Domani niente – di Mark Adin

Così avrei detto ieri, che era domenica: domani niente. Invece è insorto poi qualcosa che chiamerei senso del dovere – e che poco si accorda con un qualsiasi impegno preso verso di me – perché il dovere, il senso del dovere si intende sempre rivolto agli altri: verso le gerarchie del lavoro o alle persone a cui vuoi bene. Verso se stessi i doveri potrebbero non servire, perché nessuno te ne chiederà mai conto, e dunque si possono eludere, ce ne si può sempre fregare dei doveri verso se stessi, non sono indispensabili. La grammatica del dovere prevede soltanto destinatari oggettivi: “ gli altri”.

Però: sono o non sono IO la persona più importante, il soggetto, come dimostra il fatto che ho un indistruttibile istinto di sopravvivenza, una voglia di vivere non negoziabile? Eppure il mio senso del dovere sembra non riguardarmi. Non sono io il padrone di me stesso? Posso forse ripudiarmi? Non credo. Sono un tutt’uno con me. Allora perché non dovrei sentire nel profondo un dovere qualsiasi?

“Domani niente!”

Così, mentre anche la domenica quietamente finiva, mi ripromettevo di smettere. Basta con questi post. Due anni di appuntamenti possono bastare. Chiudiamo qui l’esperienza. Non avrei voluto finire per fare il verso ad un qualunque opinionista, ruolo tra i più antipatici, perché non mi piace parlare di me.

Devo forse qualcosa a qualcuno?

Beh, se così fosse, allora sì che non dovrei sentirmi libero di smettere. Dovrei tenere conto delle esigenze altrui. Ma siccome non credo di essere così importante, scarto l’ipotesi. Allora che faccio?

Smetto, ringraziando tutte e tutti. Politically correct. Grazie per l’attenzione.

Ieri sera, domenica, mi pareva di sentirmi riposato, avevo appena finito una lettura gratificante, visto un buon film e fatto una pennica pomeridiana da dieci e lode. Stavo bene, tutto ok. Roba da prendere il telefono e decidermi a chiamare, cortesemente salutare, prendere commiato, è stato bello finchè è durato. Cerco il numero.

Poi mi capita sottomano un articolo di giornale che in questi giorni avevo ritagliato e conservato. Lo rileggo ora (che è ieri, attenzione a non perdere il segno) e trovo che, come spesso accade, la realtà è birbona e ci tormenta con la ripetizione di paradigmi, e modelli, e ricalchi di vecchi miti. E si fa misteriosa, getta cortine fumogene che disorientano, e noi – che amiamo smarrirci – ci lasciamo andare.

Come un pesce pescato all’amo, mi dibatto e cerco di sfuggire, infine mi do per vinto.

La storia comincia e finisce con un omicidio, ma non per questo non è una storia, voglio dire che ha un suo tempo in cui si dilata. Diciamo che stabilirne l’inizio è più complicato, ma non rileva.

Matteo Biggi è un portuale, uno di quegli uomini che lavorano al porto di Genova, addetti allo scarico e carico delle merci sulle navi, un lavoratore.

Matteo Biggi è un portuale che lavora al porto di Genova (tutto come sopra) ma è un’altra persona.

Chiarisco: i due hanno lo stesso nome, e lo stesso cognome, e sono entrambi camalli, e hanno entrambi la stessa età, e abitano nello stesso quartiere. Quale scrittore – pur di secondo piano – potrebbe imbastire un racconto su queste basi? Solo la realtà può permetterselo, che non concorre al Pulitzer, e perciò la storia continua.

Ieri sera, domenica, sono rimasto colpito da tanta stupidità. Sì, perché Dio, oppure il Caso (propenderei per Questo e non per Quello, così non mi parte una bestemmia) doveva proprio essere in vena di scherzi. Per quanto è grande il mondo: perché questa coincidenza?

Ieri sera, che oggi è lunedì mattina e porca miseria devo lavorare, ieri sera ci sono rimasto appiccicato a quel ritaglio di giornale e sono andato avanti a leggere, scoprendo che i due – stessa età, stesso lavoro nello stesso posto, stesso quartiere, stesso nome, stesso cognome, si conoscevano pure, e frequentavano la stessa palestra.

Mentre Matteo Biggi, trent’anni, faceva un po’ di pesi, nella palestra della compagnia Unica, madido di sudore, Matteo Biggi, trent’anni, gli si è avvicinato, forse con l’asciugamano al collo, e gli ha bucato il fianco, senza una parola, affondando una lama di coltello. Così, a freddo, senza apparenti motivi. Prima di accasciarsi e rendere l’anima, Matteo con l’ultima voce ha chiamato per nome il suo assassino: “Matteo…”

Ieri sera, domenica, mi sono fermato, ovvero sono riuscito non dico a capire, ma neppure a immaginarlo, questo fatto tremendo. Né, per rispetto, ho inteso di blaterare su qualche metafora facile facile, su qualche considerazione da niente.

Ho cominciato a tenermi stretto, infreddolito, provavo stringente la necessità di parlare di questo fatto, ho avuto bisogno di te che mi stai leggendo, di condividere un sentimento che non sono riuscito a decifrare, che ho tentato invano di isolare e riconoscere.

Stamattina, oggi, mi sentirò meglio, le emozioni saranno state decantate, ma ieri no. Ieri ho avuto un bisogno strenuo che mi leggessi.

E ho sentito il dovere di dirtelo.

Mark Adin

Redazione
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3 commenti

  • è evidente che Matteo Biggi non ha ucciso un’altra persona, ma la propria ombra che,si era resa autonoma e forse aveva assunto comportamenti estranei alla personalità originale e legittima.. E’ un caso piuttosto comune che è successo anche a me, in simili frangenti occorre agire subito, prima che l’ombra si consolidi e si renda troppo concreta, Se no, sono guai.
    In questo caso potrebbe anche essere stata l’ombra a sopprimere l’originale… .

  • E’ tutto vero . Leggiamo il giornale di Genova, il Secolo XIX
    Il killer e il suo doppio
    di Claudio Paglieri
    Genova – William Wilson è un nome piuttosto comune in America, senz’altro più di Matteo Biggi in Italia. Ed è il nome scelto da Edgar Allan Poe per un suo racconto del 1839. Nel racconto di Poe il protagonista, un ragazzo ricco e di successo, conosce a scuola un coetaneo che ha il suo stesso nome, ma è di estrazione e modi volgari. Il William Wilson plebeo comincia a seguirlo, a imitarlo, a tormentarlo; denuncia le sue debolezze e i suoi peccati e finisce per renderlo ridicolo agli occhi degli amici. Finché i due arrivano all’inevitabile scontro finale nel quale il protagonista accoltella a morte il suo doppio, salvo scoprire di avere colpito uno specchio.
    La fantasia degli scrittori ha utilizzato spesso il tema del Doppelgänger , “La metà oscura” (secondo Stephen King) di ciascuno di noi. Forse perché gli scrittori sono obbligati a chiedersi continuamente “che cosa succederebbe se”, a esplorare le infinite possibilità di scelta dei protagonisti, ciascuna delle quali porta a sviluppi della trama diversi se non opposti. Molti scelgono di vivere sulla carta le esperienze che non possono o non vogliono vivere nella realtà, soddisfacendo così l’innato bisogno di ognuno di noi di vivere più di una vita.
    In genere il contrasto è quello tra una vita regolare, ordinata, prudente e una vita sregolata, dedita a quei vizi che la società non è disposta ad accettare. Il ritratto di Dorian Gray, anch’esso concluso da una coltellata al ritratto, e lo stesso Dottor Jekyll e Mister Hyde appartengono a questo filone. Ma un altro potente motore di contrasto tra due “doppi” può essere quello del successo contro l’insuccesso, per esempio con le donne o sul lavoro, o naturalmente della ricchezza contro la povertà. “Il talento di Mister Ripley” di Patricia Highsmith, in cui un giovane spiantato finisce per uccidere l’amico milionario e sostituirsi a lui, copiandone le fattezze, i gesti, il modo di parlare e di vestirsi, ne è un perfetto esempio.
    I due Matteo Biggi avevano la stessa età e lo stesso lavoro, come portuali. Ma secondo quanto emerge dalle prime testimonianze non potevano essere più diversi: uno dipingeva e al mattino, svegliandosi, guardava il mare. L’altro era caduto in depressione e guardava soprattutto dentro se stesso. Uno aveva il fisico palestrato, andava a cavallo, aveva 1.863 amici su facebook dove esibiva con orgoglio foto con bellissime ragazze. L’altro aveva rotto con la fidanzata, era tornato a vivere con i genitori, e su facebook, se c’è, non è facile trovarlo. Un contrasto netto, assoluto, tanto che non è difficile credere a chi giura che Matteo Biggi invidiava Matteo Biggi, anzi ne era quasi ossessionato.
    È invece difficile credere che tra i due non ci fossero stati contrasti, in precedenza. Il confronto con se stessi o comunque con la propria metà oscura, o in questo caso solare, è lungo e doloroso. Non è facile liberarsi dei proprio sogni, e neppure dei propri incubi perché fanno comunque parte di noi. Forse non è solo per praticità o mancanza di alternative che l’arma scelta per l’omicidio sia un coltello. Si uccide con la pistola chi è altro da te, chi non vuoi toccare con le tue mani, mentre il coltello comporta passione, volontà di penetrare l’altro per possederlo un’ultima volta, o provare a scoprirne i segreti.
    Matteo Biggi l’assassino spiegherà meglio i motivi del suo gesto. Mentre Matteo Biggi la vittima non potrà mai rivelarci se anche lui era, in qualche modo, ossessionato dal suo doppio. Se era sollevato dal fatto che fosse toccata all’altro la parte più difficile, e se qualche volta temeva di fare la stessa fine, di perdere tutte le belle cose che aveva guadagnato nella vita e precipitare, anche lui, nella metà oscura.
    In letteratura il duello tra i doppi si conclude a volte con la morte del Bianco, a volte con la morte del Nero. Ma qualunque sia l’esito, è inevitabile che i due restino legati per sempre allo stesso destino. «Tu hai vinto e io muoio – dice al suo doppio il William Wilson di Allan Poe alla fine del racconto – ma d’ora innanzi anche tu sei morto, morto al mondo, al Cielo e alla speranza! Tu esistevi in me, e ora tu vedi nella mia morte, in questa stessa immagine che è la tua, come abbia assassinato te stesso!».
    Così il Secolo XIX il 13. Poi il 15 ritorna sul fatto:
    Genova – Resta in carcere Matteo Biggi, il lavoratore della Culmv che lo scorso lunedì pomeriggio ha ucciso a coltellate un collega omonimo in una palestra nella zona del porto del capoluogo ligure: la convalida dell’arresto è stata disposta dal giudice per le indagini preliminari, davanti a cui Biggi si è avvalso della facoltà di non rispondere.
    Il suo avvocato ha già fatto sapere che chiederà una perizia psichiatrica sul giovane.” Si avanza l’ipotesi che Matteo sia stato ucciso da Matteo perché addirittura fotografato assieme a sua sorella Virginia. Sorella di Matteo l’assassino.
    Ma non finisce qui. Perché la cronaca ricorda che alcuni anni fa fu uccisa una donna, che ugualmente si chiamava di cognome Biggi,Luciana per la precisione. Il suo ex fu accusato dell’omicidio, ma fu assolto. Comunque è in carcere perché aveva ucciso un’altra sua ex. Qui i cognomi Biggi spariscono per tornare doppi in questi giorni.
    Mi piacerebbe che cominciassero ora indagini per sapere se Mario Rossi è stato trovato morto. Nome e cognome ben più diffuso di Matteo Biggi. Io so che l’assassino è Mario Rossi. Si dice poi che Bersani, saputo che l’ucciso aveva pronunciato il nome “Matteo” abbia diffuso la voce che l’assassino fosse un altro, più noto, Matteo. Ma c’è poco da scherzare, fare letteratura o psicologia quando si muore da giovani ( ma anche da vecchi) e di morte violenta. Rispetto, appunto, come detto

  • Purtroppo anch’io a Novara ho un omonimo che, in un certo senso, mi perseguita. Stesso nome e cognome, stesso anno di nascita, stesso giorno, ma mese diverso, per fortuna. Se vado all’anagrafe per documenti, immancabilmente mi si sovrappone, al pagamento dei ticket sanitari, è sua l’intestazione della fattura. Quando lo arrestarono nel ’94 per concussione e la notizia apparve sulla stampa, fui sommerso di telefonate di amici, che scherzosamente si meravigliarono di trovarmi ancora a casa. Mi recapitarono una ruota di “pan melga” contenete una lima, che conservo tutt’ora gelosamente (non si sa mai). Ma non ho mai pensato di eliminarlo fisicamente. Già, non ci ho mai pensato….

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