I fiori stanno benissimo

di Maria G. Di Rienzo

Dopo l’Olanda, la Colombia è il Paese maggior esportatore di fiori al mondo. Le donne sono il 65% della forza lavoro relativa (che ammonta a circa 100.000 persone). La Colombia è anche la nazione più pericolosa sul pianeta per i sindacalisti: il 55% degli omicidi di sindacalisti commessi fra il 2001 e il 2010 è avvenuto in Colombia.

«Se dici di essere una sindacalista è come se dicessi di essere una guerrigliera o una terrorista: l’atmosfera è quella e al minimo sei trattata con sospetto» spiega Aura Rodriguez, presidente di Corporación Cactus, una organizzazione non governativa con sede a Bogotà che sostiene i diritti delle lavoratrici nell’industria della floricoltura. Circa il 12% delle floricoltrici e dei floricoltori sono iscritti a un sindacato, ma meno dell’1% di questi “sindacati” sono realmente indipendenti dalle compagnie commerciali… e cioè ci sono due sindacati indipendenti in tutto il Paese. «Erano 15 solo l’anno scorso» dice con rammarico la 43enne Lydia López, presidente di uno dei due rimasti, Untraflore: «Abbiamo 2.500 membri, quasi tutte donne, ma solo 42 si fanno riconoscere come tali sul luogo di lavoro. Anch’io subisco pressioni dai datori di lavoro e dai colleghi, ma fino a ora non ho ricevuto minacce. Essere la leader cambia un po’ lo scenario. E sono orgogliosa se questa mia visibilità aiuta a fare differenza rispetto ai diritti di chi lavora».

Gli abusi ai danni delle lavoratrici, aggiunge Aura Rodriguez, stanno infatti peggiorando mano a mano che l’industria espande i suoi profitti. Un grosso problema delle lavoratrici è il deterioramento della loro salute dovuto alla continua esposizione ai pesticidi: si va dalle nausee alle eruzioni cutanee, dai problemi respiratori agli aborti spontanei. «La maggioranza delle lavoratrici sono le principali provveditrici di reddito per le loro famiglie. Hanno davvero bisogno di quel lavoro, non possono lasciarlo. E questo le rende più vulnerabili allo sfruttamento». Corporación Cactus maneggia più di 200 denunce l’anno, inclusi molti casi di floricoltrici licenziate perché incinte o perché infortunate sul lavoro. Yolanda Castaneda, 41enne, è una di queste ultime. Da più di un anno sta lottando assieme a Corporación Cactus per essere riassunta e perché le paghino gli stipendi che le devono; nel gennaio 2011 è caduta mentre tagliava fiori e si è ferita abbastanza seriamente: da allora è stata ripresa di continuo perché i suoi standard produttivi erano “sotto la media” e licenziata nel giugno successivo. Se state pensando che non doveva lavorare in quelle condizioni e che l’infortunio doveva essere pagato (ma che, vi illudete ancora che operaie e operai siano esseri umani?) eccovi la storia di Juanita – che non fornisce il cognome perché il suo, di licenziamento, è in agguato.

All’avvicinarsi di san Valentino il carico di lavoro e gli orari, nei campi di fiori colombiani, si allungano a dismisura. E’ stato così anche quest’anno, ma a un certo punto la mano destra di Juanita, 32enne, era talmente dolorante da renderle impossibile il continuare. Timidamente, lo disse al suo datore di lavoro. «Mi rispose: No, mamacita, stai benissimo. Se sei malata sei incapace, e se sei incapace non lavori qui. Mi avrebbe licenziata all’istante, e allora mi sono condizionata a lavorare sopportando dolori sempre più forti». Juanita, che paventa il momento in cui crollerà, è madre di due figli e la sola responsabile del loro mantenimento. I campi dove lavora sono a un’ora di viaggio da Bogotà, fra verdi valli che ricevono pioggia regolarmente e dodici ore di sole al giorno: i fiori, a differenza di lei, sono in condizioni ottimali. Se Juanita si rivolgesse a un sindacato potrebbe, anche se a fatica, ottenere un permesso per malattia, o un compenso per le cure mediche. Ma non sarà facilissimo convincerla: quando la parola “sindacato” è stata menzionata in sua presenza Juanita, che non la conosceva, ha chiesto di che si trattava.

DUE NOTE

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue traduzioni– dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011.

Anni fa portavo in scena «Le scimmie verdi» (con Hamid Barole Abdu) e accennavamo ai fiori che arrivano qui dal Kenia e da altre parti del pianeta globalizzato (e digerito). Una storia interessante e complessa, come si capisce dall’articolo qui sopra. Ne ho parlato anche in blog («San Valentino, il business e le scordate» il 14 febbraio 2010) e al riguardo consiglierei di leggere due libri. Il primo è di Alessia Carrer, si intitola «Rose & $pine» ed è uscito nel 2007 da Emi con il dvd «Il viaggio di una rosa»: racconta fra l’altro lo sfruttamento ei danni per l’ambiente del business floreale soprattutto in America latina. Il secondo si intitola «Rose & lavoro» con il sottotitolo«Dall’Africa all’Italia l’incredibile viaggio dei fiori»: lo hanno scritto Pietro Raitano e Cristiano Calvi, con la prefazione di Alex Zanotelli, per Altreconomia Edizioni: anche qui storie di sfruttamento e di pesticidi, in Kenia come in Etiopia. (db)

Redazione
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