E’ morta Primarosa Pia, memoria dei deportati

di Domenico Stimolo

Pochi giorni fa a Montegrosso d’Asti è morta, a sessantanove anni, Primarosa Pia, curatrice del sito “Deportati mai più” che si presentava così: «Da maggio 2006 luogo di dibattiti, diffusione o ricerca di notizie tra persone direttamente coinvolte e impegnate nel fare in modo che gli orrori commessi dai nazi-fascisti non si ripetano o interessate ad argomenti storici o a battaglie civili.”

Una Lista, gruppo di discussione e mailing list,” dedicata a tenere sempre viva la Memoria. Nata e cresciuta grazie al suo vivo sentimento, assolutamente prioritario, di tenere sempre ben presente il ricordo di coloro che subirono la deportazione nazifascista. Luogo di confronto gestito con grande perseveranza, grazie al suo animo assolutamente civico e democratico, e alla sua passione partecipativa. Un’esperienza di continuo confronto e dibattito, unica, per la caratterizzazione da sempre determinata, nel contesto nazionale, spesso aspro: dibattito tenuto da lei sempre con mano ferma.

Era la figlia di Natale Pia, deportato e sopravvissuto al lager di Mauthausen, nipote di tre fratelli della mamma, deportati; il più giovane, Vittorio Benzi, fu ucciso a Mauthausen a soli 17 anni.

Primarosa Pia fu la curatrice del libro, in onore del papà, «La storia di Natale – la dignità di un uomo le offese di una guerra» e fra l’altro per tanti anni è stata “guida” operativa per la memoria del lager Mauthausen-Gusen e delle novantamila persone lì uccise.

Una gravissima perdita, dolorosa per tutti gli antifascisti e i cultori della civica memoria della deportazione nazifascista.

L’«Orazione ufficiale» di Primarosa Pia, il 9 maggio 2015, per il 70° anniversario della Liberazione del campo di concentramento di Mauthausen-Gusen.

Questo luogo che tutti gli anni ci accoglie col suo carico di storie dolorose e definitive, mi coinvolge doppiamente: qui, il 5 maggio 1945, è stato liberato colui che sarebbe diventato mio padre. Un padre difficile, che ha portato per sempre dentro di sé lo sfregio alla sua dignità di uomo che non ha potuto evitare di contagiare noi figli.

Lo so che ciò che dico è grave, e forse ingeneroso nei suoi confronti, lui non ne era consapevole, non c’è dubbio, ma come possiamo oggi interpretare quella sua ansia di mettere, noi figli, in guardia dal rilassarci alle comodità, e non parlo di “capricci”, quel “prepararci al peggio” che la vita avrebbe potuto riservarci?

Il peggio come è accaduto a lui, e come è accaduto a Vittorio, rastrellato con lui ed altri, con grande strepito, nella cantina della sua casa nel paesino piemontese dalle dolci colline grondanti vino…

Vittorio, fratello di Margherita, che sarebbe diventata mia mamma, aveva gli occhi verdi e gli anni di molti ragazzi che vedo qui, diciassette, era un ragazzo giocherellone e non voleva morire!

Invece, trasformato in un “pezzo da lavoro” in questo luogo allora grondante sangue, ne è stato inghiottito, come troppi altri, diventando vento.

E io ho vissuto le domande, e io ho vissuto i silenzi.

Le domande di mia nonna, la mamma di Vittorio, i silenzi di mio padre, che ha sempre detto di non sapere.

Nelle nostre case non c’è stata mai festa, non si poteva, la festa vera, unica, era questo anniversario, che mamma e papà non hanno mai mancato, anche quando qui c’era un grande prato incolto, con al centro il crematorio nudo, e sotto l’erba corpi pietosamente sepolti dopo quel 5 maggio.

Nessuno di noi sceglie dove nascere, e nemmeno quando.

A loro sono toccati quegli anni, in cui l’Europa è caduta nel delirio di un regime nazifascista sanguinario come mai prima, all’inizio enormemente nutrito da silenzi e connivenze, fino a sentirsi libero di programmare lo sterminio in massa di esseri umani.

A Gusen, campo di sterminio gemello di Mauthausen, i prigionieri arrivavano già civilmente morti, un numero al posto del nome, nessuna possibilità di dare notizie di sé o di riceverne, completamente sottoposti alle disumanità dei kapò e dei guardiani SS: unico, estremo “diritto”, quello di lavorare fino alla consumazione di ogni energia.

Sterminio per mezzo del lavoro: prima furono le cave, larve umane costrette con botte e terrore a scavare granito e a trasportarlo con mezzi rudimentali, il Reich doveva celebrare la sua tragica grandezza, poi furono le gallerie da scavare a forza di braccia e lacrime di frustrazione, il Reich doveva mettere in salvo le sue fabbriche di armi, poi, e per molti italiani, furono soprattutto le fabbriche di armi, quelle stesse armi da usare contro le madri e i padri rimasti in patria!

Così descrive mio padre il lavoro al Transport colonna, qui a Gusen:

Il Campo era dotato di un raccordo ferroviario con antistante un ampio piazzale, pertanto tutti i trasporti di materiale, in entrata e in uscita, avvenivano per via ferrata. La merce in arrivo veniva caricata su carrelli che venivano distribuiti nei vari capannoni per essere svuotati e riempiti con quella in uscita che doveva essere riportata ai treni. Il lavoro era molto gravoso perché i pesanti carrelli dovevano essere spinti in salita o frenati in discesa tutto a forza di braccia, ma diventava quasi impossibile quando bisognava trasportare nelle gallerie della collina rocciosa nuovi macchinari come torni, presse o fresatrici che essendo un blocco unico erano di un peso massacrante: i soli strumenti che avevamo per aiutarci a trascinarli erano dei rulli e delle tavole su cui farli scorrere e dei palanchini per sollevarli.

L’unico modo che conoscevano i kapò per costringere delle persone denutrite, di cui molte ai limiti della sopravvivenza, a trascinare su da una salita macchinari che potevano pesare da due a venti quintali, erano le percosse: usavano moltissimo il Gummi, ma non esitavano a colpire servendosi di qualsiasi oggetto: un badile, un martello, un palanchino o qualsiasi altra cosa, senza preoccuparsi se i colpi avrebbero ammazzato il malcapitato; il risultato doveva essere ottenuto a qualsiasi prezzo, i “pezzi” non erano poi così preziosi, ne arrivavano in continuazione, in fondo valevano meno della merce che dovevano maneggiare…

Era verso il 10 di aprile quando una mattina, appena terminato il turno di lavoro, pieno di freddo come sempre, mi permisi di allungare le mani per scaldarle al tepore della lampadina appesa sopra di me. Si accorse di ciò un kapò polacco, una vera canaglia: mi ordinò di prendere uno sgabello basso che era lì vicino: avevo già capito cosa mi aspettava: mi fece piegare il busto e appoggiare le mani sullo sgabello; il miserabile mi si avvicinò brandendo il Gummi e iniziò a frustarmi sempre sullo stesso punto in fondo alla schiena, all’altezza dell’osso sacro. I primi colpi, seppure micidiali, riuscii a sopportarli stringendo i denti, ma man mano che l’attrezzo si abbatteva, sempre con violenza e precisione, il dolore divenne talmente forte che ogni volta le mie gambe si piegavano e io rovinavo a terra; colpendomi allo stomaco con calci della punta dei suoi zoccoli, al grido «Austen!» il mio aguzzino mi faceva rialzare, mi costringeva a rimettermi in posizione e un altro colpo mi veniva impartito, ed ero anche costretto a contarli ad alta voce! Alla fine la maggior parte di coloro che avevano subito quella tortura non si alzava più e veniva finita a calci: io ce la feci ad alzarmi e andarmene.1

E qui papà non dice che lui era arrivato in gennaio, poi febbraio… e maggio era lontano… ma non meno crudele del freddo, per i deportati, era il caldo nei mesi estivi e con la fame la sete!

Nessuno di noi sceglie dove nascere, e nemmeno quando, dicevo, ma spesso ce ne dimentichiamo, assistiamo indifferenti, a volte con un senso di impotenza che può avere un certo fondamento, alle vicende tragiche di popoli altri, considerando i nostri agi e privilegi come acquisiti per sempre, da loro, appunto, i morti invano di Primo Levi, che hanno ancora molte cose da dirci, se abbiamo voglia di ascoltarli.

Primarosa PIA

Figlia del superstite Natale Pia  kz 115658 Mauthausen – Gusen e nipote di Vittorio Benzi kz 115373 morto di fame e fatica a Mauthausen – Gusen a 17 anni, di Biagio Benzi kz 43493 superstite di Flossenbürg e di Giovanni Benzi, kz 7332 superstite di Bolzano,  tutti partigiani vittime del rastrellamento del 3 dicembre 1944 nella zona di Nizza Monferrato.

Ha collaborato ad alcuni progetti degli storici del Mauthausen Memorial del BM.I di Vienna, ha frequentato il corso: Insegnare la Shoah presso The International School for Holocaust Studies di Yad Vashem, a Gerusalemme. http://www.yadvashem.org.il/

Nel 2006 ha fondato il gruppo di discussione e notizie : DEPORTATIMAIPIU

https://groups.google.com/forum/#!forum/deportatimaipiu

Dal 2009 ha fatto parte del Comitato scientifico dell’Istituto pedagogico della Resistenza di Milano.

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • domenico stimolo

    Data: 04/05/21 21:01

    È appena arrivata da Barbara Glueck, incaricata dalla Repubblica austriaca di seguire il memoriale di Mauthausen, la notizia che l’Austria ha praticamente perfezionato l’acquisto di vaste aree dell’ex campo di Gusen.
    Si tratta della palazzina del comando del campo – trasformata nei decenni in fastosa villona con piscina – di due baracche delle SS, di due baracche dei prigionieri, di gran parte del piazzale dell’appello, dell’imponente impianto del trituratore del granito.
    L’annuncio e’ stato dato oggi agli ambasciatori dei paesi che ebbero il maggior numero di vittime nel campo (Italia ovviamente compresa).

    Si apre ora un confronto sulla riorganizzazione dell’intera area e sul rapporto tra questa e il Memoriale voluto dalle organizzazioni degli ex deportati negli anni scorsi.
    Comunque, alla vigilia dell’anniversario della liberazione, una importante, bella notizia!

    Dario Venegoni

    da: https://groups.google.com/g/deportatimaipiu/c/3dsYN2qwIlg

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