Chi ha ucciso Shaka Karebu?

Guyana francese: un mistero lungo 17 anni

di Gianni Sartori   

L’11 luglio 2000 a Roura veniva assassinato, con un colpo alla schiena, il militante indipendentista e libertario della Guyana francese Michel Kapel, più noto come Shaka Karebu.

Quasi contemporaneamente altri indipendentisti, quelli corsi, venivano uccisi in circostanze poco chiare: il 7 agosto 2000 Jean-Michel Rossi e Jean-Claude Fratacci; il 17 agosto 2001 Francois Santoni… (*).

Coincidenze?

Della morte di Shaka Karebu si disse che poteva essere una vendetta della mala oppure un regolamento di conti interni al movimento indipendentista e autonomista. Ma, come nel caso corso, resta valida l’ipotesi che si trattasse dell’ennesimo episodio di “guerra sporca”, quella condotta dagli eredi del colonialismo francese.

Numerose le analogie, in particolare lo “stile” e l’alta professionalità di cui hanno dato prova i pistoleri assassini, sia in Corsica che Guyana.

Nei mesi successivi alla sua morte il militante venne ricordato oltre che dagli indipendentisti della Guyana (per lo meno da quelli non troppo compromessi con lo Stato francese) anche da gruppi libertari dell’Esagono; era infatti molto conosciuto, non solo in Francia, per aver partecipato a manifestazioni e congressi come quello di Lione del 1997 indetto dall’Internazionale delle Federazioni Anarchiche.

Nato a Cayenne nel 1942, si era fatto chiamare Shaka Karebu rigettando il nome imposto ai suoi antenati schiavi e operava principalmente in una associazione che, attraverso il lavoro nei campi e le arti marziali, cercava di fornire gratuitamente ai giovani dei quartieri popolari un’alternativa concreta alla disgregazione e all’emarginazione. Condivideva i loro problemi, quelli delle loro famiglie e non aveva mai esitato, insieme al suo gruppo denominato “No pasaran!”, a intervenire in maniera sbrigativa contro spacciatori, pedofili e razzisti.

Diplomato alla scuola di ingegneria di Eyrolles e successivamente a una scuola di matematica, per diversi anni aveva svolto l’attività di insegnante.

Ovviamente, dato che i suoi metodi pedagogici erano scarsamente compatibili con il sistema coloniale francese, aveva incontrato non poche difficoltà. Militante indipendentista fin da giovanissimo, aveva sempre mantenuto un forte legame con le ideologie libertarie entrando spesso in conflitto anche con quei compagni di lotta che si facevano attrarre dalle prospettive elettoralistiche, quelle favorite da Parigi.

Collaborava con radio e giornali ed era ferocemente osteggiato non solo dai francesi (ca va sans dire) ma anche da molti abitanti della Guyana benestanti che lo consideravano una sorta di pericolo pubblico. Una vita, la sua, che per certi aspetti sembrava ricalcare quella del giornalista afro-americano Mumia-Abu Jamal. In qualche occasione aveva anche accettato di candidarsi alle elezioni ma trasformandole (in questo forse un po’ situazionista) in una occasione per usare i media e propagandare l’astensionismo, invitando alla disobbedienza civile e addirittura, come nelle elezioni cantonali del 1998, a bruciare le schede elettorali. Poco prima di essere assassinato aveva sporto denuncia contro il prefetto e i dirigenti della Drire e della Dde per la frana di una collina che aveva causato la morte di decine di persone (aprile 2000).

 

Shaka Karebu non si limitava a denunciare le colpe dello Stato francese ma anche quelle dei suoi compatrioti collaborazionisti, a suo avviso corresponsabili della situazione degradante in cui versavano ampi strati della popolazione, soprattutto molti giovani. Condannava i giochi elettoralistici e quello che più volte aveva definito il servilismo” di associazioni come Mdes (ex indipendentisti) e del sindacato Utg. Per frenare il suo attivismo, contro di lui era stata innescata una sistematica campagna di diffamazione e di isolamento politico. La sua fede libertaria era un’ulteriore aggravante agli occhi di collaborazionisti e benpensanti. Ma i suoi legami con la gente dei quartieri popolari non si erano mai allentati, anzi. Forse proprio per questo, non riuscendo a farlo tacere con altri mezzi, alla fine gli hanno sparato. Nella schiena, in stile “squadroni della morte”.

(*) cfr qui: Corsica: dopo le guerre fratricide…

 

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