Ci manca(va) un venerdì – 52

La scienza piegata alla tecnica: zigzagando da Parmenide a Tesla, ai Borg e allo scrivere “a mano” con l’aiuto di Fabrizio Melodia alias Astrofilosofo

Cmuv-Tesla

           Dedicato a MAM, lui sa il perché.

«La scienza non è nient’altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell’umanità»: così l’incompreso geniaccio e inventore tuttofare Nikola Tesla, famoso per NON essere stato meritatamente insignito del Premio Nobel, andato all’italiano Guglielmo Marconi, ma anche per le sue geniali invenzioni forse trafugate dalla Cia … sempre per scopi sicuramente nobili.

Come potrebbe essere altrimenti? La scienza per sua stessa natura dovrebbe essere al servizio dell’umanità, non a suo danno. L’accrescimento del sapere dovrebbe portare necessariamente a un miglioramento globale della saggezza e di tutte le buona qualità dell’essere umano, fra queste la capacità di discernere il giusto dall’ingiusto e l’agire sempre per il Bene Comune.

Per favore, smettetela di ridere, lo so che ho appena scritto un’eresia. D’altronde, il filosofo neoparmenidista (seguace di Parmenide) Emanuele Severino, ex professore di filosofia teoretica del sottoscritto, affermava molto chiaramente: «Si dirà, e la scienza? La scienza è fede?! Sì. Per avere potenza sul mondo, la scienza ha rinunciato da tempo ad essere “verità” nel senso attribuito a questa parola dalla tradizione filosofica. La scienza è divenuta sapere ipotetico. Sa di non essere sapere assoluto (“verità” appunto) – e in questo senso non è fede ma dubbio –; tuttavia per aver potenza sul mondo deve aver fede nella propria capacità di trasformarlo; ed è all’ interno di questa fede che essa elabora, risolve o conferma i propri dubbi» come si leggeva nell’articolo “Le fedi e la lotta per il potere” sul «Corriere della sera» del 24 maggio 2007.

La scienza rischia dunque di essere una fede come tutte le altre, poiché (o dovremmo scrivere allorché?) essa ritiene l’essere come nulla: l’essere è effimero, passeggero, mortale, mentre in realtà ogni essere è eterno, ed eternamente salvo nell’ospitale casa dell’Essere che è la totalità della realtà.

Essere parmenideo, ostilità di Heidegger riguardo alla tecnologia: tutto questo concorre a ricordarci come la tecnica, non tanto la scienza, sia in realtà il capitalismo nella sua nuova incarnazione, una nuova entità dotata di autocoscienza, capacità di riprodursi e nutrirsi come ogni organismo vivente che si rispetti, solo che questo non è biologico ma meccanico/elettronico. Ora che è riuscito a crearsi una rete globale per la quale scorrazzare senza freni, io penso che gli manchi solo la capacità di darsi un corpo umanoide per passeggiare in mezzo a noi, giusto per togliersi lo sfizio.

Si muove in questo scenario anche Lelio De Michelis, docente di sociologia economica e studioso da anni della grande trasformazione che ha investito il capitalismo negli ultimi tre decenni a partire dal ruolo sempre più determinante della tecnica, e la scienza diventata forza produttiva a tutti gli effetti, nei processi produttivi: infatti afferma che la tecnologia è un mostro totalitario, nel suo saggio «La religione tecno-capitalista» uscito da poco presso Mimesis.

Il capitalismo, non avendo più antagonisti reali, come potevano essere socialdemocrazia e il cosiddetto socialismo reale ai loro massimi livelli, ha “sguinzagliato” il mostro totalitario. Ora tutto sembra assimilato al suo sistema, per avere campo libero nel proprio autosviluppo che mira solo a un egoistico appagamento.

Un simile nuovo Leviatano, che ricorda anche troppo da vicino quello prospettato da Thomas Hobbes in tempi non sospetti, è un mostro contro il quale nulla possiamo? E gli scienziati come Nikola Tesla o i pensatori come Gandhi sono destinati a essere sconfitti dal Mercato stesso?

« […] nessuno di noi è in grado di fermare lo sviluppo tecnologico: perché è qualcosa che cammina per conto suo, attraverso sterminate ramificazioni che si estendono ormai in tutto il mondo. […]. Limitarsi a denunciare i rischi dello sviluppo tecnologico non è quindi sufficiente, perché, comunque, la tecnologia continuerà ad avanzare (e la gente a usarla). […]. Quello che si può fare è prender atto di questa situazione e, per quanto possibile, governarla» afferma il noto divulgatore scientifico Piero Angela

«La civiltà tecnologica sopprime, annienta ciò che esiste, per sostituirlo continuamente con qualcos’altro. I prodotti sempre nuovi dell’invenzione umana — città, fabbriche, macchine, autostrade, frigoriferi, gadget elettronici — quel che chiamiamo la tecnosfera – hanno rimpiazzato sistematicamente il mondo vivo: il mondo della stabilità, della biosfera, il mondo che ha impiegato tre miliardi di anni per svilupparsi» rincara la dose il noto attivista ecologista e saggista britannico Edward Goldsmith.

«Oggi siamo intrappolati in un mondo creato da tecnologi per altri tecnologi. Ci è stato persino detto che “essere digitali” costituisce una virtù. Non è vero: gli individui sono analogici, non digitali; biologici non meccanici» ribadisce lo psicologo e ingegnere statunitense Donald Norman.

«Noi siamo Borg! Sarete assimilati alla nostra collettività! La resistenza è futile» urlano gli alieni biologico/meccanici apparsi minacciosamente in «Star Trek: The Next Generation», esseri tutt’altro che campati in aria: alla fine non sono altro che la rappresentazione un filino più fantascientifica di come l’umanità si sta “evolvendo” e di come sarà in futuro nel continuo della propria espansione evolutiva.

«Chi da quest’incubo nero ci risveglierà? Chi mai potrà?» recita un verso della canzone d’apertura della nota serie animata giapponese «Ken il guerriero», ambientata in un violento futuro post apocalittico in cui regnano solo disperazione e sopraffazione.

Un piccolo-piccolo consiglio, a dire la verità, ce l’avrei. Recentemente sono venuto a conoscenza di una bellissima campagna di sensibilizzazione per tornare a scrivere a mano.

«Perché privarsi anche di questo piacere? Autorizziamoci a prenderci tutto il tempo di cui abbiamo bisogno per connetterci con noi stessi! Ci piace pensare che questa campagna diventi un punto di riferimento per tutti coloro che pensano che l’UOMO debba sempre e comunque rimanere al centro di ogni processo di sviluppo, ricordandoci che la tecnologia è uno strumento, non un fine e che l’abuso che se ne fa, specie nei giovani, impoverisce le nostre relazioni. Vi invitiamo a scriverci una lettera a mano dal titolo “Per me scrivere a mano è importante perché…”. Sarà nostra cura raccogliere, valorizzare e condividere le vostre idee sul nostro futuro sito web http://www.dirittodiscrivereamano.org/ <http://www.dirittodiscrivereamano.org/>
<http://www.dirittodiscrivereamano.org/> . In prospettiva, ci piacerebbe creare un archivio delle scritture appartenenti ai sostenitori della Campagna, una sorta di album “grafo-grafico” da tramandare ai posteri. Una testimonianza del nostro essere qui ed ora persone libere di esprimerci anche con strumenti di alto artigianato individuale, grazie ai quali vive la nostra umanità, la nostra unicità. Scrivete a:
Campagna per il diritto di scrivere a mano c/o Istituto Grafologico Internazionale G. Moretti, piazza San Francesco, 7 – 61029 Urbino (PU)» scrivono questi simpatici pazzi e io penso proprio di aderire, inviando la suddetta lettera e invito altre/i a farlo, anzi raccomando a tutte/i a riscoprire il piacere unico e semplicissimo di scrivere a mano.

scrivereAmano

Tuttora io riempio quotidianamente moleskine, quaderni fatti da me con fogli riciclati, block notes e altri supporti cartacei per annotare ciò che mi gira in testa, non tanto per sfiducia negli archivi elettronici ma per questioni meramente personali, dando corpo all’incorporeo, essenza a ciò che a prima vista non ne ha.

Il tempo della scrittura lo dedichiamo alla cura di noi stessi, della nostra interiorità; ci forma come individui pensanti e emozionali; può aiutare a liberarci, spesso con difficoltà inenarrabili, delle nostre paure profonde e dei nostri disagi mentali; è il tempo che trascorriamo a non sentirci soli.

Il tempo della scrittura può creare un cancro al mostro tecnologico che ormai permea ogni cosa: è inserire un virus all’interno del sistema e sperare si moltiplichi.

Non è vero che l’essere è immutabile e non può essere altro da sé: con un piccolo gesto quotidiano si può tornare a riassaporare il piacere di fare una rivoluzione. E tutto questo con carta e matita. «Io sono vivo, ma non vivo perché respiro / mi sento vivo solo se sfilo la stilo e scrivo» rappa Caparezza con decisione e tenerezza.

NOTA CON DUBBIO

Le voci già diffuse in rete che Melodia ha inviato alla “bottega” questo articolo scritto a mano sono false. Se però lui mi rimanda scritta a mano la parte che qui trovate in corsivo io posso inserirla così. Ma è coerente scrivere a mano… e poi scannerizzare? La discussione è aperta. (db)

 

 

L'astrofilosofo
Fabrizio Melodia,
Laureato in filosofia a Cà Foscari con una tesi di laurea su Star Trek, si dice che abbia perso qualche rotella nel teletrasporto ma non si ricorda in quale. Scrive poesie, racconti, articoli e chi più ne ha più ne metta. Ha il cervello bacato del Dottor Who e la saggezza filosofica di Spock. E' il solo, unico, brevettato, Astrofilosofo di quartiere periferico extragalattico, per gli amici... Fabry.

12 commenti

  • Giuliano Spagnul

    La scienza rischia di essere una fede come le altre? No, perché non è una fede rivelata ma condivide con queste il fatto di essere comunque una credenza. Crede comunque a una verità, fosse anche quella del dubbio. Ma dubbio di cosa? Dubbio di sé, della propria certezza. Ma a ben guardare non è questo ancora un atto di fede, di fede nella propria verità, nell’essere capace di dubitare di sé stessi. Atto di umiltà o di arroganza? E perché poi far fare sempre la parte del cattivo alla tecnologia? È scindibile l’essere umano dalla tecnica? Se li separiamo non rimane solo l’animale, privo di quella sofisticatissima tecnica che è il linguaggio? Scrivere a mano… , io lo faccio, e distruggerei volentieri tutti questi pc del piffero… ma non mi illudo che questo gesto grafico possa cambiare alcunché. Certo possiamo tentare qualcosa; innanzitutto non mentendoci e non facendoci illusioni, ma neanche pensare che tutto sia già “scritto”. Con la penna d’oca o digitando quel che conta è pensare che i giochi non sono mai fatti al di fuori del nostro consenso. È questo che dobbiamo ritirare, ma non cadendo nel trabocchetto di un gesto che in sé è solo nostalgico e in definitiva snobistico. E con questo, dopo essermi dato dello snob, mi congedo.

    • Per non parlare di metodo scientifico, istituzioni, apparati e rivoluzioni scientifiche, discorsi scientifici, scrivo soltanto che la scienza funziona, ed è potere. Si tratta di riflettere su cosa si vuole poter fare. La fine della storia, secondo me, l’ha intuita il buon Kurt in “Galápagos.”

  • ahahahaha vi adoro, ragazzi… in un certo senso, l’unica arma davvero valida che ci rimane è la comprensione che ogni più piccolo gesto di “humanitas” è l’unico che può salvarci da una fede nevrotica in qualche dio esterno… o ancora peggio… in qualche oscuro dio interno…
    come si suol dire… meglio riderci sopra…

    • … impiegare del tempo per leggere ciò che hai scritto, provare a rispettarlo e lasciare un commento È un piccolo gesto di “humanitas”
      … ho altro da fare.

  • ahahahahaha certo, Ago, come tutti quanti, abbiamo tutti altre cose da fare… ovvio… ma è proprio il tempo che troviamo per stare insieme, scambiarci, parlare, guardarci negli occhi, oltre al mondo virtuale, è il più bel gesto di humanitas che esista, oltre a quello di non bruciare i libri o lasciarli a marcire sugli scaffali perchè non abbiamo il tempo di leggere… 😀

    • Mi fa piacere che sei allegro e che vuoi condividere risate. Io in questo momento la voglia di ridere non riesco a trovarla. Rispondere a un commento con una risata non mi sembra un gran gesto di umanità, però è facile equivocare quando si dialoga per via scritta. Certo possiamo anche rifugiarci in un circolo di lettura o in una biblioteca, che forse prima o poi verrà bruciata. La ricerca continua di un rifugio mi ha insegnato che di rifugi contro il fascismo e il razzismo non ne esistono. Io cerco di non dimenticare di fare, perché altrimenti mi rimane soltanto il pessimismo della ragione, oppure il vuoto della sterile evasione. Adesso ho altro da fare, cioè: almeno ci provo.
      Saluti

  • Carissimo, siamo in due a fare, questo te lo posso assicurare… solo che non dobbiamo dimenticarci che, venute meno tutte le armi possibili, e visto lo scatafascio in cui si versa, la risata e l’ironia sono l’unica cosa che possono concretizzare l’ottimismo della volontà… per il pessimismo dell’intelligenza, penso che il buon Gramsci avrebbe ormai detto che abbiamo fatto tutto, tanto da colare a picco come il Titanic… quindi, orsù, non chiudiamoci di sicuro nelle biblioteche e ogni giorno continuiamo a combattere le nostre battaglie che hanno un obiettivo comune… tu con il tuo pessimo dell’intelligenza e io con la mia ironia della volontà… alla fine ci troviamo a bere un caffè dopo la battaglia… e mi raccomando tieni al riparo le polveri… io uso arco, frecce e armi da taglio e vado pure via in bicicletta… e al fin della licenza, non equivochiamo ma tocchiamo i punti salenti come le persone intelligenti sanno faro. Un caro saluto

  • P. s.: Quanto alla differenza tra scienza e filosofia … È proprio questa: la scienza fa, insieme alla tecnologia. Il problema è, cosa noi vogliamo che faccia. Troppi sono stati interessati, fin dall’inizio della storia, ad usare la scienza per fare armi, per uccidere altre e altri, per mantenere accentrato il potere ed evitarne la distribuzione. Da un paio di millenni sappiamo che la strategia è “divide et impera”, e ancora non siamo riusciti a disinnescarla. Ne parliamo, ne discutiamo. Certo la filosofia può aiutare, ma soltanto se diventa filosofia popolare. I circoli di filosofia e la loro sterile erudizione non mi hanno mai interessato. Quanto a ciò che faccio, ciò che faccio è fare del mio meglio per potere diventare, nel corso del tempo, un buon insegnante nella scuola pubblica, qui o là su questo pianeta su cui entrambi abitiamo.

  • Ottimo, io sono assolutamente alieno alla filosofia accademica almeno quanto lo sei tu… anzi, guai a diventare filosofi accademici, mi viene la scabbia solo a pensarci. No, grazia, preferisco, come dici tu, fare filosofia per la strada e usarla per affrontare la vita a muso duro. Sono un insegnante come te, ma non insegno nella scuola pubblica ma nella scuola della vita e del dolore.
    Come vedi siamo entrambi sulla stessa nave, e serve tanto la tua scienza, spoglia di fideismi e utilitarismi tanto cari ai capitalisti e ai bancari, quanto la mia filosofia, spoglia degli accademismi e dei talk show in cui l’hanno relegata.
    Occorre tanto l’azione quanto formare il pensiero critico nelle persone.
    Non giudicarmi senza conoscermi e io non giudicherò te senza nemmeno esserci presi un caffè insieme, cosa che avverrà molto presto, te lo assicuro.
    Per ora, andiamo a cantare le nostre canzoni per la strada, noi guerrieri senza spada e con lo sguardo dritto e aperto nel futuro. Abbiamo un sacco di battaglie da fare.
    Un caro saluto

  • Contaci, Ago. E’ una promessa. E l’Astrofilosofo mantiene sempre le promesse. La prima volta offro io. Una caffetteria in territorio neutro, tra Venezia e dove stai tu. Ci veniamo incontro.
    Un caro saluto ancora, è un piacere parlare con te.

  • Fabrizio, accetto con piacere. La logistica è un po’ complicata. Ma faremo il possibile.
    Dobbiamo fare anche il possibile per incoraggiarci a vicenda. È una lotta difficile, e durerà ancora a lungo. È coinvolgerà anche le prossime generazioni, nella speranza che di prossime generazioni ne esistano. Questa speranza esiste ancora. Dobbiamo anche cercare in qualche modo di mantenere la voglia di giocare, con la filosofia, con la scienza e con l’arte, perché giocando si può sperimentare e coltivare la voglia di imparare, e imparare serve a essere più autonom* e più liber*. Continuiamo il nostro cammino di lotta.
    Un caro saluto
    Ago

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