Brutti Liberati: una Vita Segreta – di Mark Adin

Guardo una vecchia foto segnaletica: ammazza quant’era brutto Gramsci! Sembra una figurina di cartone animato dopo che Gatto Silvestro gli ha tirato un’incudine in testa. E da malfatto qual era, non si esimeva da annotare la “bestialità” dei detenuti comuni, ribaltando il piano, nei suoi celebri Quaderni. Fermo il resto.

Il positivismo perverso di Cesare Lombroso elesse a scienza il vecchio gioco della fisiognomica. Le gallerie fotografiche di grassatori, stupratori, anarchici, briganti testimonierebbero, attraverso dismorfie e ripide bruttezze, che il loro peccato sociale ce l’hanno “scritto in faccia”.

I pittori, nel tempo, si sono prodigati a correggere i tratti dei potenti per addolcirne i profili, per dominarne difetti, a pagamento. In mancanza del chirurgo plastico, ci pensava il ritrattista. Certo, se il campanaro Quasimodo non fosse stato gobbo, forse la sua fama non sarebbe stata tale. Famoso, sì, ma l’amata sua Esmeralda finisce per concedersi al Capitano Febo (dicasi Apollo per i Romani): nomen omen. A Quasimodo, invece, sono riservate tanta astinenza e sublimazioni da scampanamenti: din don, din don, su e giù con quel cordone.

Nella mitologia greca, là sull’Olimpo, Efesto, fratello di Zeus, zoppo, brutto, sudato, coperto di fuliggine, lavora nascosto nella sua spelonca-fucina per confezionare fulmini che il fratellone allegro scaglia ai mortali fra una copula e l’altra, concupiscendo signore e signorine e disseminando il mondo di figli illegittimi. Si potrà dire che Efesto fosse sposato ad Afrodite, bellissima dea, ma si può obiettare altresì che questa gli fu molto, molto poco fedele: uno forgiava saette, l’altra robuste corna.

Un artista di livello quale Nicola Arigliano, crooner di classe epperò davvero bruttarello, doveva essere molto spiritoso e paziente per accettare di essere affettuosamente motteggiato dal maestro Gorni Kramer che era solito apostrofarlo con perfidia: “ Nicola, usciamo che ti porto al parchetto a spaventare i bambini…”

Quello dei brutti, spesso, è un destino amaro, e liberarsene ben difficile.

Ramundo è un caso scolastico, e la sua storia narro. Credo di non aver mai conosciuto un uomo tanto repellente. Descriverlo è arduo, è necessario superare non dico uno shock, se mai una resistenza inconscia, una censura automatica a ricordare le di lui fattezze. Fisico incurvato dalla vergogna, da ragazzo già faceva schifo. Sì, è inutile che cerchi eufemistiche descrizioni, suscitava ripugnanza per l’assommarsi di caratteri davvero sgradevoli. Gli occhi, perennemente arrossati, erano quelli sporgenti di un rospo, contenuti a stento in cotiche di palpebra cispose, pupille sfuggenti e mobilissime degne di un ratto, piccole e nere, una bocca volgare e prominente, che quando spalancava metteva in mostra una chiostra di denti ingialliti, gli incisivi grossi e a scalpello. Le orecchie talmente a sventola da diminuirne la velocità quando montava il vecchio motorino. Il naso dalle froge larghe e pelose in mezzo a un viso butterato e sgraziato. Il carattere schivo e taciturno, la propensione a stare sulle sue, ne facevano il bersaglio perfetto. Non ho mai visto un uomo raccogliere tanto della cattiveria altrui, dall’insulto alla derisione, dallo sghignazzo allo scherno più atroce. Mai vista una minima reazione, se non che nel tempo la sua andatura si era via via incurvata, l’indice e il medio della mano destra sempre più ingiallite dalla nicotina. Sembrava non vedere, non sentire, non accorgersi di nulla. Fumava come una ciminiera e camminava svelto, rasente i muri. Non capivo perché non rinunciasse a passare per i luoghi del suo calvario, perché non evitasse lo sberleffo, perché continuasse imperterrito, le mani in saccoccia, la testa incassata tra le spalle, a fare lo struscio in mezzo ai suoi aguzzini. Mi pareva ci fosse sempre più tristezza nel suo sguardo, temevo che un giorno il peso di quella tortura lo avrebbe schiacciato. Alla fine sparì. Pensai che avesse cambiato città.

Anni dopo, mentre attendevo il verde del semaforo, mi parve di vederlo. Il coglione dietro di me mi intronò col clacson e non potei fare altro che proseguire. Era lui? Non appena possibile, invertii la marcia. Lo raggiunsi dopo qualche minuto. Fermai la macchina e ne scesi per aspettarlo. Di sabato la cittadina si popola di tamarri e ragazzine in canotta, e il luogo dove mi ero fermato era davanti a uno di quei bar che fanno l’eppiàuar: pieno così. Temetti il peggio. Restai a bocca aperta nel vedere Ramundo – certo che era lui! – fendere il gruppone di ragazzotti e discinte figliole inalberando un paio di baffi folti e neri, compatti, curati e severi. Nessuno parlò, non uno sguardo, non una mossa.

Eppure era lo stesso di qualche anno prima, nulla di diverso se non quel marziale, maestoso paio di baffi neri, che l’età aveva fatto apparire ricomponendo un senso, ridando piega a un’espressione che incuteva rispetto.

Ramundo poteva, finalmente, vivere liberato da quel peso. Di tutto il suo passato poteva ben dire, a pieno titolo, di essersene fatto un baffo.

Poiché mi pare alquanto pedante concludere, o suggerire, o sottintendere una conclusione vagamente moralistica a una storiella che, siccome vera, in sé non richiede una vocazione pedagogica, mi limito a fornire una considerazione che disarticola tale eventualità e la rende vana: se Ramundo fosse stata Ramunda, la soluzione del baffo sarebbe stata assolutamente inapplicabile.

 

Mark Adin

 

 

 

Redazione
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3 commenti

  • Io il baffo ce l’ho da tempo, ma nel mio baricentro resto sempre un Ramundo prima maniera

  • Ti leggo sempre con piacere, e poi nelle descrizioni dei personaggi ti superi.

    Ramundo mi ha ricordato un mio compagno delle scuole medie, che era talmente brutto che faceva schifo anche a sua madre, la quale si dice che lo tenesse sveglio pur di non dargli il bacino della buonanotte

  • Ramundo da una speranza a tutti noi…….condivido il commento sopra: nelle descrizione dei personaggi ti superi

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