Daniele Novara: Gianni Rodari e la creatività

Il 14 aprile di 30 anni fa moriva dopo una breve malattia e a soli 59 anni il grande Gianni Rodari. Con la sua scomparsa finiva una delle stagioni più nitide e brillanti della pedagogia italiana. Una pedagogia che aveva alle spalle Maria Montessori e che nel frattempo aveva ottenuto l’ingresso dei genitori nelle istituzioni scolastiche, la partecipazione studentesca, fra i più avanzati nidi e scuole dell’infanzia dell’area industrializzata, Don Milani e la sua denuncia alla scuola classista, le prime esperienze di educazione degli adulti con Danilo Dolci in Sicilia negli anni cinquanta, il Movimento di Cooperazione Educativa (Mce) guidato da Mario Lodi, la miglior legge del mondo sull’integrazione dei portatori di handicap a scuola.

Rodari non è solo il più importante scrittore per l’infanzia italiano del Novecento, coi suoi libri tradotti quasi in tutto il mondo, ma è anche la metafora di un forte cambiamento della relazione fra padri e figli, fra insegnanti e alunni.

Introducendo la creatività come criterio generativo l’apprendimento e le relazioni, ristruttura il tessuto scolastico e familiare con una forza ben maggiore di tanti trattati pedagogici.

Non più i bambini a cercare un adattamento alle aspettative adulte, ma gli adulti che costruiscono spazi e occasioni per stimolare l’apprendimento dei più piccoli.

È un ribaltamento sostanziale, che lascia alle spalle una narrativa infantile melensa e moralistica, per decostruire la realtà sui bisogni di espressività infantile.

La plasticità cerebrale ed emotiva dei bambini può produrre vari esiti. Dipende dal contesto in cui si trovano a vivere, dalle occasioni, dalle opportunità, dalla libertà con cui possono esplorare, conquistare, ridefinire l’ambiente.

Oggi viviamo in un mondo apparentemente privo di controlli e inibizioni ma che, in realtà, risulta particolarmente soffocante. Si impongono ai bambini e alle bambine stimoli stereotipati creando dipendenze difficili da rimuovere.

La sovraesposizione televisiva e quella tecnologica rischiano di produrre, o forse hanno già prodotto, danni consistenti nel sistema di elaborazione creativa infantile.

Se la creatività è esperienza, tutto ciò che al contrario rappresenta inglobamento puramente passivo diventa rischioso.

Non è questione di grandiosità degli stimoli, ma piuttosto di approccio, di metodo, di relazione con il bambino.

Una delle più grandi scoperte che fece Gianni Rodari nel suo celebre libro, Grammatica della fantasia, fu la semplicità di una tecnica denominata “binomio fantastico”.

Si propone ai bambini di sorteggiare due parole a caso tra le tante possibili (gatto-mattone, forchetta-stivale, bicicletta-nuvola). Sulla base di questi accoppiamenti, i bambini e le bambine, in vario modo, inventano una storia, una situazione, un episodio, cioè strutturano una connessione possibile, mettendo in relazione qualcosa che apparentemente non ha relazione, abituandosi così a uscire dal già noto e a utilizzare il già noto in maniera inedita. La straordinaria fertilità con cui i bambini rispondono a questo semplicissimo esercizio denota come ci sia una predisposizione allo staccarsi dalle cornici ovvie e scontate, al vedere le cose dall’esterno, scoprendo nuove potenzialità.

Si tratta di qualcosa che attiene alla natura profonda dell’essere umano, alla sua capacità di costruire e ricostruire la realtà, di individuare nuovi percorsi, cioè della sua capacità culturale in quanto tale. Una capacità che spesso sfocia in azioni controproducenti, ma che, sostanzialmente, nasconde un tesoro enorme di ricchezze e risorse. Questo tesoro va coltivato nella prima infanzia perché in questa età si formano le predisposizioni a vivere in maniera inedita e creativa l’intera esistenza.

Oggi la creatività viene confusa con l’eccitazione, con una continua ed eccessiva offerta di stimoli, sensazioni visive, programmi tv, manipolazioni tecnologiche che lasciano ben poco spazio alla decantazione fantastica dei bambini.

Rodari ci richiama a una visione essenziale della creazione infantile, a quel poco che è tanto perché lascia quel margine di apertura e ricerca che garantisce lo sviluppo delle idee. Il superfluo soffoca una generazione che in realtà dispone di risorse mai avute precedentemente.

Fra l’essenziale e il superfluo, lo sviluppo della creatività non ammette dubbi su cosa scegliere.

Con grande piacere ospito Daniele Novara del Cppp (centro psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti). PER SAPERNE DI PIU: http://www.cppp.it/novara.html

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