Homo pirofilus?

   Scienza, bonobo, ominini, mamma Africa, ceneri, ipotesi e molto altro con sospetta bufala finale

di Giorgio Chelidonio  

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A volte anche scegliere un titolo può risultare fonte di imbarazzi, sia linguistici che comunicativi della sostanza stessa che si vuol trattare: è il caso di un titolo recentemente apparso in più recensioni sia internazionali che italiane, con il titolo “The pyrophilic primate hypothesis” (NOTA 1), traducibile con «L’ipotesi del primate pirofilo». Restiamo, per un attimo, nel primo vocabolo inglese: “pyrophilic” non pare facile da individuare nei dizionari on-line, che rimandano a “pyrophile” (NOTA 2) traducibile come “persona entusiata del fuoco o dei fuochi d’artificio”. Esiste, però, anche un “pyrophillite” (NOTA 3), definizione di un minerale (silicato idrossido di alluminio e che cristallizza in forme radiali) contenuto in rocce metamorfiche (es. le “filladi”, la più antica formazione geologica – databile fra 541 e 252 milioni di anni fa – delle Piccole Dolomiti vicentine, affiorante a Recoaro) (NOTA 4). Ma questo termine geologico, traducibile con “pirofillite”, rivela un’etimologia fuorviante: deriva dall’unione di due parole greche, “pyr” (fuoco) e “phýllon” (foglia), perché detto minerale, se riscaldato, tende a separarsi in strati fogliettati, cioè sottili. Scartato, come neologismo anglicizzante, “pirofilico”, affrontiamo l’evidente ambivalenza di “pirofilo” (NOTA 5) a cui, abitualmente viene dato il significato di “resistente al fuoco” ma riferito a materiali dotati di questa caratteristica, come certi tipi di vetro. Insomma il pirofilo non è il fratello della pirofila (intesa come tegame da forno).

Liberatici di questo guazzabuglio di nomi, possiamo approdare al significato e al senso del titolo inglese sopra citato: fra 3,6 e 1,4 milioni di anni, quando i nostri antenati ominini erano ancora presenze esclusive delle savane africane l’abitudine (ovvero l’abilità comportamentale acquisita da una o più popolazioni) a misurarsi con incendi naturali avrebbe innescato l’evoluzione cerebrale, quella che portò la capacità cerebrale dai 350 centimetri cubici di Australopithecus (NOTA 6) ai 640 cc. di Homo abilis (NOTA 7), poi superato dai più di 700 cc. di Homo rudolfensis (NOTA 8) e agli 813-1019 cc. di Homo erectus (NOTA 9). Nel periodo evolutivo in questione, una rilevante tappa è rappresentata dal sito georgiano di Dmanisi (NOTA 10): datato a 1,8 milioni di anni e comprendente alcuni crani di ominini (600-650 cc.) attesta probabilmente la più antica uscita dall’originaria nicchia ecologica africana ma non vi sono state trovate, finora, tracce di fuochi usati da Homo georgicus (NOTA 11). A quest’ultimo proposito molti paletnologi si sono chiesti come sia stato possibile un adattamento “out of Africa” così antico (NOTA 12), cioè a contesti climatici temperati ben diversi dalla originaria nicchia tropicale, da parte di ominini arcaici privi di dell’uso abituale del fuoco.
Questo lo scenario delle ricerche fino a 3 anni fa, quando nella grotta sudafricana di Wonderwerk
(NOTA 13) furono rinvenuti strati di cenere (misti ad ossami bruciati) databili a 1 milione di anni fa circa.
Fino ad allora si citavano tracce di fuochi antropici (cioè intenzionalmente controllati, anche se non altrettanto accesi) non più antiche di 800 mila anni fa
(NOTA 14) e solo qualche anno prima la più antica data veniva attribuita al “focolare” del sito di Terra Amata databile a non più di 400 mila anni fa.
A ogni modo, anche la più vecchia di queste date è comunque associata a manufatti prodotti con simmetria bifacciale, cioè connessa a un tipo di ominini dotati di capacità progettuale
(NOTA 15) e di una massa cerebrale (stimata fra 750 e 1250 cm³, per Homo ergaster) (NOTA 16) quasi prossima a quella dei primi “Homo sapiens anatomicamente moderni” (1450 cm³) (NOTA 17) risalenti ad “appena” 160 mila anni fa circa. Un significativo esempio di transizione evolutiva pare rappresentato da Homo antecessor (NOTA 18), dotato di capacità cranica fra 1000 e 1150 cm³, i cui resti sono stati finora rinvenuti in Spagna e datati fra 1,2 e 0,8 milioni di anni fa.
Ma questa “evoluta” capacità tecno-progettuale
(NOTA 19) non è finora risultata associata a tracce significative di focolari, anche se solo riferiti a “fuoco conservato”.

In questa lacunosità di tracce di fuochi conservati (se non già accesi, ma probabilmente tramite frizione lignea, una tecnica inadatta a lasciare evidenze fossili) si sono, nel tempo, inserite varie ipotesi: fuoco raccolto da fulmini, da sorgenti vulcaniche, raccolto, conservato e forse anche trasportato, come del resto si è osservato fare in tempi storici da popolazioni semi-nomadi.
Ad alcuni esempi etnografici, come i fuochi intenzionalmente appiccati da cacciatori-raccoglitori australiani per far ricrescere (nella stagione secca) le erbe e attrarre così nuove prede erbivore, si possono accostare miti e leggende sull’origine del fuoco, tramandati oralmente in quasi tutte le popolazioni pre-agricole. Anzi persino le antiche civiltà mediterranee e del Medio Oriente, come quella dei Greci e dei Sumeri, attribuivano al fuoco un’origine “divina”, indicativa di remote memorie di “fuochi caduti dal cielo”: è il caso del mito di Prometeo (e della sua versione popolare sarda che lo ha trasfigurato in Sant’Antonio abate, il “santo del fuoco”) ma anche del dio Teshub, divinità a cui Sumeri e Ittiti attribuivano tempeste e fulmini.
L’ipotesi del “primate pirofilo” si inserisce in questo filone di deduzioni ma con qualche aggancio in più: fra 3 e 2 milioni di anni fa l’Africa, allora “nicchia ecologica” di almeno 4 tipi di ominini arcaici (
Australopithecus, nelle sue diverse caratterizzazioni morfologiche e crono-evolutive) (NOTA 20) stava subendo importanti cambiamenti climatici: al posto delle foreste tropicali si stavano estendendo le savane, un ambiente naturalmente adatto a trasformare i fulmini caduti in incendi.
Quali possono essere state le reazioni davanti al fuoco di primati umanoidi dotati, mediamente, di appena 300-350
cm³ di massa cerebrale? Cercavano di scappare come tutti gli animali della savana o stavano elaborando strategie adatte ad aggirare un pericolo e trarne, magari, nuove opportunità di predazione? É questo, in sintesi, il cuore della nuova ipotesi: escogitate strategie comportamentali adatte a evitare di essere coinvolti dall’espandersi degli incendi, avrebbero potuto approfittare di carcasse abbrustolite di animali morti negli incendi, una opportunità gustosa e più digeribile che avrebbe contribuito a incrementare il loro consumo di carne, prima occasionale e persino precario: contendere i resti di un’antilope uccisa da grandi felini a iene e avvoltoi non era solo una sfida ardua ma anche un rischio, farsi cioè sorprendere dai felini stessi.
Nonostante le sue recenti elaborazioni però, l’ipotesi di “ominini pirofili” non è certo nuova né facile a procurarsi concrete testimonianze fossili: spolpare una carcassa bruciacchiata all’esterno non lasciava evidenze di ossa bruciate come l’arrostimento intenzionale di parti anatomiche.
Inoltre, i paletnologi sono in prevalenza restìi ad attribuire l’uso del fuoco ad ominini arcaici che, incipiente bipedismo a parte, vengono spesso comparati a moderni scimpanzè.
Proprio su questo confronto si abbinano altri due dati recenti:
– nel 2009, nelle savane di Fongoli (in Senegal) sono stati osservati comportamenti di scimpanzè che “monitoravano” con calma l’avanzare di incendi, quasi che avessero la capacità concettuale di prevederne i movimenti e gli sviluppi. Questi comportamenti “rituali” sono stati avvicinati a un altro comportamento già osservato in questi nostri “paleo-parenti” evolutivi: la cosiddetta “danza della pioggia”
(NOTA 21), un complicato insieme di movimenti e gesti (es. armeggiare con tronchi e percuoterli) che gruppi di scimpanzé sono stati visti “inscenare” davanti all’avvicinarsi di temporali;
– proprio in questi giorni sono state pubblicate recensioni secondo cui nello
Salonga National Park, nel Congo, gruppi di bonobo (un tempo detti scimpanzé pigmei) avrebbero elaborato “tecniche” accensive e di gestione del fuoco basate sull’uso di bastoni e pietre (NOTA 22).
Se confermata, quest’ultima notizia sarebbe una ulteriore perdita di presunte unicità tecno-comportamentali umane. Ma è talmente sorprendente che
necessita più attente verifiche. Teniamo ben monitorata questa notizia: già 2 anni fa la pagina Facebook di Frans De Waal (famoso primatologo!) (NOTA 23) chiedeva conferme di questa notizia, che più d’uno dei suoi contatti ha commentato come “fake journalism”, cioè “balla giornalistica”.

 

NOTE O MEGLIO LINKS

  1. https://www.sciencedaily.com/releases/2016/04/160412160555.htm
  2. http://www.merriam-webster.com/dictionary/pyrophile
  3. https://en.wikipedia.org/wiki/Pyrophyllite + http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=pirofillite
  4. https://it.wikipedia.org/wiki/Fillade
  5. http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/P/pirofilo.shtml
  6. https://it.wikipedia.org/wiki/Australopithecus
  7. https://it.wikipedia.org/wiki/Homo_habilis
  8. https://it.wikipedia.org/wiki/Homo_rudolfensis
  9. https://it.wikipedia.org/wiki/Homo_erectus
  10. http://archaeology.about.com/od/dterms/g/dmanisi.htm
  11. https://it.wikipedia.org/wiki/Homo_georgicus
  12. https://it.wikipedia.org/wiki/Out_of_Africa_I
  13. http://www.nature.com/news/million-year-old-ash-hints-at-origins-of-cooking-1.10372
  14. http://archaeology.about.com/od/gterms/g/gesher_benot.htm
  15. http://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0072693 : connessioni fra lateralizzazione cerebrale e linguaggio già in corso di evoluzione in ominini africani riferibili fra 1,7 e 1,5 milioni di anni.
  16. http://anthro.palomar.edu/homo/homo_2.htm https://it.wikipedia.org/wiki/Homo_ergaster : si stima che il cosiddetto “ragazzo del Turkana” (uno scheletro quasi completo datato a 1,6 milioni di anni fa) avrebbe avuto da adulto una capacità cranica di circa 910 cm³.
  17. https://en.wikipedia.org/wiki/Homo_sapiens_idaltu
  18. https://en.wikipedia.org/wiki/Homo_antecessor
  19. https://en.wikipedia.org/wiki/Acheulean : il cosiddetto “modo 2” (da 1,7 a 0,3 milioni di anni fa circa) testimonia una lunga fase tecno-evolutiva in cui all’abilità progettuale di scheggiare selce (e/o altre pietre più o meno adatte) in forma di manufatti (detti bifacciali o amigdale) dotati di simmetria funzionale si stava associando, forse sinergicamente, lo sviluppo dei più antichi linguaggi.
  20. https://it.wikipedia.org/wiki/Australopithecus_afarensis
  21. http://www.repubblica.it/scienze/2015/12/28/news/jane_goodall_che_cosa_ci_insegnano_i_nostri_amici_scimpanze_-130260892/ + http://voices.nationalgeographic.com/2015/02/03/watch-wonder-chimp-rain-dance/ : “danze della pioggia”
  22. http://worldnewsdailyreport.com/congo-a-group-of-chimpanzees-seem-to-have-mastered-fire/
  23. https://www.facebook.com/Frans-de-Waal-Public-Page-99206759699/

(*) l’immagine è fornita dall’autore che mi prega di precisare «modificata da http://www.freerepublic.com/focus/chat/2118232/posts ».

Giorgio Chelidonio

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