Correa, Crovi, Del Vecchio, Hillerman, Macchiavelli più…

… più Mavroudis  e Musolino

7 recensioni giallo-noir di Valerio Calzolaio

Sophia Mavroudis

«Stavros»

traduzione (dal francese) di Giovanni Zucca; originale del 2018

Edizioni e/o

220 pagine, 16 euro 16

Atene. Inizio autunno 2014. Con passo pesante e svogliato entra in taverna (il suo quartier generale) e si piazza su tre sedie (una per sedere, le altre per appoggiare una gamba e un gomito) il virile Stavros Orso Nikopolidis, alto un metro e ottantasette e imponente, robusto e ancora non arrotondato (nonostante il poco sport), braccia forti e muscolose, nonno arrivato da Smirne nel 1923 (esodo forzato dall’Anatolia) ed eroe della Resistenza, genitori intellettuali di sinistra, padre professore imprigionato e torturato, vittima della dittatura dei colonnelli. Deve pensare: quella mattina lo hanno chiamato per l’omicidio di un archeologo in mezzo agli scavi vicino alla stazione della metropolitana di Monastiraki e il passato gli ha invaso la mente. Dieci anni prima era avvenuto l’analogo omicidio di un altro archeologo con gli arti spezzati, insieme alla scomparsa sia di un frammento di un fregio del Partenone appena riportato alla luce che, soprattutto, della sua amata moglie Elena (poi riconosciuta in un cadavere carbonizzato), elegante bella colta responsabile degli scavi. Ancora una volta sulla scena del delitto viene trovata una moneta con incisa sul rovescio la civetta, l’uccello di Atena. Le sue ricerche non avevano portato a nulla, pur essendo considerato il miglior poliziotto della città. Bloccato da ogni parte, a corto di mezzi, morale e cuore a mezz’asta, rabbia e alcol a portata di mano, era crollato. Ora deve provare a scuotersi. Crede di sapere chi è l’assassino: quel Rudolf implicato in vari giri criminali, traffici internazionali di opere d’arte, prostituzione, armi; tornato per vendicarsi su lui, sul suo adorato figlio Yannis, su protetti e amici.

L’insegnante, ricercatrice e consulente in relazioni internazionali (e conflitti europei) Sophia Mavroudis (Casablanca, 1965), padre greco e madre francese, ha scelto di raccontare la Grecia dell’ultimo ventennio, in particolare dopo la terribile crisi economica del 2008 (gestita pessimamente dall’Unione Europea), attraverso una serie noir (pensata in greco, scritta in francese), di cui questa è la prima avventura, incentrata sul suo protagonista (da cui il titolo), narrata in terza quasi esclusiva al presente, in corsivo i dialoghi ricordati con i progenitori. Di Stavros saprete tutto, vicende carattere pensieri opere affetti, un bel tipo disordinato e febbrile come l’impianto del romanzo, interessante e avvincente. Lo apprezzeremo sul lavoro, con il suo capo Anastasios Machiavelli Livanos, erede dell’alta borghesia ateniese e dello “spirito” greco, odioso e leale; con i fedeli bizzosi collaboratori, Dora mancina esperta di arti marziali, Eugénios giovane mago delle tecnologie informatiche; con gli altri poliziotti che spesso non lo sopportano ma lo stimano, forse pure quelli di destra (lui era iscritto al Partito Comunista e odia Alba Dorata). Lo valuteremo a casa come genitore affettuoso, ottimo cuoco e divulgatore. Lo seguiremo nel gioco antico del tavli (raccontato più volte e nei particolari, chi legge non potrà che imparare a capirci qualcosa), nei meandri degli ipersensibili labirintici percorsi mentali, nelle scelte dei piatti e dei vini (perlopiù bianchi in botti, ma per rilassarsi niente di meglio che il secco fruttato rosso Château Nico Lizaridi, addirittura con qualche cubetto di ghiaccio). Poi Ouzo sempre e comunque, un po’ come le poesie di Costantino Kavafis, l’autore preferito da Stavros che, per scendere proprio in fondo all’anima, opta infine per il bouzouki, il blues greco.

 

Ludovico Del Vecchio

«Morte nel bosco nuovo»

Elliot

254 pagine per 17,50 euro

Modena. Maggio 2019. Martina Giovanna Corderato, insegnante al liceo artistico e pittrice, cammina disperata sotto la pioggia tra le piante del bosco di Verzedro, creato da un uomo di mare, Ziguela, il genovese arrivato per vivere l’ultimo periodo della vita in quel paesino a nord di Modena, ora proprietà del suo compagno Sauro, il magro fattore. Non riesce a rimanere incinta e non si capisce perché. D’improvviso quel pomeriggio vede un corpo appeso ai rami di un albero smisurato, la Grande, sembra impiccato, fugge. Sauro accorre, si tratta di un inquietante fantoccio, la rassicura, non è il primo che lui trova e si preoccupa dell’uomo che si aggira lì attorno, a lei non dice nulla. Nel frattempo, Jan De Vermeer, poliziotto di volante, italo-belga, un metro e ottanta per ottanta chili quasi di soli muscoli (faceva arti marziali), vaga per casa; sono assenti Anna e la piccola Alina quando il questore lo chiama per accorrere a Villa Stresa dove il commendator proprietario ha trovato un inquietante murale dipinto sulla recinzione (firmato “L’oste”), una strage di querce castagni pioppi, alcuni degli alberi maltrattati in città anche dalla pubblica amministrazione (responsabile di sbagliate capitozzature). Poi c’è chi dipinge figure di bimbi, altrettanto inquietanti. E altri rubano pioppi. D’altro canto, in carcere il felice serial killer (di cattivi) Alberto Bacenigo riceve dai magrebini (che lo proteggono e aiutano) l’incarico di uccidere un detenuto giovane che corre veloce, non sa come sottrarsi e vorrebbe proporre un libro a quattro mani al professore che insegna arboricoltura a Firenze e nel mondo. Sauro trova oscuri quaderni di Siguela, qualcun’altro trama, qualcuno minaccia, qualcuno cerca vendetta, qualcuno allude, qualcuno investiga. Le storie si intrecciano e avviluppano, molto ruota intorno al regno vegetale.

Il medico veterinario e scrittore Ludovico del Vecchio (Modena, 1957) prosegue l’originale cruenta odorosa serie di romanzi verdenero o green thriller, giunta alla quarta avventura (dal 2017), in parallelo con saggi di botanica. I protagonisti sono tanti e la narrazione è in terza molto varia, pur se il perno è il poliziotto, visto il genere. Jan è un ecologista militante che ha interrotto gli studi di veterinaria (ora innaffia pure arbusti al mitico Parco della Repubblica) alle prese con esperienze collettive che all’ecologia si richiamano (Movimento delle Foglie, tree climbers): c’è chi vuole morti i boschi e chi li rinnova (da cui il titolo). Jan ha la Multipla per girare e la Legnano per pensare: prima o poi tornerà dal Maestro. Jan ha un capo e un questore acuti e comprensivi, a loro modo: segreti e dolori riguardano tutti. Jan ha il compagno di volante Bellini, miglior pilota e tiratore delle volanti della città, che vorrebbe forse trasferirsi a Roma per seguire Irma: gli affetti pubblici e privati sono nodi inestricabili di cortecce (morte e vive). Le storie ci sono, spesso sagge; l’intreccio giallo noir pure, talora troppo sincopato e non perfettamente ritmato. Il romanzo è godibile e impariamo molto sulla corretta gestione di rami e alberi, sui movimenti e sulla straordinaria atmosfera delle piante (esergo della seconda parte con Darwin). A un certo punto Sauro e Martina non possono che bere vino bianco australiano. Aspettando Cecilia e lavandosi bene in cella, Alberto canta una musica e nella mente scandisce silenziose parole di Édith Piaf.

 

Francesco Musolino

«Mare mosso»

Edizioni e/o

188 pagine, 16 euro

Cagliari e Mar di Sardegna, prevalentemente. La notte di Natale 1981. Il trentenne Achille Vitale (Palermo, 15 luglio 1951) monta la guardia presso la sede operativa principale della Sirena Mare Spa, l’azienda che gestisce rimorchi e salvataggi in quell’area del Mediterraneo. Si è offerto perché la compagna Brigitta e la loro figlia Nina (di sei anni) sono fuori. Arriva un drammatico SOS: c’è un mercantile nero alla deriva, abbandonato dall’equipaggio al largo di Oristano; il cargo (da novecento tonnellate) era partito da Port Mahon a Minorca diretto ad Atene, ma se l’è preso il maestrale; si chiama Izmir, dovrebbe contenere circa seicento tonnellate di pesce e batte bandiera boliviana; si è infilato in una golfatina a nord, proprio sulla spiaggia di Santa Caternina di Pittinuri, in culo al mondo, contro ogni logica; s’annuncia bufera, sarà complicato. La lunga notte d’agitazione (ma di festa per larga parte del resto del mondo) consente ad Achille di ripensare e ricordare cosa lo ha portato a quel pericolo di vita: gli studi e infine la scelta dell’Accademia Navale a Livorno, la conoscenza a Venezia di Brigitta (una coetanea e libera modella svedese, bionda con gli occhi azzurri), la gelosia e l’incontro scontro con un potente e stronzo commilitone, la proposta di lavoro del Cavaliere napoletano 65enne e il trasferimento a Cagliari da circa cinque anni, l’amicizia con il tenente di vascello triestino Zeno Parodi alle prese con le rotte dei trafficanti di armi e droghe. E qualcosa di sospetto c’è davvero rispetto al carico della Izmir, dalla Grecia Mister K manda i suoi uomini, difficile uscirne vivi.

Il giornalista culturale e scrittore Francesco Musolino (Messina, 1981) prosegue la recente bella carriera di romanziere. La storia prende spunto da accadimenti reali e si concentra nell’accurata descrizione di dinamiche e manovre per navigare con perizia fra più imbarcazioni (dell’epoca) col mare mosso (da cui il titolo). In questo bel romanzo fra i flutti, la narrazione è al tempo presente; quasi tutta in prima persona, ventotto brevi concitati pensierosi capitoli (Achille è assediato dai ricordi degli anni appena trascorsi); in terza persona sono soltanto il prologo e l’epilogo (due mesi dopo), oltre a qualche “intermezzo” (in corsivo su vicende parallele o altri personaggi). È con gli occhi del protagonista che conosciamo affetti e dispetti degli altri pochi coinvolti, la vicenda familiare, i compagni di lavoro alle prese con lo stesso arduo salvataggio, i brutti incontri, le preoccupazioni dell’amico investigatore (scapolone trentacinquenne). Ogni capitolo cita una frase in esergo: si comincia con Corto Maltese (“Sarebbe bello vivere come una favola”) e si finisce con Ken Kesey (“Ocean Ocean I’ll beat you in the end”). Carmine e Maria brindano con vino di Gragnano, il veneziano da generazioni usa Ribolla per calmare/allietare le serate. Tante musiche di quei tempi, Brigitta mette Paolo Conte in vinile sul vecchio giradischi, prima che compagno e figlia escano: “Via con me” (1981).

 

Tony Hillerman

«Donna che ascolta»

traduzione di Seba Pezzani (originale del 1978, prima edizione italiana)

HarperCollins

280 pagine, 15 euro

Riserva indiana al confine tra Utah e Arizona. Quasi 50 anni fa. C’era una volta uno straordinario colto scrittore, nato povero, veterano pluridecorato della Seconda guerra: Anthony G. Tony Hillerman (Sacred Heart, Minnesota, 1925 – Albuquerque, Nuovo Messico, Yootó Hahoodzo, 2008). Dal 1970 collocò con maestria crimini nel contesto delle riserve dei nativi, tribù navajo, hopi, zuni. Qui parte dai primi due delitti cui ha assistito inconsapevole Margaret Sigaretta, chiamata Occhi Ciechi e “Donna che ascolta” (da cui il titolo), un’anziana donnona sciamana cieca navajo, che era andata all’hogan del vegliardo Hosteen Tso con la bella 16enne nipote (figlia della sorella) Anna Arcitty, entrambi uccisi. Tre mesi dopo non sono stati trovati né movente né colpevole. Ci prova con gusto e acume il fiero razionale tenente della polizia tribale Joe Leaphorn e, per capire, deve immergersi fra gli skinwalkers delle sue antiche culture amerindie, inspiegabili in altri ecosistemi umani. Imperdibile.

 

José Luis Correa

«Quindici giorni di novembre»

traduzione di Alberto Malcangi (1° edizione italiana 2010, originale 2003)

Del Vecchio editore

232 pagine per 7.90 euro

Las Palmas, Canarie. Un novembre di 20 anni fa. Il 44enne Ricardo Blanco, dopo avventure e disastri e la fuga più o meno giustificata di varie donne, ha aperto con un socio l’agenzia investigativa Blanco&Moyano, uffici in Calle Triana, bruttina ed efficiente la segretaria Inés. Si presenta una bella ricca rossa: María Arancha Maracha Manrique, gli chiede di verificare se è un suicidio la morte (colpo di pistola alla testa) di Antonio Toñuco Camember con in quale avevano deciso di sposarsi a primavera. Lui si finge un compagno di università per frequentare amici e parenti, incontrando le menzogne e ipocrisie dei “figli di papà”. La ragazza lo conquista, altri muoiono e lui rischia la vita spericolata che ha scelto, disincantata e illudibile come in tanti dei colleghi personaggi (di gialli e film noir) che cita (Carvalho davanti a tutti). L’insegnante filologo José Luis Correa (Las Palmas, 1962) presenta con garbo in “Quindici giorni di novembre” il suo “classico” protagonista seriale.

SEI

Loriano Macchiavelli

«Sarti Antonio e l’amico americano»

Einaudi (1° edizione Garzanti-Vallardi 1983)

240 pagine, 16 euro

Bologna. 1982, quarant’anni fa circa. Uno studente americano, ricco e stimato, vola nudo dalla finestra del suo appartamento al terzo piano. Accorrono l’ispettore capo Raimondi Cesare e il sergente Sarti Antonio, il primo non ha dubbi sul suicidio, così va l’iniziale rapporto. Ma l’archivista e Rosas (il talpone) manifestano dubbi e si finisce per rimestare in uno scandalo di proporzioni internazionali. Alla grande Loriano Macchiavelli (Bologna, 1934) in “Sarti Antonio e l’amico americano”! Nel tempo sono cambiati i riferimenti per giudicare persone e avvenimenti, costumi e ideologie, Bologna e contesto tecnologico. Restano l’inventiva, il senso dell’ironia, l’ampia visione degli avvenimenti, l’ottima ricerca di temi interessanti da innestare nel romanzo, le straordinarie qualità narrative del maestro del giallo noir italiano, qui già alla decima avventura del suo delizioso mitico protagonista. Vale la pena rileggere quei giorni raccontati da chi li ha vissuti con acume e passione.

 

Luca Crovi

«Il mistero della torre del parco e altre storie»

Sem edizioni

202 pagine, 17 euro

Milano e non solo. 1926-1933. A Parco Sempione nella tarda mattinata del 9 agosto 1933, alla presenza del ministro dei Lavori Pubblici onorevole Crollalanza, sta per essere pomposamente inaugurata l’agile snella ardita Torre Littoria (pure con un pranzo nella magnifica terrazza), centootto metri e sessanta centimetri, il secondo luogo più alto della città (circa un metro meno della Madonnina del Duomo), il quinto d’Europa (Eiffel a Parigi, a Berlino, a Grenoble), architettata da Gio Ponti, costruita in 68 giorni. Già qualche settimana prima, dopo una serie di furti, su cortese richiesta personale dell’architetto, era dovuto intervenire il buon mite commissario Carlo De Vincenzi, convincendo El Pinza, il capo dei malnatt della ligéra a restituire tutti i materiali rubati in cambio dell’assunzione di un paio di operai del Bottonuto, il quartiere più nero della città. Quella stessa mattina presto, il custode del cantiere trova nella cabina dell’ascensore della torre il cadavere di un uomo con in testa una maschera antigas, si tratta del sottufficiale Sigismondo Remigi della Compagnia Speciale X, decorato sul campo per le azioni svolte durante la Grande Guerra. Ci fu un sospetto su una di quelle azioni, forse mandarono a morire un manipolo di Arditi con maschere difettose. Ora che l’edificio è stato tranquillamente completato, si tratta di un delitto eclatante, De Vincenzi indaga e, come immaginava, seguono poi altri omicidi, probabilmente ancora connessi a quell’antico episodio. Il commissario dovrà andare a Luino nella magnifica Villa Salvi per ricostruire ingiustizie e giustizie. Il bel racconto è costruito con le tecniche dei feuilleton più classici, fu pubblicato a marzo 2020 durante la pandemia dal quotidiano “Il Giornale”, dieci puntate di circa 1.800 battute (qui con alcune aggiunte), ed è il più lungo e complesso di una deliziosa raccolta di oltre una decina di storie con protagonista il personaggio di Augusto De Angelis, cui il racconto (inserito verso la fine) dà il titolo complessivo.

Ennesima ottima prova letteraria per il critico creativo, conduttore radiofonico, storico del genere giallo ed esuberante fumettologo (alla Sergio Bonelli Editore) Luca Crovi (Milano, 1968). Il racconto “Un pescecane all’Arena”, ambientato nel luglio 1926, costituisce la prima avventura di De Vincenzi scritta dall’autore contemporaneo e risale al 2018, precedente dunque il romanzo d’esordio della serie (“L’ombra del campione”, Rizzoli 2018), continuata con due romanzi nel 2020 e 2022 e ora con questa intera raccolta ben congegnata come un unicum, un romanzo a episodi sul commissario. A impersonare il filo narrativo e a farci da Virgilio sul protagonista è, infatti, la sciura Matilde Maria Ballerini, la vedova portinaia tuttofare della piccola casa di via Massena dove lui abita, ispirata alla bisnonna di Crovi. Maria adora De Vincenzi (il “poeta del crimine”) e legge molto. Quando, in modo apparentemente casuale, trova una sua cartellina azzurra, scopre che contiene una lettera del commissario al dottor Augusto De Angelis (1888-1944, lo scrittore dell’epoca che ha dato lo spunto a Crovi), dove si parla della loro collaborazione per il giallo in via di pubblicazione, “Il banchiere assassinato”, e De Vincenzi annuncia di voler allegare foto, materiali e, soprattutto, dattiloscritti “abbozzi di storie”, da cui forse ricavare altri romanzi, già con molti dialoghi in milanese o malavitoso (il rapporto del commissario con i criminali è una delle chicche già nel grande De Angelis). Siamo nelle mani (sempre in terza persona) dell’acuta sensibile portinaia che si gode ogni foglio, commenta le trame, aggiunge citazioni e poesie (debitrice verso molti libri del padrone di casa, da Platone a Sant’Agostino e a vari poeti italiani e stranieri), descrive le immagini (una ventina in tutto, splendidamente in bianco e nero, provenienti dal Fondo Riccardo Bauer, come spiega nell’appendice Crovi, che conclude il volume costruendo un racconto in cui Bauer incontra De Vincenzi). Nei successivi racconti il commissario incrocia con garbo Alfred Hitchcock, Antonio Gramsci, Nguyễn Sinh Cung (Hồ Chí Minh), Nicolò Carosio e molte altre personalità poi divenute famosissime, davvero storicamente capitate in quegli anni a Milano (in questura, in carcere, nella Trattoria della Pesa, in stazione e in altri luoghi topici descritti con maestria, pure fuori la città). Lo spunto è in un fatto di cronaca (se criminale, più furti che omicidi) o in una contingenza sociale e istituzionale. Lo stesso De Angelis si doterà della cartelletta. Nella gita in Piemonte un oste truffaldino rifila agli avventori Bracchetto annacquato. Stramilano cantata da Cravel.

 

 

Redazione
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