Divina invasione

Breve storia, filosofia e abnegazione della «Goldrake Generation» dal 1978 a oggi.

di Fabrizio Melodia (l’astrofilosofo)

«Si trasforma in un razzo missile / con circuiti di mille valvole / fra le stelle sprinta e va / Mangia libri di cibernetica / e insalate di matematica / e a giocar su Marte va…” («Ufo Robot Goldrake», 1978, sigla iniziale italiana)

Goldrake Generation. In questo modo è spesso definita la generazione di bambini che abbraccia la fascia dalla fine degli anni ’70 agli ultimi anni ’80, come esplica Marco Pillitteri nella sua opera mastodontica e omnicomprensiva «Mazinga Nostalgia – Storia, valori e linguaggi della Goldrake Generation» edito presso Castelvecchi nel 1999 e da poco ristampato con opportuni ma essenziali e articolati aggiornamenti.

Un decennio caratterizzato dalla fine della contestazione, segnato dal ristagno delle lotte sindacali di un certo tono, dominato dal malnato potere del craxismo che tanto malaffare ha favoreggiato nella penisola. E’ sufficiente ricordare la fascista reiterazione dei Patti Lateranensi e l’abolizione della scala mobile, appoggiata da una classe operaia ormai troppo poco lungimirante e non più molto fedele alla Falce e Martello.

Un periodo di benessere, abbastanza labile in verità, sottolineato dalla pesante svalutazione cui era sottoposto il vecchio conio: il serpente monetario stritolava tutto e tutto, non ultime le tasche della nuova classe medio borghese, affrancatasi dalle suddette lotte sindacali e sicura del proprio neonato status quo.

In questo periodo, con la Chiesa Vaticana particolarmente sicura del proprio territorio e onnipresente in ogni interstizio del sociale e della vita pubblica in generale, avviene la nascita del Biscione televisivo, favorito dal potere politico all’epoca imperante e da una legge – nota come Mammì (1976) – che in sostanza doveva garantire la pluralità televisiva fungendo da forte antitrust; in realtà aprì la via maestra per l’avvento futuro del vero Grande Fratello.

I bambini in questo modo vennero privati degli ideali di rivoluzione sociale che tanti animi aveva mosso negli anni più difficili della nostra Repubblica.

Nell’educazione delle giovani menti spaesate si fece strada nonostante tutto un forte e razionale impulso libertario, un sistema di valori e insegnamenti concreti che avrebbero abitato nelle anime di futuri No Global e Greenpeace, uno slancio vitale che il Sistema cercava in tutti i modi di cancellare o estirpare in modo perfido e vigliacco.

Ad abbattere con la potenza di un maglio la terribile censura della notte di regime, fu uno tsunami culturale e multimediale senza precedenti, qualcosa che nessuno avrebbe immaginare.

C’erano state avvisaglie, segni premonitori: il celebre Carosello fu il cavallo di Troia dell’avanzata silenziosa, rifugio e laboratorio sperimentale di ottimi e ineguagliati artisti italiani d’animazione. In questa fucina infernale videro la luce personaggi rimasti nell’immaginario di molti, quali Calimero dello Studio Pagot, il daghetto Grisù, Joe Condor, la Linea di Cavandoli, il signor Rossi e tanti altri, oggetto di nostalgico e fiero culto.

Lo sfondamento delle linee di difesa avvenne nell’anno 1978: si fece strada l’esercito terribile e compatto dei cartoni animati giapponesi.

La falange lanciata alla carica prese corpo in un colosso d’acciaio proveniente dalle stelle, guidato da un alieno che si sarebbe schierato per difendere la razza umana. Il suo coraggio e il suo spirito di responsabilità fecero breccia nel cuore di molti.

Iniziava l’era di Ufo Robot Goldrake.

Avventure dinamiche, senso di responsabilità, rispetto del diverso, la condanna unanime della guerra, volontà di cooperazione, furono i valori veicolati da una serie che entrò prepotentemente nell’immaginario collettivo.

Era davvero troppo per la Vecchia e Nuova Destra.

La Chiesa Cattolica e le Associazioni dei Genitori (una fra tutte, il famigerato Moige) si scagliarono immediatamente contro questo fenomeno, bollando il robot d’acciaio e i suoi fratelli come violenti, diseducativi, colpevoli di corrompere in malo modo le giovani menti dei bambini.

Niente di più falso.

Come già accennato, Goldrake portava in sé un sistema di valori che erano contrari alla morale che in quegli anni si voleva imporre e che alla fine, nonostante tutto, ha trovato il modo di espandersi come un cancro esteso.

Goldrake insegnava a combattere per ciò in cui si credeva, senza ostentare la sacralità della guerra e della patria, ma per un mondo giusto, senza schiavitù e sfruttamento.

Goldrake veicolava idee di Sinistra? Ci sarebbe da discutere ma il pensiero si sposta invariabilmente su alcune chiare considerazioni fattuali.

Buona parte delle giovani menti della Sinistra vengono proprio da questo mondo e la loro diffidenza verso le organizzazioni di Sinistra organizzate risiede proprio nel fatto che esse sono invariabilmente compromesse. Abbiamo sotto gli occhi le vicende della Sinistra Italiana con troppi aggettivi, che ha smarrito i suoi ideali, colpevole di essere stata infettata dal morbo della Destra nazionalista, populista, giustizialista e berlusconiana. Troppi che prima scendevano duramente nelle piazze per ottenere diritti, salario, condizioni di lavoro umane e sicure hanno gettato le proprie bandiere alle ortiche, diventando peggio di coloro che prima combattevano. Arrivando a pensare solo ai posti di piccolo, medio e alto prestigio, alla egoistica affermazione personale, dimenticandosi di lavorare per il popolo dei lavoratori, dei deboli e degli sfruttati.

I bambini compresero già all’epoca che chi predica bene e razzola male deve essere duramente punito ma che non basta punire, sconfiggere il cattivo di turno. Occorre anche ricostruire e rivoluzionare. Completamente.

Messi davanti alla televisione, senza alcuna guida (essendo i genitori felici di avere una baby sitter elettronica che li liberasse dell’incombenza con ben poca spesa) i bambini status simbol trovarono una valida scuola non tanto nelle parrocchie o nelle scuole di partito, quanto in quegli eroi che veicolavano i valori che si erano perduti o volgarmente estirpati.

Crearono con la fantasia davvero al potere il proprio mondo interiore, i propri simboli, rivestendoli di enormi significati e interiorizzandoli completamente.

Questa attività è la vera e propria “pratica filosofica”: «L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sé stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sé stesso è questa minorità se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’illuminismo. Senonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: — Non ragionate! — L’ufficiale dice: — Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. — L’impiegato di finanza: — Non ragionate, ma pagate! — L’uomo di chiesa: — Non ragionate, ma credete!»: è Immanuel Kant in «Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?» («Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung?», 5 dicembre 1783).

Valori come quelli veicolati da «Conan, il ragazzo del futuro» dove in un mondo distrutto dalla follia dell’Industria, la ricostruzione era affidata ai bambini, aiutati da quegli adulti che ancora erano in grado di sognare e vedere più in là di altri.

Troviamo grandi valori di sacrificio e comunità nell’anime robotico «Zambot 3», dove una stirpe aliena, scacciata dal loro mondo dai guerrafondai Gaizok, si rifugia sulla Terra e si integra con gli umani. Quando i loro persecutori si rifaranno vivi, non esiteranno a prendere le difese del pianeta, nonostante siano odiati dagli stessi umani proprio per la ragione che sono alieni loro stessi.

In questa serie si anticipa profeticamente anche il tema dei kamikaze, con la strategia delle bombe umane, persone che a loro insaputa hanno trapiantata nel proprio corpo una bomba, che i Gaizok fanno saltare con un comando.

I robot divengono bandiera e feticcio non solo dell’orgoglio giapponese brutalmente defraudato e umiliato dalla tragedia atomica e dai bombardamenti a tappeto statunitensi, ma di una rivalsa contro il sistema politico ottuso e antiquato in cui versano i Paesi europei e del mondo.

«Mazinga Z», «Il Grande Mazinga», «Space Robot», «Jeeg Robot d’Acciaio» e il già citato «Ufo Robot Goldrake» sono il vero ariete di sfondamento di queste nuove generazioni. Create da Go Nagai, esse presentano situazioni molto simili, metafore chiare e abbastanza nette, che vengono percepite al massimo grado.

In «Mazinga Z» il temibile dottor Inferno entra in possesso della tecnologia del popolo miceneo, arrivando a creare robot di eccezionale potenza. Il senso di potere lo sconvolge a tal punto da uccidere tutti i membri della spedizione archeologica di cui faceva parte, fallendo con il dottor Kabuto, il quale fuggirà rocambolescamente. Prevedendo nel futuro l’attacco del dottor Inferno, il professor Kabuto, grazie alla tecnologia antica del popolo scomparso, crea la contromisura necessaria alle mire di conquista del suo vecchio amico. Lascia un messaggio sibillino al suo giovane nipote Koji Kabuto e il ragazzo ritrova l’antico laboratorio del nonno, arrivando pochi attimi prima che venga ucciso dal braccio destro del dottor Inferno, il barone Ashura. Koji viene finalmente a conoscenza dell’esistenza del bieco dottore e dell’arma che suo nonno ha costruito in gran segreto, il robot gigante Mazinga Z, costruito con una lega artificiale praticamente indistruttibile e dotato delle più temibili armi. Dovendo imparare rapidamente e creando grossi scompigli a causa della sua totale inesperienza, Koji riesce però a eliminare i primi robot guerrieri mandati all’attacco da Inferno. Inizia cosi la lotta per la sopravvivenza, che finirà con la distruzione di Mazinga Z da parte del redivivo popolo demoniaco/robotico dei Micenei, guidati dal temibile Generale Nero. Il Giappone e Koji Kabuto saranno salvati dal Grande Mazinga, costruito in segreto dal padre di Koji e guidato da Tetsuya Tsurugi, il quale avrà il pesante compito di fronteggiare la minaccia di un popolo defraudato nell’antichità dai suoi legittimi possedimenti e intenzionato con ogni mezzo a riappropriarsi del maltolto.

In «Space Robot» assistiamo al ritorno del popolo dei dinosauri, costretti per sopravvivere ai raggi cosmici a tornare nelle profondità terrestri, per riemergere ai giorni nostri, rivendicando il loro triste e dittatoriale dominio. Spetterà al terzetto composto da Ryoma Nagare, Hayato Jin e Musashi Tomoe fronteggiare la minaccia, a bordo del primo robot componibile della storia, il potente Space Robot, capace di unire in tre diverse combinazioni le tre navicelle aeree pilotate dai giovani guerrieri.

Jeeg robot d’acciaio mette in luce il contrasto generazionale, quando il padre del pilota di corse Hiroshi Shiba rivela al figlio ignaro di averlo sottoposto in fasce a tremende operazioni, per salvare dentro al corpo del giovane l’antico e potente manufatto conosciuto come la campana di bronzo. Ricercato dai suoi antichi padroni, il popolo Haniwa, ora Hiroshi è un cyborg invulnerabile, in grado di trasformarsi nella testa che compone il robot magnetico Jeeg. Il popolo Haniwa si presenta come dominato da una ristretta gerarchia monarchica, simbolo dell’antica politica che tante sofferenze e tirannie ha portato al mondo. Jeeg simboleggia la rivolta dei figli contro i padri, pur usando le tecnologie paterne, nel segno di un percorso comune ma rinnovato e migliorato.

«Ufo Robot Goldrake» racconta la favola di un principe alieno proveniente da una stella distrutta dalla furia predatrice ed egoista del popolo della stella Vega, fuggito dai suoi persecutori sulla Terra e adottato dal dottor Procton. Duke Fleed, ribattezzato nel doppiaggio italiano come Actarus, costituirà con la sua navicella, che contiene al suo interno il robot Goldrake, l’estremo baluardo di difesa contro le mire espansionistiche del re di Vega, a colpi di alabarda spaziale e magli rotanti.

La lista potrebbe continuare al lungo, tanti ed eterogenei sono i prodotti di questa sterminata cultura, ma penso di non dover produrre altre prove evidenti di quanto ho accennato.

E’ un mondo questo guardato con molto sospetto e aria di sufficienza dalla Cultura dominante, in un primo tempo. Ora viene accettato a denti stretti, con la semplice intenzione di mercificarlo, trasformandolo in una delle tante droghe con cui si addormentano le coscienze e lo spirito critico delle persone, ormai vuoti manichini alla mercé di questo tirannico potere politico e mediatico.

Per fortuna la risposta non è mancata: le Fiere del Fumetto si sprecano e contano sempre più estimatori. Da qualche anno è esploso il fenomeno del cosplay: i ragazzi creano le maschere dei propri beniamini dei cartoni animati, dei libri di fantasy e fantascienza, del mondo video-ludico, rendendo veri quei valori fantastici che sono stati il loro pane quotidiano negli anni del silenzio. Nei sogni di questo popolo numeroso e silenzioso risiede la voglia di lotta e di cambiamento sociale, che abolisce lo stato di cose presente. Chi si potrà mai assumere la ricchezza di questo multiverso, formato da milioni di agglomerati stellari?

Redazione
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5 commenti

  • Mi dichiaro assolutamente incompetente sul tema; ho la vaga sensazione di aver sbirciato Mazinga e/o Goldrake per 45 secondi in tutto (non ho la tv e ostinatamente mi dedico ad altro). Ma ovviamente Fabrizio mi ha incuriosito e cercherò di recuperare qualcosa in rete. Mi attendo che qualcuna/o dell’età giusta, insomma «la generazione Uforobot», dica la sua.
    Dove invece DEVO radicalmente dissentire è sulla questione dei dinosauri: essendo io un fan di Stephen Jay Gould (o forse lui era un fan di Db) ritengo che i dinosauri fossero bellissimi e intelligenti. Tutte le cattiverie su di loro sono frutto di una congiura dei mammut e della Disney. (db)

  • Sono d’accordo con il db che mi precede (io magari qualche secondo in più Mazinga l’ho guardato – però gran parte di quello che so l’ho in verità imparato da Pellitteri). Bell’intervento; ma cosa ne pensano quelli della generazione giusta?

  • “… Nel suo occhio c’è l’azzurro, nel suo braccio acciaio c’è, nero è il suo mantello, mentre il cuore bianco è” – Harlock
    “… Jeeg và , cuore e acciaio, Jeeg và , cuore e acciaio, cuore di un ragazzo che senza paura sempre lotterà” Jeeg robot d’acciaio
    rimaneva il mito dell’uomo di acciaio, almeno nei cartoni mentre, tutto intorno, scompariva il resto, come quando spegnevi la tv e rimaneva quel puntino bianco al centro per qualche secondo.
    Da bambino si sentivano tanti discorsi particolari, rivoluzionari, si parlava ovunque, poi la paura, la censura e più solo cartoni in cui riversare i sogni e un’adolescenza imbottita di droga ovunque. Droga distribuita dalla mafia con cui i maggiori statisti italiani facevano accordi ma prima del 1987… poi venne la Pantera e qualcosa iniziò a cambiare, pian piano…

  • Be’, io ho vissuto a pane e Goldrake, e sono d’accordo con l’articolo. Gli eroi giapponesi erano veramente portatori di ideali antiautoritari, capaci di infiammare i cuori dei bambini.
    Da parte mia, ho una predilezione per Conan, visto e rivisto anche da adulta. La nuova generazione scaturita dal disastro ambientale è così altruista, così nobile, così differente dalla vecchia, da far commuovere anche il cinico più incallito. Lo considero la migliore opera di Miyazaki e credo che, alla fine, sia merito di Conan se scrivo fantascienza.

    Clelia

  • Mah. Se lo dite voi.
    Avanzo un paio di critiche senza intenzioni polemiche.
    C’ero anch’io nel 78, ho seguito Heidi e Goldrake, ma a me i cartoni giapponesi sono sempre parsi, a parte qualche ecccezione, monodimensionali nelle idee, semplicistici nelle trame e, quando è giunta la grande invasione degli anni ottanta, anche piuttosto perversi.
    Colmi di spirito nazionalistico, voglia di rivalsa per la guerra persa, insegnamenti confuciani di abnegazione per il dovere e l’autorità costituita, desiderio sfrenato di vittoria da ammazzare tutti i De Coubertin del pianeta (“ce la devo fare a tutti i costi”, e si trattava di vincere una partita o catturare un pesce) oppure ripieni di allusioni sessuali per noi fortunatamente incomprensibili (innamorarsi di bambine?), mi sembrano più l’invasione allegra di un mondo lontano dal nostro (esotico: questo sì, ed è forse cosa di cui avevamo gran bisogno negli anni di una Rai asfittica) portata avanti scopiazzando spesso molto male i maestri americani e inglesi di SF. I cartoni giapponesi secondo me si inserivano in una zona dell’età dei bambini lasciata senza riferimenti dai cartoni proposti da altre culture: avevano una linearità disarmante adatta ai bimbi ma mostravano sentimenti e aspettative tipiche di una preadolescenza. In quei casi i ragazzini sarebbero passati di solito a romanzi d’avventura più spumeggianti: Verne, London eccetera, oppure ai più profondi eroi Marvel. I cartoni giapponesi prolungavano invece fuori età una linearità che apparteneva ai fratelli minori, ma la condivano di un colore che accalappiava i fratelli maggiori e li strappava (forse) a qualcosa di più complesso.
    L’invasione giapponese è stata una bella cosa, ma non credo abbia portato molto più che l’amore per un certo infantilismo orientale. Il fantasy di oggi, o almeno quello che va per la maggiore, risulta del tutto illegibile per chi non ha fatto la bocca a questo infantilismo.
    E non concordo nemmeno sulla gioventù proletaria che, in mancanza di stimoli rivoluzionari (?) per i complotti della destra cattiva e perfida, si è lanciata nel magico mondo salvifico del Giappone di carta. Molto più rivoluzionario mi pare il Sandokan di Sollima. Tutt’al più la generazione che si è persa il sacro afflato rivoluzionario (ari: ?) ha imparato dal Giappone a mettere le faccine al posto dei segni di interpunzione nelle lettere.
    Ricordo poi che i giornali più o meno di sinistra, L’Espresso, Manifesto & co., a fine anni 70 erano in prima linea contro i cartoni diseducativi e guerrafondai. Erano un po’ ingenui e bacchettoni ma qualche ragione ce l’avevano.
    Immagino che la teoria che state portando avanti avrà di sicuro delle basi teoriche forti e sperimentate. Solo che, sulla base della mia piccola esperienza, faccio fatica a identificarmici.

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