«Favole del reincanto»: molteplicità, immaginario e…

rivoluzione.

Giuliano Spagnul sul libro di Stefania Consigliere

È possibile reincantare un mondo che si vuole ridotto al silenzio della materia fredda e inerte in cui le varietà che lo compongono sono, tuttalpiù, puri epifenomeni? Quando ormai l’immaginario è stato definitivamente occupato, manu militari, dal capitalismo – «ultimo rampollo di un’interminabile genealogia dell’orrore» delle varie forme storiche di dominio dell’uomo sull’uomo – è ancora possibile una via d’uscita in cui le fallaci utopie del passato possano conservare il loro «valore come strumento di rotta, ma in modo un po’ differente» che salvi la «molteplicità dei mondi» senza l’assoggettamento alle verità uniche, che s’impongono in quanto universali?

Con le Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione (DeriveApprodi, 2021: pag. 222, euro 18) Stefania Consigliere cerca di fare i conti con quella diserzione dall’immaginario, unitamente alla sua squalificazione, propria di una sinistra che nel fare ciò si è rivelata in «prossimità profonda con la dinamica di quella stessa modernità che, su un altro piano, voleva combattere». Destra e sinistra, cosa le divide se per entrambe il fascino del sortilegio modernista, pur coniugato in modi opposti (con l’invenzione di valori eterni per l’una e di una sovrapponibilità di rivoluzione e progresso per l’altra) non è messo in questione?

L’autrice intreccia fra loro tre percorsi: la via del disincanto nel suo presentarsi come «orizzonte valoriale assoluto»; la vita fra le rovine in cui si racconta in viaggio tra Eleusi e l’Amazzonia, tra la «linea filogenetica della propria tradizione culturale» e il mondo altro di altri tropici; la teoria del molteplice in cui cercare l’intreccio delle relazioni che rende possibile ciò che non può essere mai garantita una volte per tutte: la nostra presenza, la nostra fragile «capacità di continuare a fare mondo».

In questo avventuroso, quanto rischioso, addentrarsi nel territorio dell’immaginario, in quella «fascia di penombra che progressivamente si infittisce» al di fuori del cono illuminato della ragione troviamo «la parte sepolta, inconsapevole e rimossa delle fondamenta di un mondo, le piegature prime che lo preparano e lo rendono possibile. È la zona dove si sviluppano i futuri, all’interfaccia fra ciò che già è e ciò che vorremmo far essere. Ed è anche la zona delle discontinuità, dei resti, delle possibilità scartate, dei fantasmi e di tutto ciò che, perché quel mondo esistesse, è stato escluso o eliminato, e che proprio per questo non smette di presentarsi: fatti forze e tensioni inquietanti, di cui non si dà alcun sapere definitivo perché, per loro natura, non possono essere osservate in piena luce».

Sono argomenti che difficilmente trovano spazio a sinistra: sull’immaginario, certo, si discute e anche molto, ma quasi sempre come critica dell’ideologico che vi si nasconde o, viceversa, come strumento per veicolare un’ideologia positiva, progressista. Ma qui l’immaginario di cui si tratta è tutt’altra cosa e forse andrebbe inteso più come capacità di immaginare che come luogo contenitore dei resti e rimossi del disincanto del mondo. La penombra – quello spazio che si intravede tra la fine del giorno e l’inizio della notte fonda – è un’immagine suggestiva e poetica ma che potrebbe indurre alla tentazione di intravedere quel numinoso di cui tanti mitologi e storici della religione hanno discusso nella prima metà del secolo scorso. Tra il chiaro del giorno, il mondano in cui ci destreggiamo e impariamo, sempre più, a padroneggiare la vita e lo scuro della notte, con le verità ultime che non ci è dato conoscere, si andrebbe a situare quella terra di mezzo in cui il bene e il male si contendono il destino del mondo.

Se l’immaginario tende a costruirsi come luogo, come deposito alluvionale di tutti i possibili, in cui si rende necessario «cercare, nel disordine e nell’incoerenza (…) la regolarità e la coerenza necessaria alla vita, una normalità che non sia coazione ma riparo e tessuto di scambi», questo va comunque distinto, almeno a mio parere, dall’immaginazione. Dare voce al mondo non deve portarci a credere che poi lo si possa ascoltare in quanto tale. Siamo sempre noi quella voce, perché noi siamo e restiamo sempre mondo. Dobbiamo continuare a collocarci fuori dal mondo e a separare ciò che pensiamo come natura da ciò che facciamo come cultura (e non c’è popolazione nel mondo che non lo faccia, in misura maggiore o minore e con le modalità più differenti) ma è con l’immaginazione, con la capacità di immaginare oltre – indipendentemente dalle strade che si vorrebbero obbligate degli immaginari precostituiti – che si può vedere le separazioni e le dicotomie come tanto necessarie quanto immaginarie e suscettibili delle trasformazioni utili per non rimanere intrappolati nelle stasi mortifere del sempre uguale.

Stefania Consigliere ha rischiato in prima persona avventurandosi nell’impresa di rimanere «allegramente non-moderni» anche in esperienze estreme, come quella nella foresta amazzonica peruviana alle prese con un rito di purificazione tanto antico quanto moderno (nelle procedure di controllo e cautela applicate). Perché in questo viaggio occorre comunque prudenza e saper non rinunciare a quella «ragione che, svegliandosi, caccia i mostri» anche se può sembrare una debolezza nostalgica e, soprattutto, non pensare che sia un viaggio che si possa far da soli, anche perché, come ricorda Ernesto De Martino, «noi non camminiamo mai soli».

 

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • a proposito della “diserzione dall’immaginario, unitamente alla sua squalificazione, propria di una sinistra che nel fare ciò si è rivelata in «prossimità profonda con la dinamica di quella stessa modernità che, su un altro piano, voleva combattere»
    mi viene in mentre la terribilmente imbarazzante poesia di Franco Fortini che osanna la sopraelevata di Genova … qui recitata da lui stesso

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