Col naso all’insù – di Mark Adin

Siamo ancora agli spettacoli pirotecnici di fine estate, col naso all’insù, a stupirci di un po’ di chiasso e di colore che macchia il cielo notturno, a godere di poco. Ancora le smunte finanze dei piccoli operosi Comuni trovano risorse per non farsi mancare i fuochi d’artificio. Giochi pirotecnici, ombrelli di luce, e noi come bambini. Quanto sono belli. Meduse iridescenti, fiori, come soffioni  che allo sbuffo del petardo scagliano lontano le scintille, si liberano, dal centro verso il nulla. Mi sono spesso chiesto, dato il costo non proprio irrilevante di simili spettacoli aerei, potendo scegliere tra altre possibili attrazioni, se spendere per un intrattenimento tanto banale e fatuo non fosse un ulteriore segnale di arretratezza e di futilità.

Nel mondo del 3D, degli ologrammi, della fibra ottica, stiamo imperterriti, con gli occhioni rivolti agli arabeschi dei fuochi, come Cinesi di mille anni fa. Applaudiamo quando lo fanno gli altri, seguiamo in massa il pifferaio magico. Ci raccomandiamo ai Santi e poi tocchiamo ferro, scansiamo i gatti neri e asciughiamo le lacrime di Madonne di gesso. E li votiamo, sempre loro da sessant’anni, ad ogni stracca scadenza elettorale.

Siamo gente semplice, che lavora, cresciuta nell’ignoranza, tutti a guardare il cielo, tra le balle dei preti e le scemenze nazionaliste, bombardati di false informazioni che ci danno indirizzi sbagliati.

Mentre le pulsanti, crepitanti anemoni dispiegano sul buio i tentacoli di luce, mentre vivono il solo istante della loro vita artificiosa e rutilante, stimolando le nostre puerili fantasie, imprimendo sulle retine nere attimi colorati di meraviglia fanciullesca, tenendoci fermi, naso all’aria, soggiogati dai loro fischi e botti, nel tripudio di scie di bengala, mentre scoppiettano allegri… negli arrugginiti impianti industriali certuni aprono di soppiatto valvole e paratie, disperdendo veleni nell’aria, nel mare, nei fiumi; altri rapinano i nostri risparmi per ingrassare pochi, enormi conti bancari in paradisi fiscali. Mentre siamo lì, mangiando zucchero filato, a seguire le bizzarre evoluzioni pirotecniche, i sicari ci rubano la vita.

Si torna poi a casa, sorridenti, felici come bimbi con il torrone in tasca, e memori della gioia data dalla serata in festa, accendiamo il tivù, insaziabili di spasso, e ci troviamo Renzi, il faccione foruncoloso di Lucignolo, che ci invita al suo nulla da Paese dei Balocchi. E poi c’è il Grillo, parlante su Internet e venerato al Web, che ci dice come gira il mondo. E Barbablù che non vuole fare la nuova legge elettorale. E la Fatina dai capelli turchini che piangendo ci fotte la pensione. E il gatto e la volpe che ci portano nel Campo dei Miracoli europeo a seppellire gli ultimi soldini. E noi di legno, come il burattino, che sogniamo di diventar persone.

Non ci rendiamo conto che l’estate è ormai finita, che sono le ultime sagre della salsiccia, le tardive feste della birra, e alla festa del Santo Patrono sparano dai mortai gli ultimi razzi colorati e scoppiettanti.

Sta arrivando l’autunno, che qualcuno dice caldo, altri bollente, ma la signora Ministro dell’Interno assicura che tutto è tranquillo. Meno male, ditelo a quelli della Fiat, del Sulcis, dell’Alcoa. I fuochi sono spenti. Si torna tutti a casa.

Invece noi dalla capa tosta, imperterriti, noi si continua: a credere. Sissignore. Perché l’essere tanto folli qualche volta aiuta. La pazzia, la malattia di confidare che si possa cambiare in meglio è un male felicemente incurabile. Siamo matti da legare, pensiamo ancora sia possibile un mondo migliore di questo, siamo da ricovero.

Non abbiamo paura di dichiararci pazzi, anzi professiamo la nostra demenza: credere nelle donne e negli uomini. Stupendoci di cotanta fede. Noi ci crediamo ancora. Davvero psicopatici.

Mi chiedo se questo atteggiamento mentale non sia omologo a un atto di fede religioso orfano di una rivelazione. No, noi non ci costruiamo sopra né Chiese né fortune. Non ci allarghiamo troppo.

E’ tutto molto, molto più semplice: è che ci vuole, in questa vita, un antinausea.

Mark Adin

Redazione
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3 commenti

  • ho trovato assonanze/dissonanze in uns vrcchia “neurop”:

    COSA SERVE STARE COL NASO ALL’INSÙ

    vedi, compagno mio?
    come fanno quelle nuvole?
    sbuffano e se ne fottono:
    tra – va – li – ca – no
    ogni frontiera confinante
    un po’ risarcendoci
    del nostro incatenamento
    se, un po’, le scrutiamo
    con sguardo libero

    (da http://www.pabuda.net)

  • Grazie Mark, finalmente è finita l’astinenza estiva da blog, con questa magistrale, poetica descrizione di spettacoli pirotecnici. Ci divertono i fuochi artificiali e i loro botti, sebbene siano maledettamente simili a quelli che si vedono e sentono in guerra. Pare strano, ma ci divertono le rappresentazioni dei nostri guai peggiori, come fossero un vaccino, un esorcismo verso quelli reali. In questa nostra oligarchia che tenta disperatamente, senza riuscirci, di ritornare democrazia, sognare è assolutamente necessario. Sognare per metabolizzare- digerire i rospi che siamo costretti ad ingoiare. Nell’irrealtà del sogno, sognare una realtà migliore, ma finito il sogno comincia l’incubo di una società che tutela più gli animali degli uomini, dove una ex ministra si spende in spot televisivi, ma non dice una parola sulla mancata accoglienza dei disperati sui barconi, dove un premier si è fatto leggi su misura, dove la politica da decenni è fatta dalle stesse facce, dove le fasce meno abbienti sono quelle più tartassate, dove c’è sempre meno lavoro, dove, mentre il malaffare dilaga con le uccisioni di questi giorni, si invoca l’abolizione delle armi ai cittadini, con l’utopistica speranza che ciascun bandito si attenga alla nuova legge. E allora diventa irresistibile la voglia di prendere una pillola di sonnifero e dimenticare per qualche ora la realtà. Ma poi ci si risveglia…

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