonio Miglieruolo (o anche Migliaruolo), nato a Grotteria (Reggio Calabria) il 10 aprile 1942 (in verità il 6), in un paese morente del tutto simile a un reperto abitativo extraterrestre abbandonato dai suoi abitanti. Scrivo fantascienza anche per ritornarvi. Nostalgia di un mondo che non è più? Forse. Forse tutta la fantascienza nasce dalla sofferenza per tale nostalgia. A meno che non si tratti di timore. Timore di perdere aderenza con un mondo che sembra svanire e che a breve potrebbe non essere più.

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