Cupe le trombe del sogno

di Mark Adin

Nella stazione di polizia, in una stanzetta spoglia, Tiresia parlava, concitato e febbrile: un muro di uomini si era abbattuto sulla costa, sulla quale  erano state, nel tempo, innalzate centinaia e centinaia di case abusive, in spregio a ogni legge. Gli uccelli, i cani animavano il buio con un frastuono di urli, fischi, latrati e schiocchi, come impazziti.

Lo tsunami si era via via ingrossato sui bambini caduti a terra, sui quali camminavano uomini e donne. Alcuni li gettavano davanti ai loro passi, li calpestavano le stesse donne che li avevano partoriti perché quei corpi erano ponte, erano il ponte gettato per raggiungere la meta.  Era il prezzo.

Il poliziotto che interrogava Tiresia era di razza bianca, sudafricano, figlio di Boeri, tormentava il profeta con scosse elettriche, la macchina della verità fuori uso, una radio mandava musica fatta di colpi di rullante  e squilli di tromba.

Fumavano tutti. Entrò nella stanza un militare e percosse, rabbioso, il visionario: “Cos’altro succederà, vecchio? Parla o ti uccido”. Ma Tiresia aveva perso la sua fluente parola, ammanettato, le braccia dietro la schiena, sanguinava e chiamava la morte che lo salvasse da quella notte che partoriva il Male, troppo affollata la sua cecità per poterla scrutare.

Continuava a ripetere, a descrivere nel terrore la visione della marea di donne e di uomini che aveva sommerso il mondo dell’abuso e dell’abbondanza.

Il profeta non era più tale, parlava solo di ciò che era già accaduto, parlava ormai al passato, perciò alla Polizia intollerabile. “Fa’ il tuo lavoro, canaglia! Parla, lurido invertito!”

E questo era vero, perché Tiresia aveva “invertito” il suo compito, la sua funzione. Parlava del passato e non più del futuro, quando i Caìni volevano a tutti i costi sapere come sarebbe andata, e impazzivano di paura presagendo la fine.

Lo torturavano a calci e pugni, sadici, gli scoprivano il seno, deridendone con ferocia la sua doppia natura. Colpivano, con lo sfollagente, le fragili sue spalle di vecchio:

“Presto, dicci che cosa vedi, porco, prima che crepi, testa di cazzo! Parla, bastardo!”

I lunghi capelli, già bianchi, ora intrisi di sangue, raccolti in un grumo. Tiresia alzò un grido disperato, la camicia lacerata sulle poppe avvizzite, incatenato alla sedia, chiamò gli Angeli ma nessuno di essi rispose: si erano dati una impossibile morte, nel tentativo di salvarsi da quella vista, prima che li uccidesse il loro stesso dolore.

Fuori, nel buio, divampavano incendi e si udivano grida e colpi di armi da fuoco. Un sasso aveva rotto improvvisamente un vetro della finestra che dava sul cortile, un altro, il clamore assordante. Bagliori, urla sempre più alte e vicine. Sarebbero entrati e avrebbero ucciso, rubato, violentato, saccheggiato, devastato. Erano centinaia di migliaia forse milioni. L’inevitabile orda, lo sciame brulicante di uomini insetto, di puntolini, di teste ricciute, nere come la stessa notte, affamati, reclamanti giustizia, giudici a loro volta, stava irrompendo inarrestabile, mentre Tiresia abbandonava le forze e, sotto i colpi, spirava.

Svegliandosi di soprassalto, Gregor Samsa ricompose il respiro e ritrovò la coscienza.

“Ma noi saremo più composti – pensava, scacciando gli ultimi cascami del sogno –  non ci faremo fregare. Abbiamo letto i classici, noi, sappiamo bene come vanno le cose. Li fermeremo, i pezzenti, sapremo capire per tempo e ancora una volta li metteremo sotto, inventeremo una guerra, propagheremo nuove malattie, faremo campagne di sterilizzazione di massa, li affameremo, sì, li bruceremo col napalm, avveleneremo i pozzi, impesteremo l’aria, li deruberemo delle materie prime, li impoveriremo, mettendo al governo dittatori corrotti. Così non dilagheranno, costruiremo argini di cemento armato a questo mare d’ebano, saboteremo i ponti.  Vivremo ancora degli anni, anche se i nostri figli saranno sempre più deboli e malati, e ci accuseranno a viso aperto. Uccideremo anche loro. Controlleremo con il satellite il nuovo ordine del mondo.”

Infine guardò le sue sei zampette, segmentate e pelose, agitarsi nell’aria, e lo colse definitivamente il terrore.

In quell’istante mi sveglio anch’io, in quell’istante preciso, che non è mica il mio sogno, è quello di un altro, c’è stata una interferenza, qualche volta non funziona il fine tuning, sapete com’è. Càspita, meno male.

In ogni caso son qui che prego che venga l’alba, prego che arrivi la luce del giorno, che mi sciolga l’angoscia e l’orrore di questo sogno non mio, per il quale avrei voluto stenografe al mio capezzale, alle quali dettarne i particolari come un corrispondente di guerra.

Siamo sessanta milioni ad abitare la nostra penisola, su sette miliardi che calpestano il suolo. In Italia siamo dunque all’incirca la centoventesima parte del tutto.

Bene, sta arrivando il mattino, ci siamo. Voglio chiamare subito i miei figli, voglio dir loro che gli starò sempre vicino. Anzi no, meglio chiedere “a loro” di starmi vicino per darmi la forza di non aver più paura, per essere là dove la vita richiede.

Redazione
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Un commento

  • Uno squarcio apocalittico, in cui rivelazione biblica e profezia greca si intrecciano, fondendosi nelle profondità della nostra cultura occidentale. L’ultimo dei nostri incubi, il più temibile, quello in cui la coscienza della colpa apre voragini, perché sappiamo di essere colpevoli. Sappiamo che dalle invasioni dei barbari, che hanno distrutto l’Impero, ci siamo ricostituiti più forti di prima, grazie anche – e soprattutto – all’invenzione di una nuova religione, che chiamiamo da circa duemila anni “cristianesimo”.
    Le invasioni… Da qualche decennio, ormai, prevale la definizione di “migrazioni”, proprio come quelle che avvengono oggi sulle coste di un’Europa in balia del panico. Invasioni o migrazioni? L’uno non esclude l’altro.
    Tuttavia se i nostri padri romani, in fondo, furono tendenzialmente vittime di un cambiamento socio-politico, nel senso che davvero l’Impero – pur nella sua violenza conquistatrice – era riuscito a civilizzare e a portare benessere, infrastrutture e una certa omogeneità culturale, noi uomini della globalizzazione, figli della Rivoluzione francese e del suo fallimento, siamo tutti coinvolti nella sperequazione che ha diviso il mondo tra ricchi e poveri. Un po’ come nella Francia anciène régime, nobiltà-clero-terzo stato: noi o siamo clero o siamo nobiltà. Il Terzo stato muore di fame e malattia e, ormai da almeno un decennio, preme alle nostre frontiere e ci travolgerà, vendicando i milioni di morti che l’AIDS, la fame, le guerre, le carestie, lo sfruttamento, NOI abbiamo causato direttamente o indirettamente.
    Non ci sono puri nella nostra società, neppure il bambino appena nato lo è, il sangue dei padri ricade sui figli, nessuno di noi è esente dalla colpa millenaria…
    E nella visione di Tiresia, nell’incubo dello Scarafaggio, leggo la nostra fine – forse l’inizio di una nuova era – ma sarà comunque la nostra fine: predatori ed egoisti saranno anche i nostri successori, perché “il male viene dall’uomo”. Ed è appunto nell’apocalissi di Tiresia che mi manca un elemento, fondamentale nelle apocalissi bibliche: la voce di Dio.
    Siamo così evoluti che non riusciamo non solo più a sentirlo, ma abbiamo anche perduto la speranza di cercarlo… Eppure questo Dio del XXI secolo è speciale. Abbiamo distrutto tutto ciò che si poteva, abbiamo giustamente condotto ai limiti la critica alla religione, ma Dio mi sembra che comunque possa sopravvivere nonostante i tentativi reiterati di negarlo. Questo Dio del XXI secolo non più onnipotente, ma incomprensibile – dato che, se esiste, più che mai resta Mistero. Un Crocifisso che rovescia i paradigmi esistenti e obbliga gli uomini allo sforzo della comprensione; un Dio che non interviene più nella storia a difesa dei giusti, vendicando gli umili e i soprusi; un Dio che permette alle forze del male di vincere costantemente… Incomprensibile.
    Eppure la voce di Dio nell’apocalisse di Tiresia mi manca tanto…
    E se la sua voce fosse tra quella degli uomini donne bambini che premono incalzando con il loro muro di carne?

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