Domenica è il 18 dicembre…

… e si conclude il conto alla rovescia. Su www.ildirigibile.eu – e poi qui in blog – io e Paolo abbiamo aspettato, un po’ preparato, cercato notizie, scritto e scandito (meno 10, meno 9….) le domeniche che mancavano al 18 dicembre, giornata di mobilitazione globale a difesa dei diritti di chi migra ma anche dei profughi. Siamo a meno 1, insomma questa domenica che arriva è proprio il 18 dicembre. Ed ecco l’ultimo pezzo della serie ma la lotta, si sa, non è finita. (db)

di Paolo Buffoni Damiani

A me piace giocare con le associazioni di idee, con le assonanze, con le coincidenze. Per dir la verità: c’è una zona misconosciuta del mio cervello che si prende sovente la libertà di trastullarsi con certe combinazioni e poi coinvolge l’insieme dell’ammasso neurale in questi giochi e nella mia testa si mette in funzione un flipper. Ma (beliscimu!)… a tutto c’è un limite! Che è successo? Ieri eravamo lì, un bel gruppo del comitato promotore milanese che preparavamo le valigie per il 18 dicembre (no… non in quel senso! Poi vi spiego meglio), quando improvvisamente è arrivata la Edda Pando: una specie di terremoto benevolo, con le ultime novità: mentre con una mano agitava i meravigliosi manifesti preparati da l@s compas di Ciudad de Mexico (cose da far impallidire i grafici di mezzo mondo) con l’altra appiccicava in bacheca il comunicato di Occupy Wall Street a sostegno della giornata d’azione globale dei migranti. Intanto, ne sintetizzava il contenuto al grido di: “diciotto dicembre anche a Zuccotti Park!”. Noi siamo abituati alle esplosioni di entusiasmo tellurico “alla Pando”, ma un paio di nuovi amici filippini sono rimasti un po’ interdetti e han preso a confabulare tra loro in tagalog. Una lingua poco accessibile per tutti noialtri del comitato promotore milanese migranti. Si capiva soltanto che tra una frase e l’altra spuntavano come funghi degli inequivocabili punti interrogativi. Grazie al cielo, è arrivato in soccorso il “Capitano”, uno della vecchia guardia di Todo Cambia, fondatore della scuola d’italiano per stranieri e masticante un po’ di lingue austronesiane (si dice che potrebbe cavarsela anche alle Figi o alle Hawaii!): com’è e come non è, ha preso a spiegare la faccenda degli occupanti di Wall Street, de l@s indignad@s e dei campeggiatori protestatari di Zuccotti Park. Io ammiravo, estasiato, annuendo un po’ a casaccio. Intanto, quel nome schizzava su e giù, a destra e a sinistra, all’interno del mio cranio-flipper. Zuccotti, Zuccotti, Zuccotti. Porca l’oca! Mi diceva qualcosa!

Anche Edda seguiva muta la conversazione tagaloghiana. Ma io la conosco bene la Pando Juarez (Edda Milagros, per essere precisi). Potevo leggere nei suoi occhi quel che avrebbe voluto dire, avesse conosciuto la lingua dei filippini: “Cavolo, ragazzi! La giornata d’azione globale arriverà fino all’ombelico del mondo della finanza maledetta, con tutto quello che significa…”. José Martì avrebbe detto: “Nel ventre della Bestia”. Io, però, ero torturato da quel nome: Zuccotti. Ancora, non riuscivo a metter bene a fuoco. Per non farmi rovinare il pomeriggio da quel nervoso che ti prende quando ti sembra di ricordar qualcosa ma non sai bene cosa, ho ripreso, con gli altri, a far valigie: sono le valigie di cartone che porteremo alla manifestazione milanese del 17 dicembre (una di quelle solite originalità da “rito ambrosiano” che fan tanto girar le balle a noi immigrati genovesi: qui, nel Comune di Sant’Ambrogio e San Pisapia, qui il 18 dicembre si celebra il giorno prima!). Son valigie di cartone che gireranno di mano in mano per il corteo a simboleggiare la vita migrante. Porteranno delle scritte sopra. Chi andrà in manifestazione scoprirà quali. Finalmente, tornato a casa, un po’ di sollievo: sulla bacheca accanto alla scrivania c’era ancora il ritaglio del New York Times. Un articoletto per spiegare chi è John E. Zuccotti, il tizio a cui è intitolato quello slargo bislungo tra i palazzoni di Wall Street. Quando avevo deciso di conservare quel brandello d’informazione m’ero preso la briga di evidenziare la parola “italoamericano”. In fondo all’articolo, avevo aggiunto a penna un appunto: “da Forbes: emolumenti nel 2008: 336,750.00 dollari”.

Ora l’associazione di idee cominciava ad avere un qualche senso:Zuccotti – italoamericano – emigrante – soldi a palate”. Potrebbe essere un augurio che il mio subconscio genovese/ebraico/scozzese indirizza a tutti i migranti che passeranno all’azione il 18 dicembre. Poi s’è fatto vivo l’altro subconscio mio, quello “marxista bipolare”. Con due citazioni: una di Marx 1 (quello coi baffoni neri e un grosso sigaro sempre in bocca) e l’altra di Marx 2 (quello col barbone, il marito di Jenny). Ve le spiattello qui di seguito, nell’ordine in cui mi son venute in mente.

Marx 1: “Naturalmente nella vita ci sono un mucchio di cose più importanti del denaro. Ma costano un mucchio di soldi!”.

Marx 2 (che, a sua volta, più o meno, cita Shakespeare): “Oro? Giallo, fiammeggiante, prezioso oro? No, o dèi, non sono un vostro vano adoratore. Ce n’è abbastanza per far nero il bianco, brutto il bello, ingiusto il giusto, volgare il nobile, vecchio il giovane, codardo il coraggioso… Esso allontana i sacerdoti dagli altari; strappa di sotto al capo del forte il guanciale. Questo giallo schiavo unisce e infrange le fedi; benedice i maledetti; rende gradita l’orrida lebbra; onora i ladri e dà loro titoli, riverenze, lode nel consesso dei senatori. Esso fa risposare la vedova afflitta, colei che l’ospedale e le piaghe ulcerose fanno apparire disgustosa… Avanti, o dannato metallo, tu prostituta comune dell’umanità, che rechi la discordia tra i popoli!”.

E non mi si dica che queste reminiscenze non hanno qualcosa a che fare col 18 dicembre, con le migrazioni e con la vita quotidiana dei migranti!

Ma nell’articoletto del New York Times c’era ancora qualcosa… una frase che m’aveva stuzzicato:Mr. Zuccotti did remember getting a call from a relative in Italy: ‘My cousin called and said everyone in Genoa was saying, ‘Is that your relative? I’ve become famous’.”. U-uh! Ecco un indizio per sbrogliare il garbuglio d’associazioni di idee. Un indizio grande come una casa: il tipo ha ancora dei parenti a Genova! Rimugino, rimugino: niente da fare: buio totale. Come succede spesso la soluzione si trova dove meno te l’aspetti. Sono andato in cucina. Ho aperto il frigo e ho allungato la mano “a caso”: è finita dritta sulla mia scorta di tavolette di cioccolato. Perfetto! Il caso era risolto: per me, Zuccotti a Genova significa “fabbrica di cacao e cioccolato”: da bambino, stavamo a giocare proprio lì davanti, nella stradina dietro Santa Zita, un luogo perennemente inondato da quel profumo di cacao e zucchero e latte. Quando si finiva di giocare, si stava per un po’ dalla porticina della fabbrica artigianale di dolcezza. Annusando, ma senza chiedere nulla: con un po’ di pazienza, avremmo visto uscire un operaio o una commessa. Sempre molto gentili, avrebbero distribuito un po’ di cioccolatini venuti storti o qualche barretta sbilenca di fondente.

A quel punto, mi son attaccato al telefono e ho sguinzagliato uno dei miei cinque fratelli, l’unico rimasto a Genova, per verificare quella mezza informazione: mr. John E. Zuccotti, multimilionario, già vicesindaco di New York, ha parenti nel ramo degli Zuccotti genovesi, quelli del cioccolato? Non conosco ancora l’esito delle indagini, ma ho scoperto a quale augurio voleva condurmi il concatenamento di idee, suggestioni e ricordi: per il 18 dicembre, prima di tutto… molta dolcezza a tutti voi!

 

Redazione
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  • ANCORA MOLTA DOLCEZZA

    Nell’email in cui DB avvisa che sul blog suo e di altr* è pubblicato l’ultimo articolo del “Conto alla Rovescia” (con cui, prima su Il Dirigibile, poi, di rimbalzo, sul blog barberiano, abbiamo accompagnato la preparazione della giornata di mobilitazione globale del 18.12) avverte che ho scritto quel pezzo prima del tragico agguato razzista di Firenze in cui Mor Diop e Samb Modou sono stati assassinati e altri feriti.
    Certo, dopo quell’esecuzione – che mi fa venire in mente più gli assassini del Ku Klux Klan statunitense e del “movimento di resistenza Afrikaner” del Sudafrica, piuttosto che gli squadristi e stragisti del fascismo nostrano – avrei scritto qualcos’altro. Magari mi sarei soffermato sulla tremenda pericolosità del morente suprematismo bianco. Nella sua agonia, l’ideologia che predica la superiorità della cosiddetta “razza” bianca, come ogni bestia feroce in fin di vita, diventa ancora più brutale e sanguinaria, come è avvenuto nella testa e tra le mani del neonazista Gianluca Casseri e di coloro che adesso inneggiano al suo gesto omicida.
    Questa delirante e mortifera ideologia germogliata in Europa e tra i colonialisti europei ha dominato il pensiero e la politica occidentali per almeno due secoli, ma è sul punto di essere spazzata via: di fronte a sé l’umanità (compresa la sua piccola porzione europea) ha un futuro meticcio. Tale prospettiva getta nella più cupa disperazione fanatici come Casseri, come l’ex sindaco di Treviso Gentilini (condannato per istigazione all’odio razziale, ma con sospensione della pena) come il forzanovista Fiore, come il “deputato europeo” (o padano?) Borghezio (che, riguardo al terrorista norvegese Anders Behring Breivikm, fondamentalista cristiano stragista, disse: “le sue idee sono profondamente sane e condivisibili”) e altri cultori della “purezza razziale”, al punto da condurli a passare dalle parole ai fatti. Vanno fermati.
    Siamo pieni di rabbia e di tristezza. Colpendo a morte Diop e Samb Modou, la furia assassina razzista ha fatto sì che tutti ci sentissimo toccati nel profondo, tra i più intimi dei nostri sentimenti: dove l’odio è sempre all’erta.
    Eppure, penso, avrei cercato di concludere quell’articolo che non ho scritto augurandomi un’esplosione di dolcezza.
    Adesso, mentre scrivo, mi viene in mente Martin Luther King e ricordo le sue parole: “Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi”. Queste quattro righe, nel corso degli anni, le ho lette e rilette molte volte. Mi sembrano un sunto efficacissimo della nonviolenza. Una dottrina e una pratica verso le quali provo grande ammirazione e simpatia ma che, per molti aspetti, mi risulta misteriosa. Un’attitudine misteriosa, però, verso la quale, intuisco, sarebbe giusto tendere.
    Ad ogni modo, in coscienza, non posso dichiararmi nonviolento, per indole e per formazione.
    La dolcezza a cui faccio appello, ora, dopo la carneficina razzista di Firenze, somiglia di più alla ternura evocata da Che Guevara, quando diceva: “bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza”.
    Sì, penso che il nostro primo compito sia circondare di tenerezza e di dolcezza tutti i fratelli e le sorelle senegalesi, i parenti e gli amici delle vittime del 13 dicembre.
    Poi, tutti noi ne abbiamo bisogno: siamo così tristi, impauriti e furenti. Solo un eccesso di dolcezza e di tenerezza può aiutarci a trasformare l’odio che è tornato a ribollire in noi in intelligente intransigenza contro ogni forma di razzismo. Per essere sufficientemente duri.

    Paolo Buffoni Damiani (a.k.a. Pabuda)

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