Clarke fra Padania 2077 e…

… l’intruso Rama del 2130

Quell’11 settembre che davvero cambiò il mondo per sempre… State pensando al 2001? Oppure al 1973, il golpe di Pinochet-Cia? Io invece sto per raccontarvi dell’11 settembre che distrusse mezza Padania. Nella finzione narrativa di Arthur C. Clarke siamo «alle 9,46 – ora media di Greenwich – dell’11 settembre dell’estate eccezionalmente bella del 2077». In quel preciso momento «quasi tutti gli abitanti dell’Europa videro comparire in cielo, a Oriente, una palla di fuoco incandescente […] Incominciò a disintegrarsi […] una serie di deflagrazioni talmente violente che più di un milione di persone ebbero l’udito danneggiato per sempre […] precipitò sulla pianura dell’Italia settentrionale […] Padova e Verona furono cancellate dalla faccia della Terra e le superstiti glorie di Venezia sprofondarono definitivamente sott’acqua […] Seicentomila persone persero la vita e i danni ammontarono a più di un trilione di dollari. Ma le perdite subite dall’arte, dalla storia e dalla scienza, e di conseguenza da tutta la razza umana, furono incalcolabili».

Siamo alle prime righe del romanzo «Incontro con Rama» pubblicato da Clarke nel 1973 e ora riproposto in edicola da Urania Collezione (pagg xxx per 5,50 euri). Lo dico subito: è imperdibile.

La catastrofe dell’11 settembre 2077 induce «l’umanità» ad avviare un sistema di contrasto alle meteoriti. «Nacque così il progetto Guardia spaziale» scrive Clarke: «Cinquant’anni dopo, e in un modo che nessuno di quelli che l’avevano ideato avrebbe mai potuto prevedere, giustificò la propria presenza».

Ed entriamo nel vivo del romanzo. «Nel 2130 i radar installati su Marte scoprivano una media di 12 nuovi asteroidi al giorno». Nessun sasso o montagna volante era passata a distanza ravvicinata (dunque pericolosa) finchè non viene registrato l’oggetto 31/439, poi ribattezzato Rama («gli astronomi avevano da tempo dato fondo alla riserva della mitologia greco-romana e adesso stavano saccheggiando il pantheon indù»). Nessun rischio perché la sua rotta lo porterà fuori dal sistema solare. Ma è abbastanza vicino e anomalo da spingere i “capoccioni” a dirottare una sonda spaziale per visitare «l’ospite venuto dalle stelle».

C’è poco tempo per visitare Rama. Tocca all’astronave Endeavour (così chiamata in omaggio al capitan James Cook e a «una delle navi più famose della storia») dirigersi verso l’oggetto 31/439 per uno sbarco. Il comandante Norton e la sua squadra – compresi 4 «superscimpanzè» – avranno molte sorprese ma il recensore pochissimo può rivelare. Rama è vecchio («non meno di 200mila anni») e artificiale, poco comprensibile e in apparenza disabitato. Per il tenente Boris Rodrigo «della Quinta Chiesa di Cristo Cosmonauta» c’è un interesse in più visto che nella sua teologia era «un viaggiatore giunto dallo spazio» anche quel Gesù Cristo di duemila e passa anni prima.

Fra molti colpi di scena – nessuno osi dire che Clarke era il “classico” scienziato poco incline all’avventura – dentro e fuori Rama, si arriva al finale inatteso: un colpo durissimo all’ego terrestre.

Non perdetevi i riferimenti a Bernal e a Tsiolkovsky (o Ciolkovskij, se preferite quest’altra traslitterazione), alla passione ramana per triplicare, all’aero-bicletta per muoversi (anzi gareggiare) in assenza di gravità, ai «biot», ai magazzini di ologrammi, alla terza legge di Newton.

Giù il cappello davanti a un grande libro.


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