clelia pierangela pieri – Uguali

by Cristina Finotto

Oggi, al telefono, la voce di quell’uomo sembrava diversa: poche parole e qualche indicazione per raggiungerti. Continuo a mormorare che non può essere così, che non sono pronta. No, non puoi averlo fatto.
Sto guidando, devo riuscire a calmarmi o mi schianterò da qualche parte prima d’arrivare.
Ma si arriva, si arriva sempre dove il dolore presenta il conto.

Ti vedo lì per terra e so che sei tu anche se ti hanno coperta, come se ciò bastasse ad allontanare l’orrore.  Per una volta sei tu la primadonna e in questa scena sembri dirmi che proprio così avresti voluto fermarti, essere e finire. Ti vedo come tante volte ti avevo immaginata in quei miei pensieri invariabilmente catastrofici e di morte.
Ogni tanto, stupida che non ero altro, cercavo di fartelo capire, e mi sentivo addirittura importante in quell’atteggiamento. Quante volte mi hai ripetuto con un sorriso:

     «Non avere paura, ovunque mi troverai o vedrai, sarà sempre dove io volevo farmi trovare.»

     «Ma smettila… »

Ti rispondevo.
E mi batteva più forte il cuore. Batteva di paura.

Ti cerco adesso, con lo stesso cuore tra i denti e quel rumore assurdo di cerniera che qualcuno crudele, e non sa quanto, fa scorrere per me. Frugo con lo sguardo dentro questo portacadaveri del cazzo, come a volte ti cercavo tra le fotografie: in fretta, ansiosa, a scartabellare con rabbia cumuli di ricordi e carta, in preda a una sorta di pazzia irrefrenabile. Altre volte t’inseguivo lenta di pensiero, come una bambina, e piano scorrevo tra le dita carta vecchia e facce passate fino a trovarti e, rassicurata, accarezzare la tua immagine.
Ti osservo ora come in quei pomeriggi di studio e cazzeggio. Amavo le tue mani e le carezze che sapevano non darmi ma farmi desiderare.
Per giorni il mio respiro si è fermato ogni volta che il telefono squillava, da una settimana sapevo dell’auto lasciata in divieto di sosta al lungomare, ma tu non c’eri. Tante le ricerche, così mi assicuravano, ma di te nessuna traccia.

     «Buongiorno, signora, venga. Immagino sia la prima volta che lei vede un cadavere in queste condizioni, mi dispiace.  La lascio sola, se ha bisogno mi chiami e comunque ci sono alcuni documenti da firmare,  appena si sente l’aspetto in macchina.»

     «Sì, è la prima volta.»

Dico, invece quante volte l’avevo vista e costruita per me, quella morte, per andarmene. A volte con te, perché te ne andassi tu. Spesso insieme, sognando la fuga definitiva da una realtà che le nostre spalle non sapevano reggere.
La chiamavamo libertà, io la chiamo ancora così.
Mi vergogno sempre pensando a chi è malato e non può scegliere, a chi non vuole morire e ne ha paura. Mi vergogno e me ne fotto. Non posso fare altro: fottermene, e nel frattempo a mia scusante già mi costruisco l’alibi e passo a chiedermi perché mai prima di pensare alla mia verità dovrei pensare sempre agli altri. Generosità? Fanculo la generosità, fanculo tutti, adesso.
Posso masturbarmi la mente come voglio: apro questa gabbia di sorrisi e croci, e finiamola di prenderci in giro. Una vita è breve, troppo breve per passarla a finti sorrisini. E’ attenzione inutile, perdita di tempo.
Tu lo sapevi.

Vera, con chi parlerò di tutto questo, adesso?
Ho parlato sempre con te, anche in tua assenza. Sapevo già le tue risposte, i tuoi sorrisi, i denti cariati, e la tua schiena quando fingevi di non ascoltare ed io per questo mi trasformavo in una furia, che quasi ti picchiavo.
Avevi paura per me, ora lo so.
Sapevi che non era un gioco e che qui, oggi o dopo, ti avrei trovata. Stronza, avevi forse paura che vincessi prima io, precedendoti? Stronza!

Per quanto tempo, da ora in avanti, ricorderò questo tuo viso grigio, Vera? Sembra ti abbiano spalmato di cera a toglierti il colore.

     «Ora è meglio farla richiudere, non è un bel vedere. Deve essere rimasta in acqua qualche settimana, correnti e altro avranno causato lo scempio che vede. Sapremo tutto meglio con l’autopsia. Lei, dunque, è la sorella. Ma in famiglia non vi siete accorti della sua scomparsa?»

     «Sono io, la sua famiglia. Da qualche anno non abitavamo più insieme: lei viveva qui a Genova, io a Torino.»

Come ho fatto a non capirlo? Mi volevi morire lontana ed io te l’ho permesso. Io che sapevo tutto di te e non ho preso alcuna posizione che potesse farti cambiare idea, io che sapevo cosa poteva farti bene e cosa portarti via. Ignavia, vigliaccheria. Ho voluto credere a ciò che mi dicevi e promettevi, mi faceva comodo crederci.
Un giorno anch’io mi ritroverò nuda per l’eternità, a girovagare nella solitudine e nel marciume. Oggi mi sento indegna di questa vita, tu non hai mostrato di considerarmi viva neppure con un segno, né di sapermi attenta alla tua vita. Io oggi inesistente a te, a me, come non fossi mai stata. Io che credevo di essere sopravvissuta, povera illusa.
Sì, sono certamente tra quelli che il sommo collocherebbe non in paradiso e neppure mai in nessun inferno.

Niente per ricordare quell’ultima volta in cui ti ho stretta tra le braccia. Quel giorno non c’era freddo e neppure caldo. Nessuna pioggia che mi dicesse quanto quello sarebbe stato il momento di piangere davvero, nessuna neve che congelasse la mia espressione vuota di donna a modo. Era settembre.
Io perfetta nel mio completo di mezza stagione, tu bellissima nei jeans più malandati che avessi mai visto.
Io, capelli dal taglio sbarazzino e trucco sapientemente leggero. Tu, capelli unti e raccolti malamente, tu che non avevi bisogno di nessun trucco perché nulla, e lo sapevi, avrebbe potuto coprire la disperazione e il disagio in ogni tua espressione, ruga o silenzio.
Eppure il tuo odore non era cambiato, abbracciandoti lo aspirai quanto più potei e tutti i giochi e le risate del mondo mi ritornarono alla memoria. Non ti vedevo da due settimane soltanto e mi sembrava di averti già persa da una vita intera. Come sempre, era difficile stringerti e trattenerti. Era faticoso farti accettare l’amore, perfino il mio.
Quanto mi costò farti quella semplice domanda e quanto già sentivo che non avrei potuto cambiare in nessun modo la tua risposta. Era sempre stato così. Tu, eri sempre stata così.

     «Allora, stronzissima sorella che non ti fai mai sentire, quale novità volevi raccontarmi?»

     «Ho deciso di andarmene, non la reggo più questa città. Per me ha fatto il suo tempo.»

     «Ma come, Vera, come faccio io con il lavoro? Se lo lascio devo ricominciare tutto daccapo…»

      «Infatti, tu non devi lasciare proprio nulla, me ne vado io. Ma che hai deciso, di restarmi intorno a rompermi le palle a vita? Dai, tu muoviti a vivere, e anziché sempre e solo scopare cercati un uomo da amare e dammi un nipote, altrimenti a chi passerò tutte le stronzate che ci hanno insegnato da bambine? »

     «Non fare finta di non capire: se te ne vai perderai il gruppo, non andrai più alle riunioni e ricomincerai. Ti prego, Vera…»

     «Tranquilla, rilassati, ho già parlato con Cosimo, lui ha amici là. Guarda, ho già l’indirizzo e poi, scusa, l’associazione alcolisti anonimi non è mica un’esclusiva piemontese! »

Eri scoppiata a ridere fingendo che tutto andasse bene e sistemandoti lo zaino a tracolla. Le tue mani tremavano come sempre, la tua pelle sembrava abbronzata ma era giallo ocra, quel colore che io chiamavo mentalmente,  piena di amarezza, giallo avvizzito.

      «Ehi, gemella… non guardarmi come se stessi andando alla guerra. Sto solo cambiando aria, ho sentito che a Genova gli affitti sono meno cari e ho già un po’ di numeri da chiamare per lavoro. Dai, che appena mi sistemo corri da me e ce ne andiamo a Pegli, sì, ce ne andiamo a mare. Ora vieni qua, levati quei trampoli e smetti di fare quella faccia da deficiente.»

      «Ma che vuoi fare? Posso mica levarmi le scarpe per la strada…»

      «Certo che puoi, dai levatele, me le levo anch’io: voglio vedere in quella vetrina se sono più alta di te.»

      «Occristo, Vera, ma sarai mica scema? Abbiamo trent’anni a testa, abbiamo smesso da tempo di  misurarci.»

     «Daiii…»

Ed era lei, la più alta. Certo, che era lei.
Non mi serviva venire qua a salutarla per sempre, per capirlo. Non mi era servito nemmeno vederla di un soffio più alta di me in quella vetrina di settembre.
Mi guardo le scarpe muoversi via da qui un passo dopo l’altro e non so, né voglio chiedermi, dove mi porteranno.
So che mi manca l’aria che lei sapeva rendermi leggera, e ancora non so se riuscirò a vivere senza la vertigine che, ogni giorno della nostra vita, quella sua altezza mi aveva procurato.

 

Clelia

3 commenti

  • Un bellissimo racconto. Purtroppo anche un addio (temporaneo spero) perchè per motivi di lavoro Clelia interrompe la collaborazione con codesto stra-blog: il suo apporto era soprattutto (non solo) nel cercare, curare, limare, impreziosire questo sabato di racconti e/o poesie. Noi della mini-redaz del blog siamo un pochino più tristi e soli ma… aspettiamo Clelia da qualche parte, magari di nuovo in blog. Nessuna/o di noi può curare la pagina del sabato con l’amore, la curiosità e la sapienza di Clelia e dunque i prossimi sabati troverete di sicuro qualcosa ma in totale improvvisazione; confermando così il trionfo della seconda legge della termodinamica o entropia (si va dall’ordine verso il kaos… ignoranti che vi devo sempre spiegare tutto).
    Mi permetto di dedicare a Clelia la (mia) parafrasi di una famosa poesia d’amore latinoamericana (aiutooooooo chi era? mi ricordassi mai i nomi). Eccola.
    Oggi Clelia mi ha lasciato
    allora sono sceso in piazza
    con vernice e pennello
    ho scritto sul muro:
    abbasso il governo.

  • ginodicostanzo

    La morte del proprio doppio, il dolore ma anche la liberazione dalla parte etilica e marcia di sé… Si dirotta sul gemello il proprio male di vivere e la morte è purificatrice, ma il senso della mancanza e dell’assenza saranno permanenti.
    Un racconto, un brand “Pieri Original”…
    😉

  • Grazie, Daniele, sai che non so essere di molte parole in questi casi. Grazie.

    Grazie anche a te, socio, per la tua lettura sempre oltre un semplice leggere.

    Mi sistemo quattro cose e torno, già mi mancate mannaggia. Nel frattempo vi leggerò.
    c.

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