Dozza: cronaca di una morte annunciata

Contributi di: Associazione Bianca Guidetti Serra, Compagne e compagni di Bologna

Ieri è morto Vincenzo Sucato, 76 anni, detenuto nella Casa Circondariale Rocco d’Amato (“Dozza”) di Bologna, positivo al Covid-19, come altri tre reclusi.

Vincenzo è morto dopo il trasferimento all’Ospedale Sant’Orsola dove era stato subito ricoverato nel reparto di medicina d’urgenza, prova che al momento dell’arrivo dal carcere le sue condizioni dovevano essere già critiche.
Da quando aveva cominciato a stare male?
Per quanto tempo non è stato soccorso?
Quanto è durata la sua sofferenza prima che si decidesse il – probabilmente tardivo – ricovero?

La Dozza è una bomba epidemiologica pronta ad esplodere.

Presenta un sovraffollamento quasi doppio rispetto alla capienza regolamentare, con una presenza, al 18 febbraio di quasi 900 detenuti per 492posti.

Secondo il rapporto dell’ASL del 2019 alla Dozza risultano presenti persone con problematiche fisiche di vario tipo, tra cui Hiv, epatite e tubercolosi: malattie che lo stato detentivo tende ovviamente ad acuire e non certo a migliorare e che espongono i reclusi che ne sono affetti ad un elevato rischio di letalità in caso di contrazione di Covid19.

Già da giorni circolavano pubblicamente le notizie di operatori della Dozza risultati positivi al tampone: 9 medici, 15 infermieri e due agenti. Personale che prima di scoprire la positività ha avuto modo di venire a contatto con i detenuti, veicolando il virus nelle celle.

E’ pertanto legittimo temere che la morte di Vincenzo Sucato possa essere la prima ma non l’ultima e altrettanto legittimo è ritenerla una morte annunciata.

Dall’inizio dell’emergenza sanitaria determinata dalla diffusione del coronavirus, si sono moltiplicati gli appelli, sottoscritti da centinaia di avvocati, giuristi e associazioni, affinché venissero adottati e attuati provvedimenti a tutela della popolazione detenuta, che andassero concretamente ad incidere sul sovraffollamento delle carceri. Provvedimenti quali la sospensione della pena per i detenuti ammalati e anziani, facilitazione ed estensione delle misure alternative, sospensione dell’obbligo di ritorno in carcere per i semiliberi, limitazione delle misure cautelari, fino ad un provvedimento di amnistia o di indulto.
Appelli caduti nel vuoto uno dopo l’altro.

Ciò che invece i decreti emergenziali hanno adottato sono misure che di fatto, non solo mostrano noncuranza verso l’elevato rischio epidemiologico nelle prigioni, ma che addirittura peggiorano la normativa pre-esistente in tema di concessione di misure alternative, oltre ad aggravare le condizioni detentive attraverso provvedimenti, quali la sospensione dei colloqui con i familiari, che meno di un mese fa hanno provocato, in quaranta penitenziari di tutta Italia, proteste e rivolte, risoltesi con uno sconcertante bollettino di morti, feriti e trasferimenti.

Lasciare i detenuti alla mercé di un virus potenzialmente letale si tradurrebbe in una irresponsabilità di cui è lo Stato a doversi assumere il carico: è infatti alla Sua tutela che sono affidate le persone private della libertà.

Affinché non si contino altre morti e le carceri non si trasformino in lazzaretti, sono necessari, ora più che mai, immediati provvedimenti di scarcerazione.

Associazione Bianca Guidetti Serra

Carceri – Sull’omertà di media e istituzioni, tra giochi semantici e repressione

Mentre il silenzio è calato sulle rivolte, ieri 2 aprile al carcere della Dozza di Bologna è morto il primo detenuto per covid-19. Aveva 76 anni e come tanti detenuti era affetto da altre patologie. 

Con un tentativo veramente schifoso di autoassoluzione e scarico di responsabilità il Dap si affretta a dire che la persona non era più in carico al carcere bolognese, ma i ‘domiciliari in nosocomio’ venivano concessi mentre la persona versava evidentemente in uno stato già compromesso.

Il 31 marzo la direzione della Dozza rispondeva alla Camera penale di Bologna che chiedeva informazioni sulla situazione e gestione dei contagi all’interno del carcere. Nella nota si parla di una persona detenuta ricoverata in ospedale il 26 e, dicono poi i giornali, portata direttamente al Sant’Orsola in terapia intensiva, con domiciliari in ospedale – nosocomio – , concessi il 30.

Anche il garante di Bologna il 29 marzo, senza vergogna e fuori tempo massimo, con una nota artificiale e artificiosa faceva sapere che “Le linee guide dell’OMS per la prevenzione del contagio nei luoghi di restrizione evidenziano come nei luoghi di detenzione possa essere accentuata la vulnerabilità al contagio proprio per l’assenza strutturale di quel distanziamento sociale necessario, ferma restando la necessità di garantire gli stessi standard di assistenza sanitaria previsti per la società esterna”

Per cui “non si può prescindere da un opportuno alleggerimento degli attuali numeri delle presenze in carcere, anche partendo dalle persone con pregresse patologie e anziane.”

Un po’ tardi forse? Tutte queste comunicazioni avvengono avvengono DOPO il ricovero della persona poi deceduta.

Era costretto a letto, non aveva nemmeno le possibilità fisiche per alzarsi.” hanno riferito alcuni operatorx che vogliono rimanere anonimi, ma cercheremo di sapere di più.

Oltre a questo, la nota della direzione dà la sensazione di voler rassicurare su una situazione interna che invece potrebbe essere dal punto di vista sanitario già fuori controllo, come era intuibile per chiunque già dall’inizio. Viene detto che il compagno di cella della persona che è morta oggi era stato messo in isolamento precauzionale, “asintomatico”, ma positivo oppure no? Con effettuato tampone oppure no? Non lo dice. Non è fatto minimamente rifermento, ad esempio, alle condizioni sanitarie degli eventuali altri detenuti che abbiano avuto contatti con quel personale (sanitario e penitenziario) risultato positivo. La “sorveglianza sanitaria” di cui si parla rispetto alle tre guardie allontanate, perchè entrate in contatto con il detenuto positivo, in cosa consiste esattamente? Che sono state sottoposte a tampone e allontanate dal carcere, o solo dal servizio di sezione come prevedeva la circolare dap del 20 marzo?

L’omertà che avvolge e permea le istituzioni totali mostra oggi ancor di più la sua violenza. Si continua a temporeggiare anche a fronte di un’emergenza sanitaria che inizierà a macinare sempre piu morti. Questa situazione smaschera come l’interesse alla sopravvivenza del potere repressivo carcerario dello Stato arrivi al punto da essere disposto a sacrificare delle vite.

Siamo tuttx coinvoltx!

Compagne e compagni di Bologna

alexik

Un commento

  • Daniele Barbieri

    Segnalo questo comunicato di Vito Totire (*)
    Il rischio coronavirus nel carcere di Bologna e nel territorio
    La legge di riforma penitenziaria del 1975 prevede ALMENO due volte all’anno la visita del medico provinciale nella carceri «allo scopo di accertare lo stato igienico-sanitari e la adeguatezza delle misure di profilassi contro le malattie infettive disposte dal servizio sanitario penitenziari e le condizioni igieniche e sanitarie dei ristretti negli istituti».
    Il 2 gennaio 2020 abbiamo chiesto alla Ausl copia del secondo rapporto semestrale; NON CI E’ ANCORA ARRIVATO NULLA.
    Pare evidente che quella attuale sia la occasione adeguata per agire coerentemente con la legge del 1975 ove essa prescrive che le visite, appunto, sono «almeno» due e non certo non vieta siano più di due.
    Dal 2004 ogni sei mesi abbiamo denunciato la condizione di inagibilità igienico-sanitaria della Dozza. Abbiamo denunciato sistematicamente anche l’inadeguatezza dei piani di prevenzione delle condotte suicidarie e autolesioniste. Abbiamo persino denunciato la violazione della legge 3/2003 sulla prevenzione dell’esposizione a fumo passivo. Abbiamo denunciato che il carcere non rispetta le indicazioni MINIME stabilite dall’ONU in materia di igiene, sicurezza e diritti umani.
    Appresa la notizia del decesso di una persona di 76 anni già detenuta nel carcere di Bologna (nella more dell’esposto alla Procura della repubblica) chiediamo:
    1) un intervento ispettivo urgente ai sensi del citato articolo 15 della legge di riforma penitenziaria del 1975;
    2) Che questo sia stato già fatto o meno, chiediamo una relazione epidemiologica dettagliata sugli eventi e sulle misure di prevenzione adottate o viceversa omesse;
    3) La ricostruzione anamnestica dei casi di riscontrata positività: persone ristrette e lavoratori del carcere;
    4) La ricostruzione anamnestica dell’evento mortale; su questo evento è intervenuta una funzionaria dell’Ufficio nazionale del garante (intervista a Radio Radicale diffusa il 2 aprile 2020 a poche ore dalla notizia del decesso); ci pare, a questo riguardo, che la valutazione dell’evento spetti alla sanità pubblica e non a commentatori, probabilmente, non in possesso di tutte le informazioni necessarie (che poi il Garante nazionale a poche ore dal decesso avesse a disposizione la cartella clinica è evidentemente non possibile e nemmeno auspicabile). In sostanza vogliamo sapere – e questo sarà uno dei contenuti del nostro esposto alla Procura della Repubblica- se il virus abbia avuto ruolo di causa o di concausa più o meno determinante o di mero correlato biologico; ovviamente pari attenzione dovrà essere riservata alla anamnesi clinica della persona deceduta;
    5) Visto anche che sono state adottate misure restrittive nei confronti dei familiari … con quello che ne è conseguito (per come il tutto è stato gestito…) ma di questo discuteremo in relazione ai fatti di Bologna e di Modena;
    6) il 19 marzo 2020 abbiamo inviato una prima richiesta alla Ausl di Bologna per la pubblicazione di dati epidemiologici più esaustivi e più leggibili dei “numeri” che ogni giorno vengono pubblicati sul sito della Ausl e che ci paiono troppo generici per dare una immagine adeguata della dinamica di diffusione del virus; non abbiamo ricevuto alcuna risposta nonostante la reiterazione della istanza, per conoscenza, anche alla Prefettura;
    7) eppure la istanza ha valide motivazioni: occorre conoscere la condizione di tutte le comunità chiuse (per esempio la Rems di via Terracini) nonché la precisa dimensione della natura (occupazionale o meno) dei contagi e della malattia ;
    8) a questo proposito i dati già disponibili vanno approfonditi; se il 23 % dei positivi sono attribuibili ad attività lavorativa nel settore sociosanitario (casi che verosimilmente avranno allargato l’area dei contagi in ambito familiare) occorre focalizzare anche i casi occupazionali negli altri comparti; questo anche al fine di ragionare sulle modalità di diffusione del virus e per ripensare criticamente alla efficacia e adeguatezza delle misure di prevenzione nei luoghi di lavoro;
    9) con questo scopo abbiamo inviato una istanza anche all’Inail della provincia di Bologna: quanti casi positivi o casi di malattia o di quarantena sono stati classificati come “Infortuni in occasione di lavoro”? Non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
    Continuiamo nel nostro lavoro; facciamo appello a lavoratori e cittadini democratici, alle persone in condizioni di maggiori ristrettezze e difficoltà per coordinarci in un’azione efficace per la prevenzione e la difesa della salute senza delegare alle istituzioni (totali o elettive che siano).
    (*) Vito Totire è portavoce del coordinamento Chico Mendes e Centro Francesco Lorusso

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