De-umanizzare i cinesi

 di Giuseppe Faso (*)

Una settimana prima di Pasqua, un mio amico fraterno, Paolo, di 49 anni, a piedi, ha subìto un grave incidente, a Casalecchio di Reno. I giornali ne hanno dato notizia solo tre giorni dopo e, forse accortisi che si trattava di persona molto nota e amata, si sono inventati che era fra la vita e la morte. Non che Paolo stesse bene: ma l’allarme era del tutto ingiustificato. Mala professionalità.

Negli stessi giorni, a Prato, un altro uomo di 49 anni, a piedi, è stato investito da un’auto. A lui è andata peggio, l’han trovato all’alba in un fosso, ucciso. E peggio gli è andata anche nel trattamento sulla stampa. Era di origine cinese, e ha subìto, da morto, quella «ontologizzazione delle minoranze» etichettate come «inassimilabili», di cui parla Chiara Volpato («Deumanizzazione», Laterza).

«E’ probabile che sia stato investito da un’auto pirata ma non si esclude nessuna pista» fa dire la cronista ai carabinieri (Laura Natoli, su «La nazione», Prato, 28 marzo 2013). Anche se si ammette che «le lesioni al viso sarebbero compatibili con un investimento», la tentazione di una spiegazione differente si ripresenta per ben tre volte nel breve articolo: «Non si esclude, però, che l’uomo sia morto da un’altra parte e che sia stato scaricato nella notte nel fosso sulla tangenziale»; e dopo: «Un’altra ipotesi che non viene scartata, è un collegamento con la rissa avvenuta martedì sera in una tavola calda poco distante dal luogo del ritrovamento del cadavere».

Non si esclude e non si scarta nulla, nell’incidente di Prato; in quello di Casalecchio, si dà per certo che Paolo, a piedi, sia stato investito a causa di uno scontro fra un’auto e una moto; a Prato, si insiste a ipotizzare moventi misteriosi, ragioni criminali, azioni occulte: sono cinesi! E se ci si dovrà rassegnare all’incidente, ecco pronta una riflessione che rimette a posto le coscienze (anche quella dell’investitore): «Certo è che per i cinesi è prassi comune camminare lungo la tangenziale, anche di notte, per raggiungere le fabbriche di Iolo dove lavorano molti orientali. Col buio e vestiti di scuro è difficile vederli». Vanno di notte, lungo le strade ad alta velocità, vestiti di nero: un pericolo, per “noi” poveri automobilisti.

Da circa vent’anni raccolgo ritagli del genere; ho seguito ricerche e tesi di laurea sulla costruzione dell’immagine degli immigrati dalla Cina, a volte di grande spessore – come quella svolta da Asia Morelli, che ha poi lavorato sulla «Percezione del pregiudizio da parte degli immigrati cinesi di Empoli», con interviste svolte in cinese. Per questo le abbiamo chiesto l’articolo qui di fianco.

Da migliaia di cronache, si ricava poco sui cinesi immigrati in Italia e sui loro figli. Eppure, su di loro abbiamo uno “zoccolo duro” di ricerche, spesso di grande qualità, e persino libri di origine giornalistica, ben fatti (Oriani-Staglianò, «I cinesi non muoiono mai», Chiarelettere e Casti-Portanova, «Chi ha paura dei cinesi?», Rizzoli; entrambi già nel titolo irridenti nei confronti della chiusura mentale “locale”).

Molto si impara, invece, da quella massa di articoli, sulle abitudini dei media. Due le costanti: l’impermeabilità dei cronisti all’informazione, la disumanità praticata e proposta.

Due ricerche – una, conclusa, sull’empolese, l’altra sulla provincia di Prato, in atto – hanno provato a monitorare campioni assai ampi di stampa locale, del 1992, poi del 2001, infine del 2009. Per intenderci: nell’empolese nel 1992 c’erano una quarantina di immigrati cinesi, nel 2009 erano oltre 4.000. Ebbene, gli aggettivi usati, i frames praticati (le “cornici” che guidano l’interpretazione), i temi su cui si soffermano i cronisti sono nel 2009 esattamente gli stessi che nel 1992. In altre parole: una volta che si fu imparato a parlare degli immigrati cinesi, attribuendo loro caratteristiche e atteggiamenti, questi schemi interpretativi si sono fissati e sono stati adoperati anche a distanza di vent’anni, nonostante il numero degli immigrati nel frattempo si sia moltiplicato per cento mentre studiose e studiosi di tutto rispetto, a partire da Ceccagno, Omodeo, Rastrelli ci abbiano documentato molto su queste presenze.

I casi sono due: o i quattromila cinesi presenti nell’empolese si comportano in tutto esattamente come vent’anni fa i primi quaranta – un’immagine della immobilità della “loro cultura”, senza storia né processualità – oppure ci troviamo davanti a schemi interpretativi preformati: quelli che si chiamano “stereotipi”, di cui si beano i cronisti locali, avventizi o maturi che siano. Come commenta una ricercatrice «ci facciamo un’idea della collettività cinese attraverso le parole di chi, per la verità, non la conosce affatto».

Si tratta di quel «cinese consensuale» che è improbabile incontrare empiricamente, costruito nel discorso della “società di accoglienza”, in buona parte sui media. I frames prevalenti sono stati e restano il mistero, le ombre, l’esotismo; la denominazione degli oggetti di tanto disinteresse è sempre la medesima: «orientali», «cinesi», «uomini con gli occhi (invariabilmente) a mandorla», «aziende targate Sol Levante». Per stimare la presenza fra di loro di persone in posizione di irregolarità amministrativa (bollate come «clandestini», stavolta senza il lusso di alcun sinonimo) ci si affida esplicitamente all’intuito o ci si richiama alla “sensazione diffusa” che si contribuisce a costruire: a quel senso comune, per definizione, incapace di alcuna attendibilità.

Incidenti e fatti di cronaca nera vengono circonfusi di mistero: vent’anni fa il caso di una ragazza finita sotto un treno, oggi il 49enne investito e finito in un fosso. Il povero cronista si rappresenta inerme davanti alla «impenetrabilità» linguistica e alla «reticenza» attribuita preventivamente a più di un miliardo di persone, naturalmente in mano alla «mafia gialla». Ogni piccolo episodio di cronaca viene definito «inquietante». Se due genitori portano il figlio al pronto soccorso per una caduta si sospetta (sui giornali, non al pronto soccorso) e sembrano necessarie indagini supplementari per i “cinesi”: «I genitori hanno raccontato alla polizia che il figlio era caduto sabato sera dal girello sbattendo la testa (…) Altre testimonianze raccolte dalla polizia hanno avallato il racconto dei genitori». Anche la posizione delle parole rivela la volontà ossessiva di spostare sul focus la “cinesità” di persone di cui potrebbe invece essere rilevante qualche altra caratteristica, sociale o individuale; ed ecco titoli contorti, come «Arrestato un ‘padroncino’ dei cinesi»:, con inversione di posizione fra il tema e il rema “arrestato”, che in una situazione di comunicazione non falsata preferirebbe stare sulla destra. L’elenco delle forzature, spesso ridicole, sarebbe sterminato.

Ma ciò che colpisce di più è la deumanizzazione cui sono sottoposti individui, cui si nega lo statuto di persone, dotate di diritti e di caratteristiche specifiche, ma soprattutto di dignità umana. Fra i molti procedimenti adoperati, la descrizione (spesso immaginaria, perché dopo i sequestri) di locali dalle condizioni igieniche precarie: «Blitz nel dormitorio-fogna dei cinesi» è un titolo estremo ma tipico. Nell’articolo, tutto un sistema immaginario: «i continui blitz di polizia, carabinieri e polizia municipale non finiscono mai di portare nuove stupefacenti notizie sull’universo dei clandestini». Dopo l’amata (e vergognosa) metafora guerriera del «blitz», le notizie «stupefacenti» e soprattutto l’allontanamento dei «clandestini» in un «universo» remoto da quello del cronista e dei lettori.

Si tratta di un invito alla deumanizzazione che impedisce il rilievo di una pluralità di scelte, condizioni, percorsi, situazioni e sperimentazioni dell’umano. Nel riconoscimento e nell’accoglienza di tali pluralità eserciteremmo la capacità di rispondere alla presenza altrui come umana: in questo movimento del riconoscimento si manifesta e consiste infatti l’umanità di chi parla. La sua mancanza, cui siamo invitati ad aderire, è pura disumanità.  
(*) Questo articolo di Giuseppe Faso è uscito sulla rivista
«Il grande vetro» e poi sul sito di «Giornalisti contro il razzismo» (db)

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