De Giovanni, Lem, Winegard, Statovci con…

con due coppie (Bischi-Calanchi e Guidorizzi-Romani) ma anche Marco Trionfale (in realtà un trio)

7 recensioni di Valerio Calzolaio

Marco Trionfale

«Albeggerà al tramonto»

Marsilio

382 pagine, 16 euro

Corvina, Romagna. Tra poco. Baldi è il comandante della banda della frazione Fratti, Ercole il suo braccio destro. Si ritrovano al New Age, in passato casa del popolo e sede del Pci, insieme ai compagni di un tempo, già assidui a ogni Festa dell’Unità, oggi anziani buontemponi. Un dì d’agosto la tv annuncia l’approvazione dell’atteso decreto di solidarietà generazionale, molto sostenuto dal Partito della Gioia: prevede che tutti i pensionati, per ricambiare chi di fatto li mantiene, siano tenuti a svolgere per sette ore alla settimana attività di volontariato coatto sotto la guida degli Amici di Quartiere. Decidono di ribellarsi, da loro potrebbero significare “grandi opere” di pessimo impatto. Al grido di Fatinculé!, fra nuovismi e rimpianti, ne succedono di tutti i colori, non è nemmeno escluso che «Albeggerà al tramonto», comico titolo di un allegro bel romanzo di tre amici ravennati, appositamente divenuti Marco Trionfale (Mirta Contessi, Franco Costantini, Leonardo Fedriga).

 

Gian Italo Bischi e Alessandra Calanchi

«Arrivano! Sciascia e gli americani»

prefazione di Valerio Varesi

contributi di Stella Mattioli e Luigi Tassoni

edizioni Aras

128 pagine, 15 euro

Dagli Usa in Italia. Novecento. I padri dei due autori docenti universitari Gian Italo Bischi (Urbino, 1960) e Alessandra Calanchi (Bologna, 1959), il maestro e partigiano marchigiano Giovanni e l’impiegato ferroviario e scrittore emiliano Giuseppe erano lettori forti di letteratura americana, adolescenti negli anni che portarono alla seconda Guerra mondiale, giovani bel primo dopoguerra, maturi negli anni Cinquanta e Sessanta. Come Sciascia, anche lui avido lettore degli americani e, tra essi, degli scrittori della nuova scuola hard-boiled, a partire dal capostipite Dashiell Hammett. Ne parla Varesi nella prefazione spiegando la fertilità di quel genere poi divenuto noir per la carica di denuncia e di prefigurazione (propria anche dei romanzi del grande autore siciliano). “Arrivano!” contiene vari saggi sul primo impatto dell’arrivo in Italia della narrativa d’oltreatlantico, prima e dopo il 1943, nella forma anche dei racconti, attraverso il continuo riferimento a Leonardo Sciascia.

 

Giulio Guidorizzi e Silvia Romani

«Il mare degli dèi. Guida mitologica alle isole della Grecia»

Raffaello Cortina editore

300 pagine, 20 euro

Antica Grecia. Isole. Delo è una piccola isola di 3,4 km², 340 ettari fulcro dell’arcipelago delle Cicladi sul mar Egeo, oggi disabitata, uno straordinario sito archeologico sapiens, babele linguistica, banca e santuario di storie leggende miti dèi eroi. Nell’antichità si chiamava Ortigia e gli abitanti di cinquemila anni fa risiedevano sul monte Cinto (circa 113 metri). Dopo di allora ha sempre “costretto” tanti all’approdo, non ammette che le si stia troppo lontano, è terra di scogli riarsi, impegnati in una battaglia immaginaria con i venti: il meltemi in particolare che, proprio quando attraversa l’isola, sembra caricarsi di furia e rinunciare a calare. Da tempo non si può più dormire a Delo (in quanto “sacra”) e conviene far sosta nella dolce Mykonos, da cui è relativamente facile farsi trasportare con un traghettino o un battello fino allo stesso punto in cui sbarcavano gli antichi di passaggio nel centro religioso e commerciale, al centro di svariate rotte marittime: la riva nordoccidentale del porto antico. Dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 1990, secondo la mitologia è stata fra l’altro il luogo di nascita di Apollo e Artemide (emersa all’uopo) e oggi conserva importanti monumenti che attirano migliaia di visitatori ogni anno. Dopo essersi difesa nelle guerre persiane, cadde nel 454 sotto gli ateniesi. Poi servì a Sparta e all’Egitto. Con l’avvento di Alessandro Magno ottenne nuovamente l’indipendenza e notevole potere economico. Anche i romani riconobbero all’isola lo statuto di porto franco, ma nell’88 Mitridate, re del Ponto, attaccò duramente la colonia latina e vent’anni dopo i pirati deportarono i pochi superstiti come schiavi. L’isola decadde e dal VII° secolo venne completamente abbandonata. Solamente nel 1873, grazie alla scuola francese di archeologia, la Grecia permise l’apertura dei siti. Da lì può ben cominciare il giro guidato a circa una ventina di splendide isole greche, percorrere o leggere la trama di racconti umani che connette l’una all’altra.

Il docente in pensione di letteratura greca e antropologia Giulio Guidorizzi (Bergamo, 1948) e la professoressa associata di mitologia e antropologia Silvia Romani avevano già scritto nel 2019 In viaggio con gli dei. Guida mitologica della Grecia e completano l’opera dedicandosi a una selezione di mitiche isole, con una prefazione a quattro mani e i vari capitoli più o meno equamente distribuiti. La struttura distingue le isole per collocazione geografica e, talora, contesto: la ghirlanda dell’Egeo (oltre a Delo, Santorini, Nasso, Milo, Serifo), sotto il vento del nord (Samotracia, Lemmo), andando verso il largo (Sciro, Eubea, Ikaria), il ponte verso l’oriente (Lesbo, Samo), le dodici isole (Cos, Rodi), le isole di Ninfe e di battaglie (Egina, Salamina), nel greco mar (Corfù, Leucade, Itaca).La chiave di lettura fondamentale è la cultura greca antica, alle radici (da principio solo orali) della nostra civiltà, spesso riferendosi alla rilettura latina antica ed europea contemporanea. Storia e geografia non sono la priorità: la narrazione non segue ogni vicenda successiva ai Greci, né punta sulla biodiversità biologica. Pur sempre di una guida mitologica si tratta, molto ben scritta e leggibile, con significativi riferimenti al meticciato. Ogni capitolo è disseminato di foto e figure, citazioni e rimandi, con minima bibliografia finale. Non mancano riferimenti al possibile doppio isolamento insulare, anche alcune di quelle citate furono terre d’esilio: a Lesbo per vari esiliativi da imperatori romani o nell’802 per l’imperatrice Irene o per migranti disperati oggi (“vittime del fallimento della politica europea sulla gestione dei rifugiati”); a Rodi per Tlepolemo ai tempi della guerra di Troia o per detenuti all’epoca dei Turchi; a Nasso Bute ai tempi del quinto e sesto re di Atene.

 

Maurizio de Giovanni

«Una Sirena a settembre»

Einaudi

262 pagine per 18,50 euro

Napoli. Aprile (forse) 2021. La vecchia Signora sta alla fine di un vicolo senz’uscita, in cima ai Quartieri Spagnoli, e racconta allo scrittore magiche storie che in apparenza non si sfiorano nemmeno, tante donne e uomini e vecchi e ragazzi che non si conoscono o che non sanno di conoscersi, alla fine si scopre che sono dettagli dello stesso quadro, che appartengono alla stessa recita. Intanto spezza ziti in tre pezzi, sbuccia prima melanzane poi patate, spacca pomodori a metà; e le vicende capitano, intorno a una Sirena e ad altre, questa volta. L’irrequieto coraggioso fratello Marco e la splendida canterina sorella Ester (ammaliante come una sirena) s’arrabattano in un buco d’appartamento, rimasti poveri e soli, lei sulla sedia a rotelle. Gelsomina Mina Settembre, assistente sociale al Consultorio Quartieri Spagnoli Ovest, sogna l’agognato bel ginecologo Domenico Mimmo Gammardella insieme a Susy Sirena Rastelli, la nuova compagna dell’ex marito (l’arrembante diligente sostituto procuratore Claudio Coccolino De Carolis), ottima famosa conduttrice del programma “Canto della Sirena” su TeleSirena, poi l’invadente mamma Concetta la sveglia e lei s’arrabbia. L’emittente televisiva è la più seguita della regione e sta predisponendo per la prossima puntata uno storico scoop mozzafiato: un video col bimbo Geppino che si contende un pezzo di pane con un cane in un lercio cortile dei Quartieri Spagnoli, il colmo del degrado, l’orrore della povertà, il ritratto dello squallore, il fallimento dei servizi sociali pubblici, un incanto. Il quartiere si ribella, nessuno va più al Consultorio, Mina s’incazza e coinvolge Mimmo, innamorato. Intanto, il 25enne ingegnere informatico Giorgio lavoricchia suo malgrado nelle investigazioni private, assiste a uno scippo e riesce casualmente a fotografare la moto con i due ragazzi ladri a bordo (uno col tatuaggio di sirena), che travolgono un’anziana, facendola finire all’ospedale in pessime condizioni e in coma. I fili s’incroceranno presto.

Il grande scrittore napoletano Maurizio De Giovanni (1958) prosegue con successo la nuova serie sulla prorompente protagonista apparsa già (per Sellerio) in due racconti di raccolte di qualche anno fa e in precedenti due recenti romanzi. Il personaggio piace, nel 2020 sono stati girati fra l’altro i dodici episodi della serie televisiva con Serena Rossi e le tracce narrative viste sul piccolo schermo già sopravanzano la progressione letteraria, qui Mina e Mimmo ancora non si sono baciati. Siamo abbastanza fuori dal genere giallo o noir, l’intreccio riguarda scene di vita sociale metropolitana, dove non mancano crimini e misteri ovviamente, ma l’incidere è una commistione di dramma divertente e commedia profonda, nella migliore tradizione culturale italiana, a tratti caricaturale. La narrazione è sceneggiata in terza persona varia, meno questa volta sulla volitiva Settembre (con le pettegole amiche sodali) e sul suo ex marito De Carolis (con lo schiavizzato maresciallo). In corsivo, ogni tanto, i gradevoli intervalli dello scrittore dalla vecchia Signora, scuola di vita, entrambi intervengono in prima persona. La trama è ben congegnata, a tratti fiabesca; come al solito lo stile è efficace ed empatico. La sirena ricorre, un simbolo per tante cose sbagliato, una che non era un pesce ma un uccello, una che non illudeva ma era illusa, una che se ne voleva andare ma è rimasta. Mina, comunque, è sempre più attirata da Mimmo (cotto di lei da tempo), ora gli ricorda l’irresistibile Brad Pitt, in ogni situazione di contatto riferibile alle diverse interpretazioni di indimenticabili film; l’attrazione è crescente e reciproca, pur se ancora non si esplicita in gesti e parole. Forse però prima o poi andranno a prendersi una pizza insieme, dopo aver ben risolto altri casi complicati in bella sintonia. La Napoli primaverile vien fuori come sempre alla grande, nel male e nel bene. Mimmo dovrebbe ubriacarsi con il rosso Aglianico del Taburno, Susy e Claudio degustano Greco di Tufo e si chiariscono.

 

Timothy C. Winegard

«Zanzare. Il più micidiale predatore della storia dell’umanità»

traduzione di Paolo Lucca

HarperCollins

568 pagine, 22 euro

Pianeta biodiverso. Da sempre. Solo negli ultimi venti anni gli insetti zanzare hanno provocato in media la morte di due milioni di persone l’anno, per capirci come i virus SARS-CoV-2, “autori” dell’attuale pandemia, in corso da inizio 2020, da circa 18 mesi. Solo che le zanzare esistono da circa 190 milioni di anni e noi siamo in guerra con loro da centinaia di migliaia. Durante lunghi periodi di molti secoli la mortalità in proporzione alla popolazione è stata decisamente maggiore che oggi: la zanzara ha ucciso più persone rispetto a qualsiasi altra causa di morte nella storia dell’umanità, era e resta il più micidiale predatore dei sapiens su questa Terra. Ora dopo di loro ci siamo noi stessi (conflitti, omicidi e femminicidi), poi serpenti, cani. pappataci, mosche tse-tse, dal decimo posto coccodrilli, ippopotami, elefanti, leoni (questi ultimi con 100 vittime l’anno). Ovviamente, a differenza di animali e altri fattori biotici, le zanzare non fanno direttamente del male a nessuno (in parte vale anche per il virus): sono le tossinfezioni altamente evolute che trasmettono iniettando saliva e provocando sanguinamento a essere spesso letali e ad aver generato straordinari e radicali cambiamenti nella nostra vita collettiva, interagendo con politica, guerre, viaggi, commerci e cambiamenti climatici. Fra l’altro, noi sapiens abbiamo avuto una parte importante nella diffusione delle infezioni trasmesse dalle zanzare, con aumenti della popolazione, pressione demografica, migrazioni (più o meno involontarie) e trasformazioni ambientali che favorivano la formazione di habitat ideali alla loro proliferazione. Siamo coevoluti, con reciproci adattamenti: noi per difenderci meglio, loro per colpirci comunque, per entrambi una questione di sopravvivenza. Facciamo il punto, sentiremo ancora parlare di zanzare.

Lo storico e saggista canadese Timothy Tim Winegard (Sarnia, Ontario, 1977) narra con maestria la geopolitica delle relazioni fra la famiglia delle Culicidae (circa 3540 specie) e il genere Homo (una ventina di specie, noi l’unica rimasta da 40 mila anni). La zanzara ha già: colonizzato praticamente ogni angolo del nostro pianeta, divorando un’enorme varietà di animali (compresi i dinosauri); assassinato complessivamente circa 52 miliardi di persone; accompagnato l’ascesa e la caduta di antichi imperi; svolto un ruolo decisivo nei contesti bellici; dato vita ad alcuni paesi indipendenti, asservendone e soggiogandone crudelmente altri; paralizzato e devastato intere economie; insomma è stata l’ago della bilancia di eventi che hanno determinato o favorito la creazione dell’ordine (disordine) mondiale moderno. Fin da bambino l’autore dichiara di aver oscillato (come molti umani) tra una profonda repulsione e un autentico rispetto. Il suo libro motiva entrambi gli atteggiamenti, è una storia ricca di dati e fatti. Prima rapidamente spiega le malattie che ne derivano in relazione alle altre specie, poi narra l’impatto sulle umane vicende, sempre dal punto di vista della zanzara: le città greche e l’impero romano, le Crociate e Gengis Khan, lo scambio colombiano dopo il 1492, l’occupazione delle Americhe, la creazione della Gran Bretagna, le guerre coloniali, la Rivoluzione americana, le guerre di liberazione, l’imperialismo, le primavere silenziose. Diciannove densi capitoli, note e bibliografia scelta, un libro compatto senza indici (col solo sommario). Un capitolo terribile e molto interessante riguarda i primi viaggi di Colombo, l’inizio della colonizzazione spagnola e prima l’introduzione poi l’insediamento nelle Americhe di zanzare micidiali, con la successiva moria di vite umane mietute dalla malaria, dal morbillo e da altre malattie. Fino ad allora, migrazioni e passaggi polari dei primi sapiens avevano “congelato” qualsiasi tipo di trasmissione parassitaria, successivamente fu ecatombe.

 

Stanislaw Lem

«Ritorno dall’universo»

a cura di Francesco M. Cataluccio; traduzione di Pier Francesco Poli (originale: 1961)

Sellerio

384 pagine, 15 euro

Terra nostra e galassie lontane. Secoli prima e dopo. Dopo una lunga spedizione galattica, Hal Bregg torna a casa, sulla Terra. Ha volato per 127 anni del tempo terrestre e 10 per il tempo di bordo, lui è partito trentenne (in 23 su due astronavi) e ora ha biologicamente quaranta anni, ma ormai secondo gli orologi del nostro pianeta sarebbero centocinquantasette, trova tutto cambiato, sembra più egualitario e stabile. In meglio o in peggio, dal suo punto di vista, è difficile dire, si sente terribilmente escluso, forse è un incubo (di cui pentirsi). Ritorno dall’universo è narrato in prima persona per aiutarci a riflettere bene. Il medico e celebre scrittore polacco Stanislaw Lem (Leopoli, 1921 – Cracovia, 2006) lo pubblicò cinquant’anni fa, appena prima del notissimo Solaris (1961). L’autore da qualche anno è in via di meritata ripresentazione, anche questa distopia merita accurata attenzione (si può leggere a riguardo la bella postfazione).

 

Pajtim Statovci

«Gli invisibili»

traduzione (dal finlandese) di Nicola Rainò

Sellerio

228 pagine, 16 euro

Pristina, Kosovo. 1995-2004. Arsim è un ragazzo albanese, 24enne studente di letteratura, storia e inglese, viene da Podujevo, a nord-est rispetto all’università; Miloš è un ragazzo serbo, 25enne studente di medicina, viene da Kuršumlija, ancora più a nord-est, oltre il confine. S’incontrano, si siedono insieme al tavolino di un bar, si amano, sebbene il primo sia già sposato da 4 anni con la bella dolce Ajshe che ha subito capito che quando fanno l’amore lui fa in fretta, finge di venire senza eiaculare, evita che lei lo tocchi. Poi arriva la guerra, serbi contro albanesi, Arsim fugge e diventa un pessimo marito e padre, Miloš un chirurgo nell’oscurità della guerra: non potranno mai dimenticarsi, drammaticamente. Un altro splendido romanzo sull’identità nelle guerre, “Gli invisibili” (Bolla) per il colto giovanissimo autore, già osannato e premiato ovunque, Pajtim Statovci (Kosovo, 1990), cresciuto a Helsinki dove si trasferì la famiglia (in fuga dalla guerra) quando aveva due anni.

 

La Bottega del Barbieri

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