E’ martedì, che casino

Mark Clifton (chi era costui?), il nuovo numero di «Fantasy & Science Fiction», le coppie “uraniesche” Niven-Gerrold e Gibson-Sterling, la «prole di Octavia», persino un PS e una «voce dal fondo».   

Ancora non mi sono abituato a questo sconcertante (e ripetitivo) ritorno, ogni 7 giorni, del martedì; il fatto che capiti anche al sabato o al giovedì non mi rassicura, anzi.

In blog, chi passa spesso di qui lo sa, di marte e/o Marte si parte (sottinteso: per altri mondi, tempi e/o dimensioni).

Questa calendarizzazione (bel nome, eh?) settenaria (o settimanale, escluderei settimina) quasi mai mi costa fatica perché di buona fantascienza mi nutro con regolarità. Ogni tanto anzi il menù è troppo ricco. Oggi a esempio per tacere delle novità di Fanucci – Philip Dick e altro, ve ne parlerò prossimamente – avrei un doppio/doppio Urania, il numero 8 della rivista «Fantasy & Science Fiction», un post di Maria G. Di Rienzo sulla «prole» di Octavia Butler… ma alla fine parlerò soprattutto d’altro, ovvero di un vecchio (proprio veeeeeechio) romanzo di Mark Clifton.

Urania allora. In edicola torna «La macchina della realtà», targato 1990, a forma del duo Bruce Sterling-William Gibson. Come ho già raccontato in blog, sin dai lontani tempi della “esplosione” del cyberpunk Riccardo Mancini e io – all’epoca eravamo spesso sul quotidiano «il manifesto» come Erremme Dibbì – ci inimicammo molte persone dicendo che il cyberpunk non ci entusiasmava (salvo eccezioni) e tanto meno ci convincevano i due “guru” ovvero Gibson e Sterling. Trent’anni dopo – capperi – sottoscrivo. Se poi volete leggere questo romanzo (che fra l’altro viene indicato come il capostipite del sottogenere steampunk) male non farete e io vi conserverò il saluto. Divertente invece l’altro “doppio” di Urania in edicola ovvero «Pianeta stregato» a firma David Gerrold e David Niven. Uscì nel 1971 come «The Flying Sorcerers», qui nella traduzione di Mara Arduini. Divertente l’idea-base di mettere a confronto la magia con una scienza così avanzata da sembrare stregoneria. Con la giusta dose di ironia. Sentite qui a esempio: «La superstizione, mio caro, è fatta di osservazioni sciocche e innocue che la gente ripete fino a crederci. E a quel punto non sono più innocue. E ‘ la credenza popolare a dar loro forza, La magia invece si fonda su equazioni di simboli attentamente costruite e destinate a controllare forze e oggetti precisi. La magia funziona sempre, che uno ci creda oppure no».

A completare questo Urania 1601 (290 pagine per soliti 4,90 euri) il racconto vincitore del premio Stella Doppia 2013 ovvero «Materia prima» di Alessandro Forlani: nel 2039 c’è eccesso di merci e scarsità di compratori. Ma se la gente è incazzata si può effettuare un doppio salto mortale: trasformare i produttori in merci e la rivolta in un affare… Consapevole o no, Forlani ha scritto un racconto marxiano-dickiano-debordiano. Vivi applausi.

Ed eccoci al mensile «Fantasy & Science Fiction» pure in edicola (160 pagine per 5.90 euri) con un buon numero. Facile, direte voi, avendo a disposizione, 60 anni della rivista «The Magazine of Fantasy and Science Fiction» da tradurre. Vero, ma il merito della bolognese Elara è di averci scommesso e io spero che le vendite premino la scelta. In questo numero 8 ci sono due stelle decisamente più luminose: «5.271.009» di Alfred Bester, scintillante per idee e per scrittura, e il famosissimo (almeno un tempo, oggi meno) «Fiori per Algernon» di Daniel Keyes, poi portato a romanzo e finito anche sul grande schermo in un film non indegno. Sono due “anticaglie” (del 1954 il primo e del ’59 il secondo) ma vivaddio se sanno ancora incantare. Belli però anche gli altri, molto più recenti, siano fantascienza o no: «Plumage from Pegasus» di Paul Di Filippo ironizza sulla crisi della fs-Cassandra in un racconto giustamente paradossale; in «Il ragazzo che beveva dal calice delle belle donne» Steven Utley sa trovare nuovi spunti al… peso dell’immortalità; ma anche gli autori e le autrici di minor fama – nomi sconosciuti almeno per me come Yoon Ha Lee, Nina Kiriki Hoffman e Robert Reed – stupiscono positivamente. Mi ha deluso solo la troppo facile barzelletta di Barry Malzberg e Billy Pronzini.

Segnalo infine (dal bellissimo blog «Luna nuvola») di Maria G. Di Rienzo La prole di Octavia con un ritratto di Walidah Imarisha (storica, giornalista, formatrice, scrittrice, docente universitaria, poeta, attivista e molto altro) che sta curando con Adrienne Maree Brown un’antologia di fantascienza; si chiamerà «La prole di Octavia: storie di fantascienza dai movimenti per la giustizia sociale» e uscirà nel giugno 2014 con 20 storie inedite e due saggi (di Tananarive Due e di Mumia Abu-Jamal). Speriamo che qualche editore italiano la traduca. Lo ripeto: speriamo che qualche editore italiano la traduca. Anzi, lancio un appello: editori italiani ci siete? Vi prenotate per tradurre questa antologia? Su, siate coraggiosi per una volta (e leggete questo post sino in fondo: ho un’altra domandina per voi).

Dal bel post di Maria G. Di Rienzo (andate a leggerlo su) recupero solo questa frase che mi pare una bella chiusura: «Perché chi proviene da comunità che hanno storicamente sperimentato oppressione e trauma, ognuno di noi, di voi, siamo e siete fantascienza. I vostri antenati hanno sognato di voi, e piegato la realtà per crearvi. Per Adrienne e me, due donne nere, c’è il pensiero dei nostri antenati in catene, che sognano il giorno in cui i figli dei figli dei loro figli saranno liberi. Erano creatori visionari di fantascienza e alchimisti».

Però no, non chiudo. Perché in questa settimana mi è capitato fra le mani (regalo di un’amica bibliotecaria che andava sistemando magazzini e donazioni) un doppio Cosmo, cioè la pubblicazione “I romanzi del Cosmo” di Ponzoni editore che fra il 1957 e il 1967 allineò ottimi titoli con immonde ciufeghe. Questo di cui vado a parlare offriva «Il labirinto del cosmo» di Clifford Simak (non fra i suoi migliori romanzi ma comunque di buona fattura) e «Vennero dallo spazio» di Mark Clifton.

Parto con Clifton e subito mi incatena l’ironia, la ricchezza di idee. Clifton, chi era costui? Lì per lì penso a uno dei 314 pseudonimi del giovane Silverberg (quasi ci giurerei se… Giurassik Park) ma un rapido controllo mi smentisce. In stile da anagrafe tributaria l’edizione inglese (malamente tradotta in automatico) di Wikipedia mi fa sapere che Mark Clifton è:

Nato

1906

Morto

1963

Occupazione

scrittore, direttore del personale

Nazionalità

Americana

Generi

Fantascienza

Notevole il lavoro (s)

Quando provengono da spazio, Preferirei essere a destra, “Star Bright”

Notevole premio (s)

Hugo Award, Cordwainer Smith Riscoperta Award

Insomma «Mark Clifton(1906-1963) è stato un americano» (e io che pensavo si dicesse statunitense, ma guarda un po’; dunque Italo Calvino è un europeo, devo annotarmelo) «scrittore di fantascienza, il co-vincitore del primo premio Hugo per il miglior romanzo. Ha cominciato a pubblicare maggio 1952 con la storia ampiamente antologizzati “Cosa ho fatto?“».

Non ne so granché di più ma anche se costui non è il giovin Silverberg mi piace: il doppio bell’inizio; le sue teorie dei capri espiatori e dei sacrifici prima di «dividersi la torta»; l’ironica definizione della fantascienza; le riflessioni intorno a «una volontà profonda di credere» e all’idea (dickiana) di inganni galattici; «un fatto inaudito» ovvero che i giornalisti si limitino «a riferire gli avvenimenti» (cioè senza travisarli, inventarli, decontestualizzarli)… Tutto ciò al servizio di una gran bella storia con un lieto fine non so bene se posticcio o sghignazzante.

Me ne esco con due domandone: chi mi suggerisce dove trovare altri vecchi testi tradotti di codesto Clifton? E poi perché romanzi così avvincenti e intelligenti non vengono ritradotti (persino io che non mastico l’inglese ho notato un po’ di stranezze) e riproposti? Grazie per le risposte: indirizzare qui, fermoblog.

PS: se siete dalle parti di Ravenna io stasera sono lì a parlare di «Qcif» («Quando c’era il futuro») ma soprattutto di fantascienza, del mondo cosiddetto reale e dei ponti – da costruire insieme – per passare dall’una agli altri.

VOCE DAL FONDO: «scusi Barbieri, lei ciurla nel manico da un paio di settimane anzi di martedì. Ci ha parlato di tutto tranne che dell’articolo del “Corriere della sera” sul “Codice dei doveri dei robot”, le sembra serio?». Testimoni oculari – e perciò non particolarissimamente attendibili (al contrario di ciò che credono molti tribunali) – asseriscono d’aver sentito Barbieri, mentre se ne andava, bofonchiare: «l’ho appena visto, bla-bla, il prossimo martedì paropinzi-ponzi-pì». Come direbbe il peggior giornalismo: si attendono sviluppi.

 

Redazione
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