Capanne di Pace

di Maria G. Di Rienzo

Un coro di sessanta donne canta un’insolita canzone battendo il ritmo con le mani. Il ritornello fa così: «Questa capanna funziona per me, oh, questa capanna a me va bene». Dove siamo? A Weala, in Liberia, e più esattamente in una delle 14 Capanne della Pace presenti in città.

Le Capanne si sono diffuse in Liberia negli ultimi anni, già durante la guerra, come spazi sicuri dove le donne potevano radunarsi a discutere dei problemi che incontravano nella vita di ogni giorno e prendere decisioni relative alla loro sicurezza. All’inizio, l’energia era concentrata sul condividere il peso del dolore e dei traumi dovuti alla guerra e sul reinserire nella comunità gli ex bambini-soldati. Ma, dal 2006, le Capanne della Pace hanno cominciato a evolversi in una felice sinergia fra «commissione per la verità e la giustizia» e “tribunale locale”. La metodologia usata si basa sul sistema tradizionale detto palava: chi denuncia e chi è denunciato si trovano faccia a faccia nella Capanna, danno voce ad accuse e difese, e le leader locali li aiutano a trovare un accordo che entrambi giudicano equo.

Nelle Capanne della Pace si discute di violenza domestica, abbandono, stupro in maniera assai precisa e senza fronzoli «di religione-cultura-usi e costumi-non ci possiamo fare niente». Le donne che si raccolgono nelle Capanne sanno di cosa parlano, e sanno cosa vogliono: per esempio, sanno che la prevenzione è assai più desiderabile della cura. Per questo hanno messo in piedi due progetti. L’uno consiste nel portare alle Capanne uomini, ragazzi e bambini per istruirli sulle cause e le conseguenze della violenza di genere; l’altro è un accordo raggiunto con la polizia liberiana per la prevenzione dei crimini contro le donne. A Weala, la polizia ha creato un “telefono amico” e distribuito cellulari gratuitamente a donne e ragazze. Le operatrici della linea telefonica sono persone di fiducia scelte dalle assemblee delle Capanne; le ragazze adolescenti, che spesso sono ritrose a riportare abusi subiti alle adulte, trovano all’altro capo del filo una giovane come loro. «Da quando abbiamo cominciato questo lavoro con le Capanne della Pace, l’anno scorso, le chiamate sono in netta e costante diminuzione» dice il comandante della stazione di polizia di Weala, James Flomo: «Le donne delle Capanne stanno fermando la violenza prima che essa accada».

Nel 2011 l’Agenzia Donne delle Nazioni Unite ha cominciato a offrire il suo sostegno alle Capanne della Pace; quest’anno esso comporterà lo sviluppo di progetti economici affinché le donne possano permettersi di continuare il loro vitale impegno di costruzione di pace. Nel mentre le Capanne si evolvono in luoghi di prevenzione e risoluzione del conflitto, gli uomini e i ragazzi le frequentano sempre di più. L’ultima bella notizia è che questi uomini e ragazzi, in diverse città della Liberia, hanno formato «squadre di calcio anti-stupro». Fra un dribbling e un corner si imparano e promuovono rispetto e riconoscimento per l’altra metà del cielo. Se non è una grande partita questa…

UNA BREVE NOTA

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue traduzioni– dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

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