Grani naturalmente modificati…

e grani geneticamente modificati
di
Francesco Masala (*)

mangio solo pane fatto con farina di grano Senatore Cappelli: quando posso scegliere io, quasi sempre anche la pasta, non troppa, ma ho scoperto chi la produce.
chi non l’ha assaggiato, questo pane, sono (ispirandomi a Beppe Viola)
«quelli che mangiano una pizza surgelata e, solo perché è prodotta in uno stabilimento vicino a Napoli, credono che è la vera pizza napoletana».
ho fatto un collage di parole e link, sperando che chi legge si incuriosisca e provi a dare un morso al pane che mi piace,

certo qualcuno dirà che è strano, come dicevano i miei alunni in gita a Londra, che lì parlano un inglese strano, mica come la professoressa e come a scuola, ma poi tutto diventa chiaro (speriamo).
mangiatene e godetene tutti – Francesco Masala

Il grano duro Senatore Cappelli
Si tratta di una varietà di grano duro. Ha preso il nome da Raffaele Cappelli, senatore che nei primi del Novecento promosse la riforma agraria e la ricerca sui grani duri e teneri. Per circa un secolo, questa varietà è stata molto coltivata. Negli anni ’70 scomparve quasi del tutto a causa della mutazione genetica cui fu sottoposto per ottenere la varietà Creso. Dopo un periodo di assenza, di recente la coltivazione è ricominciata in alcune regioni del Sud che puntano soprattutto alla salvaguardia della qualità. Il grano duro Senatore Cappelli può essere considerato un cereale “antico”, antenato del grano duro attuale, non contaminato da mutagenesi come molti altri cereali oggi coltivati. Per la sua altezza (160-180cm) e il suo apparato radicale sviluppato, soffoca le malerbe ed è quindi molto adatto per l’agricoltura biologica. La produzione è concentrata in Basilicata, Puglia e Sardegna.

Varietà e valori alimentari del grano


dice Giuseppe Li Rosi, contadino siciliano
«Il consumatore – suggerisce Li Rosi – dovrebbe porsi una domanda, che è la stessa che si facevano gli uomini primitivi quando andavano alla ricerca del cibo: cos’è buono e cos’è cattivo, cosa mi permette di proliferare e cosa invece mi toglie energia». Il problema per l’agricoltore è che questa domanda non ce la si fa più «perché siamo talmente bombardati dalla pubblicità che ci siamo convinti di avere tutto il cibo a disposizione». Eppure, dice, «nessuno mai metterebbe nafta o benzina sporca nella propria macchina, ce ne guardiamo tutti bene, perché invece non pensiamo a cosa introduciamo nel nostro corpo?». E dà la colpa all’ingegneria sociale «che ha tagliato il rapporto con le tradizioni convincendo per 150 anni la gente che il prodotto industriale è quello più salubre, asettico, sano, e addirittura di moda, portandoci a comprare il cibo con gli occhi chiusi. Mentre prima si guardavano le mani di chi ti vendeva il pane e se aveva le unghia nere non lo si comprava».
Per Giuseppe Li Rosi scegliere i grani antichi significa dedicare più tempo alla ricerca del cibo. Invece di fare la corsa con i carrelli. «Ai primordi l’uomo dedicava tutta la giornata alla ricerca del cibo e fino a 60 anni fa si impiegavano ore in cucina. Oggi lo vogliamo portato fino a casa», dice. Lui concorda con il filosofo Ludwig Feuerbach che pensava che siamo ciò che mangiamo. «Infatti – dice – il nostro cervello si attiva in presenza di elementi chimici. Molti microelementi non si trovano più nel cibo e molte aree del nostro cervello sono disattivate. Per evolverci dobbiamo cambiare modo di vivere, pensare e di nutrirci».
(Siamo ciò che mangiamo – Feuerbach)

Per approfondire
http://www.glamfood.it/leggi_news.aspx?id=145
http://daily.wired.it/news/scienza/la-storia-segreta-dei-nostri-spaghetti-atomici.html?page=1#content
http://ctzen.it/2012/07/29/i-grani-antichi-tornano-sui-campi-siciliani-per-anni-li-ho-coltivati-come-marijuana/
http://www.scienziatodelcibo.it/622-celiachia-e-il-consumo-dei-cereali/
http://www.glamfood.it/leggi_news.aspx?id=145

(*) Resistenza alle merci… un altro tassello di Francesco Masala. Ne approfitto per ri-consigliarvi anche il libro di Sergio Mambrini (da poco recensito in blog).

Come forse sapete dalle puntate precedenti Francesco Masala scrive su una precisa “indicazione stilistica” di Jorge Ibargüengoitia. Ma spulciando indietro nel tempo magari piace a Masala anche il vecchio Giuseppe Giusti che suggeriva: «Fare un libro è men che niente se il libro fatto non rifà la gente». Funziona pure con … fare un testo, mi pare. (db)

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