«Caso Moro»: intervista a Persichetti

di Gian Marco Martignoni (*)

Proseguiamo la nostra disamina del ‘caso Moro’ con l’intervista a

Paolo Persichetti, autore del libro apparso per DeriveApprodi nel

20221, dopo cioè essere stato al centro di un caso giudiziario dai

caratteri più che preoccupanti relativamente al rispetto delle

cosiddette garanzie costituzionali.

GMM – Sul rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro esiste una letteratura assai ampia, anche recentemente sono usciti nuovi libri, si pensi a quelli di Stefania Limiti e Dino Greco. Il filone delle pubblicazioni sembra inesauribile.

PP – Lo storico Francesco Maria Biscione, recentemente scomparso, ha curato una bibliografia sulla figura e la vicenda di Aldo Moro. Nell’ultima stesura del marzo 2023 aveva catalogato circa 1100 volumi, una cifra in difetto perché scorrendola mi sono accorto che mancava ancora qualcosa. Se poi a essi aggiungiamo le pellicole cinematografiche realizzate prima della morte dello statista democristiano, come «Forza Italia» di Roberto Faenza e «Todo Modo» di Elio Petri, entrambe cadute in disgrazia perché incompatibili con la narrazione costruita dopo il rapimento e la sua scomparsa, o le successive – con l’aggiunta delle serie televisive – come i film di Giuseppe Ferrara e Marco Bellocchio, per citarne solo alcuni, o ancora le rappresentazioni teatrali di Pesce, Timpano, Gifuni, senza soffermarsi sulla sterminata produzione giornalistica, oppure le canzoni autoriali che hanno fatto riferimento alla sua vicenda politica, da Rino Gaetano a Giorgio Gaber, quest’ultima subito censurata, ci rendiamo conto di quanto il rapimento Moro si sia costruito nel tempo come un ‘caso’ a sé stante separato dalla vicenda storica della lotta armata e delle Brigate rosse. Un affaire che deve molto all’industria editoriale arrivata a farne un nuovo genere letterario di tipo spionistico con i suoi lettori appassionati e che produce fenomeni di costume tra i più diversi.

Si va dai gruppi social dedicati che affrontano la vicenda come un gioco di società, ispezionando i luoghi e cercando le ex basi brigatiste per poi affannarsi in lambiccate ipotesi complottiste, fino a società di turismo che propongono a sprovveduti clienti tour-fiction con interpretazioni attoriali su luoghi che storicamente nulla c’entrano col sequestro. Qualcosa che ricorda lo sketch di Totò quando cercava di vendere a un ignaro turista la Fontana di Trevi. Il sequestro Moro è divenuto per certi versi un mercato per allocchi dove imperversano personaggi senza scrupoli, millantatori, mitomani e furbastri di ogni genere. Personaggi di una farsa surreale che hanno rimpiazzato i protagonisti tragici di quella storia.

GMM – Nel sottotitolo del tuo ultimo libro fai un esplicito riferimento all’«affaire Moro» .

PP – Certo, la costruzione dell’«affaire», come lo definì Sciascia, è ormai un tema storico che vanta una lunga lista di specialisti e addetti. Un oggetto storiografico separato e rilevante soprattutto per la potenza distorsiva che contiene. Si tratta di un livello parallelo che poco c’entra con quanto è realmente accaduto. Se si omette l’insorgenza sociale degli anni 70, diventa difficile comprendere come sia stato possibile che la mattina del 16 marzo 1978 un gruppo di operai scesi dalle fabbriche del Nord si sia dato appuntamento in via Fani con dei giovani delle periferie romane per tentare di cambiare il corso della storia. La stratificazione delle narrazioni che si è succeduta nei quasi cinquant’anni che ci separano dal sequestro, l’attività delle commissioni parlamentari, soprattutto delle ultime due, la Stragi presieduta da Pellegrino e la Moro presieduta da Fioroni, hanno disseminato fake news opacizzando la comprensione dei fatti. Dal punto di vista delle pubblicazioni, i libri veramente incisivi arrivano a fatica a poche decine. Il filone predominante resta quello dietrologico-complottistico, tra cui si annoverano i due volumi che hai appena citato. Ruminamenti delle vecchie tesi complottiste, quel regno dei misteri che i gruppi parlamentari del Pci misero in forma nel lontano 1984, alla conclusione del primo processo Moro e della prima commissione d’inchiesta parlamentare, e che da allora si trascinano come un disco rigato, nonostante nel frattempo abbiano perso pezzi grazie alla desecretazione dei documenti e al difficile, ma ostinato, lavoro storiografico indipendente. Ignorare le smentite sopravvenute ripetendo goebbelsianamente le stesse menzogne è il segreto di questa tecnica di falsificazione del passato.

GMM – Perché nel 2022 hai dato alle stampe il libro «La Polizia della Storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro», che fin dal titolo si contraddistingue per essere decisamente controcorrente rispetto alla piega che il dibattito ha assunto ormai da molto tempo?

PP – Perché nel giugno 2021 ho subìto una pesante incursione della polizia di prevenzione, su mandato della procura di Roma, che si è impossessata del mio archivio digitale, del mio materiale di ricerca storica raccolto in anni di lavoro negli archivi pubblici e nelle interviste ai testimoni. È stata la mia risposta a quell’attacco senza precedenti alla libertà di ricerca. Una inaccettabile rappresaglia contro la storiografia indipendente, estranea alle narrazioni di regime. Quando ho avuto in mano le prime carte dell’inchiesta e sono riuscito a decifrarne la logica ho deciso di raccontare tutto, di denunciare quanto accaduto, riprendendo anche il filo del lavoro di ricerca con gli ultimi aggiornamenti sulle nuove conoscenze…

CONTINUA E FINISCE SUL NUMERO DI MARZO DI «UTOPIA 21» : www.universauser.it/utopia21

Paolo Persichetti

«LA POLIZIA DELLA STORIA. LA FABBRICA DELLE FAKE

NEWS NELL’AFFAIRE MORO»

DeriveApprodi edizioni, 2022.

 

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *