Ci resta solo la rappresaglia?

recensione a «Io non sono come voi» di Italo Bonera

Quarta di copertina: «In un mondo dove la Giustizia è ingiusta e il Potere è in mano alla feccia, i buoni sono i peggiori elementi che riesci a immaginare. Puoi fidarti solo dei criminali». Tenete a mente questa frase che in apparenza capovolge il sentire comune, e ne riparleremo alla fine.

Un po’ di trama. Agosto 2059: il protagonista è un duro (un mercenario, sapremo qualche pagina dopo) in stato vegetale apparente nell’ospedale di un carcere privato della Totaldemocrazia – «da 19 anni non c’è bisogno di elezioni» – dove attende l’occasione buona per scappare.

Un flashback ci riporta a tre anni prima quando un 34enne professore si mette nei guai contro un poliziotto arrogante e «testa di suino». Viene portato in tribunale mezzo drogato e senza difesa: per resistenza e oltraggio si becca 5 anni… oppure «tre anni di arruolamento volontario». Un altro flashback ci porta a ridosso della fuga, raccontandoci cosa accade fra giugno e agosto del 2059. La terza parte, ancora più adrenalinica delle precedenti ci porta al «presente» cioè fra il settembre 2059 e il dicembre 2060. Dove – sempre senza svelare la trama – si può spiegare cosa passa per la testa del protagonista: «io non sono né un ingenuo né un animale e certamente non un dio. Non credo alla giustizia. Non mi basta la vendetta. Non mi si addice il perdono. Resta la rappresaglia». Fra una citazione di Gianni Canova sulla tv, una di Carlos Marighela sulla guerriglia urbana e una di Frank Herbert sulla paura (ma anche Mae West, Pasolini, Georges Simenon e altri… imprevisti) sembra che occorra prendere atto che «la sovversione è destinata al fallimento». Arriviamo al brevissimo epilogo nel giugno 2064 che, non a caso, si apre con questa frase del poeta greco Kriton Athanasulis: «Ti lascio la mia lotta incompiuta e l’arma con la canna arroventata. Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno». Sipario.

«Io non sono come voi» del bresciano Italo Bonera esce da Gargoyle:  248 pagine per 14,90 euri. Sotto il titolo strilla la definizione «thriller», il disegno (una lama insanguinata) rimanda più all’horror, la copertina specifica «finalista al premio Urania» (fantascienza dunque): se ci tenete alle etichette potete appiccicarle tutte e tre più altre. La sostanza non cambia: Bonera non ha scritto un capolavoro ma un buon libro sì. 

Fra l’altro il romanzo ci spiega che un innocente può essere «condannato perché “capace del fatto”, come in un vecchio noir di un romanziere anarchico» (il qui più volte citato Leo Malet, suppongo). Vi sorprende poi tanto?

Ritorniamo adesso alla frase di Bonera, cioè che «puoi fidarti solo dei criminali» e che «i buoni sono i peggiori elementi che riesci a immaginare». Forse si tratta di intendersi. Quando a Malcom X chiesero se era «cattivo» domandò a sua volta, con voce alla Jerry Lewis, ai giornalisti: «ma sono cattivo o caaaattivo?». Quanto ai criminali, Paul Goodman nello choccante «La gioventù assurda» (del 1960) spiegava: «Mano a mano che la società si fa più compatta e assoluta, un atto criminale può ben essere un muto gesto politico e una protesta politica è inevitabilmente considerata criminale». La feccia? E’ ben difficile da definire. Infine se i cosiddetti buoni sono i «buonisti»… beh allora Bonera forse ha ragione già oggi e quell’agosto 2059 somiglia maledettamente a questo del 2013. Ma che la rappresaglia resti l’unica speranza e che la sovversione sia destinata alla sconfitta… no, questo non fa per me; ovviamente però il mio disaccordo “politico” non sminuisce il valore del libro.

Redazione
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4 commenti

  • Cario Daniele, leggo con piacere la recensione del romanzo, in particolare dove sottolinei alcuni passaggi che sono davvero fondamentali.
    Ci tengo a dire però che la frase in quarta di copertina non è di mio pugno.
    Inoltre, sono d’accordo quando affermi di non condividere l’affermazione “la sovversione è destinata al fallimento”.
    Per meglio dire, è fallimentare, secondo me, in un mondo privo di coesione sociale, di “coscienza di classe”, di spirito critico, di senso della comunità – come quello che descrivo, ma non auspico.
    Citando Lolli (vado a memoria): “Le mosche procurano noia se volano a schiera unita, da sole non danno fastidio, si schiacciano dentro due dita”.
    La frase sulla sovversione, nel flusso di coscienza del protagonista, non è il mio pensiero: io ho piuttosto voluto mettere in guardia, porre una riflessione.
    Ciò detto non posso che essere contento di questa recensione, acuta e significativa!

    PS, stamane le mail che spedisco al tuo indirizzo ritonano al mittente con nessaggi di errore cryptici…

    • grazie Italo
      felice di conoscerti (sia pure per posta) e contento dei chiarimenti e, ancor più, del “comune sentire”. Non ricordavo (o non conoscevo) la frase di Lolli che faccio mia.
      Grazie.
      Stupendo anche il tuo PS, soprattutto in tre refusi (voluti?): “ritonano” sa di un tuono che si ripete; “nessaggi” si riferisce ai nessi; e “cryptici” ovviamente rimanda al mio nemico giurato, la cryptonite. E ora ti saluto perchè devo andare alla “Fortezza della solitudine”. Zot.

  • I refusi… chissà cosa direbbe il dottor froid. L’unico intenzionale era l’ultimo, i primi li ha generati il rincoglionimento mattutino…
    byby

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