Educare alla guerra: nuova religione del capitalismo europeo

di Mario Sommella (*) A seguire un articolo di Patrick Boylan sul veto cultural-militare ai musicisti “russi”

 

L’Italia è in guerra. Non una guerra dichiarata con carri armati al confine, ma una guerra culturale, ideologica, economica. Una guerra silenziosa, subdola, ma incessante. E il campo di battaglia è l’opinione pubblica. Da tempo ormai, i grandi quotidiani – con Il Corriere della Sera in testa – hanno abbandonato ogni parvenza di imparzialità per assolvere a una funzione ben più antica: non informare, ma educare. Educare alla guerra. E, soprattutto, educare al sacrificio sociale come prezzo inevitabile per la sicurezza armata. In altre parole: abituare gli italiani alla guerra, rieducandoli a rinunciare al welfare per finanziare il warfare.

Il lessico del dominio: come si costruisce l’abitudine al sacrificio

Un articolo apparso sul Corriere della Sera il 12 luglio 2025 a firma dei professori Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi ne è il perfetto esempio. I due docenti, con tono rassicurante da pedagoghi del potere, iniziano la loro apologia bellica evocando la figura dell’arcivescovo di Canterbury e il suo “welfare state” contrapposto al “warfare state” nazista, da cui solo la guerra avrebbe potuto salvare l’Europa.

Il loro ragionamento è chiaro quanto insidioso: senza sforzo militare non ci sarebbe stato welfare; dunque, oggi, per difendere quel modello sociale europeo, sarebbe necessario tornare a investire massicciamente in armi e difesa. Si tratta di un ribaltamento logico e storico che punta a convincere la cittadinanza che i tagli a sanità, pensioni e scuola siano sacrifici nobili, necessari, inevitabili. “Si vult salus sanitaque, para bellum”, parafrasano ironicamente gli autori dell’articolo. Se vuoi la salute pubblica, prepara i missili.

La nuova dottrina: 5% del PIL per la guerra

Secondo i due editorialisti, per affrontare la nuova “minaccia” – ovviamente la Russia di Vladimir Putin – l’Europa dovrà portare le sue spese militari al 5% del PIL entro il 2035. Una cifra mostruosa, che significherebbe centinaia di miliardi sottratti ogni anno a servizi essenziali. Ma poco importa: per salvaguardare “la stabilità del nostro modello sociale” – ovvero il capitalismo europeo – non si può badare a spese.

Un refrain già ripreso, appena sette giorni prima, dallo stesso Paolo Gentiloni, che in un’altra omelia sempre sul Corriere spiegava con candore che bisogna “far entrare nelle teste delle persone” che non c’è più una difesa esterna e che quindi è necessario armarsi. In parole povere: convincere i cittadini a tagliarsi da soli la carne viva del welfare per fabbricare armi da guerra, possibilmente comprate dagli Stati Uniti.

L’ipocrisia democratica: decisioni senza Parlamento

Dietro la retorica accademica, però, si cela una realtà ben più sporca: gli impegni di spesa militare, come quelli con la NATO, vengono presi regolarmente senza passare dal Parlamento. Le persone comuni vengono informate solo a cose fatte. E chi si oppone? Poco male. I dati vanno manipolati, le statistiche orientate. Come quelle raccolte dai due professori: “L’opinione pubblica italiana appare consapevole della necessità di investire di più nella difesa”. Peccato che, secondo le stesse fonti accademiche, gli italiani siano anche i più contrari in Europa a tagli nel settore del welfare. Forse perché, dopo vent’anni di macelleria sociale, ne conoscono già gli effetti sulla propria pelle.

Opinione pubblica o opinione manipolata?

Il dato più paradossale è proprio questo: mentre i media di regime propagano il verbo bellicista, i cittadini sembrano mantenere un istinto di sopravvivenza. Secondo il progetto SCOaPP, meno del 10% degli italiani sarebbe disposto ad accettare un aumento della spesa militare a discapito di sanità e assistenza sociale. E anche il dato apparentemente preoccupante riportato da Davide Caprioglio – un 48,7% favorevole a un “riarmo nazionale” – va contestualizzato: è il valore più basso d’Europa, e risente fortemente dell’impatto mediatico quotidiano che bombarda le coscienze.

Tra dichiarazioni apocalittiche sulla “minaccia russa”, commenti televisivi ripetuti all’infinito, manipolazioni semantiche e una pedagogia scolastica sempre più militarizzata, l’obiettivo è evidente: preparare le menti dei giovani e degli adulti a considerare normale il riarmo. Persino desiderabile.

Guerra e nazionalismo: i fratelli siamesi del neoliberismo

E così, in parallelo alla grancassa militarista, risuona un’altra nenia martellante: quella dell’“italianità”. Tutto deve essere italiano: la colazione, i gusti, i panorami, le emozioni. Una strategia ben nota: il nazionalismo serve a creare una falsa coesione identitaria utile alla guerra. Chi non si riconosce nella patria, chi non canta gli inni, chi non esibisce bandiere, è un traditore. Un nemico interno. Un potenziale sabotatore.

I richiami alle “gesta eroiche” dell’esercito italiano nelle campagne coloniali di Mussolini non sono un dettaglio nostalgico, ma una strategia comunicativa. Rieducare le masse attraverso una mistica bellica che si traveste da amor di patria.

L’esercito europeo: la guerra che c’è già

Secondo Ferrera e Sacchi, l’opinione pubblica italiana sarebbe anche favorevole alla creazione di un esercito europeo. Un’idea che, a ben guardare, è già realtà. Le cosiddette “missioni di pace” in Medio Oriente, in Africa, nei Balcani sono da anni il volto militare dell’Europa, mascherato da “cooperazione umanitaria”. Missioni dove si bombarda, si reprime, si sorveglia.

L’idea di centralizzare la difesa europea è solo l’ultimo tassello per trasformare la NATO in un’entità organica al potere continentale. Una forza armata sovranazionale utile a sopprimere non solo nemici esterni, ma anche eventuali rivolte interne.

Il capitalismo non vuole la pace. La produce a rate… armate

Il quadro che emerge è chiaro: l’Europa non è minacciata da Mosca, ma dalla propria sete di profitti. L’unico vero ostacolo alla pace è la “inaccettabile” richiesta russa di una Ucraina smilitarizzata. Per le élite europee, smilitarizzare Kiev significherebbe rinunciare a miliardi di euro in commesse, sfruttamento della manodopera e tangenti sulle forniture belliche. Non possono permetterselo.

Così Parigi, Berlino, Varsavia, Copenaghen, Roma e tutte le capitali del vecchio continente si affannano a costruire fabbriche d’armi in Ucraina, sperando che la guerra continui quel tanto che basta a rimpinguare bilanci e dividendi. La Francia, ad esempio, ha stanziato 431 miliardi di euro per l’esercito nel 2026. La Russia, “stato guerrafondaio” per definizione, si ferma a 140 miliardi. E nel complesso, l’Europa spende già il 58% in più in armamenti rispetto a Mosca.

Dunque, chi sta minacciando chi?

Conclusione: la guerra come destino del capitale

Le guerre sono stadi inevitabili del capitalismo”, scriveva Lenin. Non sono eccezioni, ma tappe del suo sviluppo. E l’Europa di oggi, travestita da umanitarismo armato, sta seguendo alla lettera questo copione. La guerra non è più l’eccezione: è la regola. Il welfare non è più un diritto: è un lusso. E la pace non è più un ideale: è una minaccia per il mercato delle armi.

Di fronte a questa mutazione antropologica della democrazia liberale in macchina bellica, non bastano i sondaggi. Serve una coscienza collettiva nuova, capace di denunciare le ipocrisie, smascherare i falsi profeti della sicurezza e rimettere al centro l’umanità, non l’industria della morte.

FONTI
• Fabrizio Poggi, Abituare gli italiani alla guerra, articolo originario su 
https://contropiano.org
• Maurizio Ferrera e Stefano Sacchi, “Welfare e difesa: ora servono entrambi”, Corriere della Sera, 12 luglio 2025
• Paolo Gentiloni, dichiarazioni su difesa e sanità, Corriere della Sera, 5 luglio 2025
• Gregorio Buzzelli, dati del progetto SCOaPP, Corriere della Sera, luglio 2025
• Davide Caprioglio, dati Solid sul riarmo, Corriere della Sera, luglio 2025
• Elena Karaev, “La cupola delle tangenti belliche europee”, RIA Novosti, 12 luglio 2025 – 
https://ria.ru/20250712/evropa-2028663269.html
• Osservatorio Conti Pubblici Italiani – dati spesa militare 2024
• Vladimir Lenin, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, 1916

(*) ripreso da «Un blog di Rivoluzionari Ottimisti. Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»: mariosommella.wordpress.com 

La vicenda del maestro Valery Gergiev a Caserta: quando le crociate di regime uccidono la cultura

di Patrick Boylan (**)

 

È stato annullato il concerto, previsto per la prossima domenica 27 luglio alla Reggia di Caserta, del grandissimo direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, reo di aver espresso simpatie per l’attuale presidente del suo Paese – almeno secondo i 700 intellettuali che, lo scorso 18 luglio, hanno indirizzato una lettera di protesta al governatore della Campania, Vincenzo De Luca.

Si tratta di una chiara crociata ideologica in chiave anti-russa più che anti-putiniana – crociata che si era già fatta sentire nel 2022 con l’annullamento di un corso universitario sul grande scrittore Dostoevskij, in quanto considerato un imprescindibile esponente della cultura russa. Apparentemente, per i benpensanti dell’Università Bicocca di Milano, andava stigmatizzato tutto ciò che è russo.

Così, ieri, lunedì 21 luglio, il governatore De Luca ha dovuto cedere alle «logiche di preclusione» e al «rifiuto di dialogare» dei 700 intellettuali, sorretti da numerosi partiti politici, e ha accettato di allontanare dall’Italia uno dei più grandi direttori d’orchestra al mondo, colpevole di aver espresso l’opinione che la guerra in Ucraina sia stata istigata dalla NATO per destabilizzare la Russia. Punto di vista vietatissimo nella nostra sedicente democrazia, la quale impone, come in un qualsiasi regime autoritario, un Pensiero Unico sui fatti ucraini.

Si tratta, tuttavia, di un Pensiero Unico pieno di contraddizioni: eccone una. Tutti sanno (ma molti cercano di dimenticare) che, sotto la presidenza di G.W. Bush, gli Stati Uniti hanno fatto molto di più di quanto la Russia di Putin stia facendo in Ucraina oggi. Infatti, nel 2003, gli USA hanno non solo invaso illegalmente il Paese sovrano dell’Iraq, ma l’hanno occupato per intero, bombardandolo selvaggiamente per ben 10 anni e al costo di oltre un milione di morti civili.

Eppure, per quanto all’epoca ci fossero forti proteste dirette contro Bush, non ci sono stati tentativi istituzionali di istigare un clima di odio verso la cultura e la società statunitensi. In Italia, i corsi universitari su Hemingway si sono tenuti regolarmente, nessuno si è sognato di cancellarli; e se il maestro statunitense James Levine non ha potuto tenere il suo concerto presso l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia nel 2021, è soltanto perché egli è purtroppo deceduto tre mesi prima. Nessuno chiedeva l’annullamento del suo concerto perché avrebbe messo in buona luce la cultura statunitense – come il concerto di Gergiev metterebbe in buona luce la cultura russa.

In pratica, non c’è stata nessuna campagna per estirpare l’influenza statunitense in Italia. Non c’è stata un’«inchiesta sull’utilizzo di fondi pubblici» per fermare eventi filo-americani, come invece hanno chiesto i 700 intellettuali per bloccare ogni evento filo-russo nel territorio dell’Unione Europea. Non c’è stata la richiesta di un «fondo culturale dedicato agli artisti che si oppongono» al regime a stelle e strisce, come invece oggi quei 700 intellettuali vorrebbero che ci fosse contro la Russia. Evidentemente, le invasioni e le occupazioni sono accettabili quando a farle è un Paese alleato, non un Paese competitore.

Anzi, per le classi dirigenti occidentali, oggi il Paese di Putin è diventato non solo un concorrente, ma potenzialmente un nemico in guerra. Un nemico da abbattere per eliminare un competitore, certo, ma anche e soprattutto per potersi impadronire delle sue immense ricchezze energetiche.

Così, dal momento che non sono bastati 18 pacchetti di sanzioni per far crollare la Russia, né un’estenuante guerra per procura “fino all’ultimo ucraino” (e quindi fino all’ultimo russo), il Regno Unito, la Francia e la Germania hanno deciso di alzare la posta: hanno formato un’alleanza per spingere l’UE a contemplare un conflitto diretto con la Russia per dare il colpo di grazia al suo regime attuale.

Quei tre Paesi occidentali si ricordano bene, infatti, come il crollo dell’URSS nel 1989 abbia poi consentito all’UE e agli USA di insediare a Mosca il debole Boris Eltsin, disposto a consentire alle industrie energetiche europee e statunitensi di accaparrarsi buona parte delle enormi ricchezze russe. Così, la Francia, la Germania e soprattutto il Regno Unito vogliono fare oggi. E non solo per il petrolio: infatti, il crollo della Russia consentirebbe all’Europa – insieme agli Stati Uniti – di poter più facilmente aggredire in seguito la Cina, costretta a difendersi da sola. Anzi, per molti osservatori, questo è l’obiettivo principale dietro il tentativo di intrappolare e di indebolire la Russia provocando la guerra estenuante in Ucraina.

L’ondata di propaganda antirussa che imperversa in Italia e in Europa da tre anni, dunque, sembrerebbe servire ai tre Paesi occidentali appena menzionati per raccogliere consensi per una guerra anche nucleare dell’Europa contro la Russia.

Bisogna combattere questo indottrinamento e contrastare la propaganda dilagante antirussa. Bisogna creare legami e scambi tra il popolo italiano e quello russo a tutti i livelli. Legami d’amicizia che rendano poi più difficili i tentativi del Potere di trascinarci in una guerra demonizzando la Russia. Legami che renderebbero più difficile cancellare le espressioni della cultura russa, come il concerto che Valery Gergiev avrebbe dovuto tenere questa domenica alla Reggia di Caserta.

(**) ripreso da www.lindipendente.online

Le immagini – scelte dalla “bottega” – sono di Benigno Moi.

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