Il diritto alla conoscenza

di Maria G. Di Rienzo

Cosa direste se il consiglio parrocchiale della vostra zona emanasse un decreto simile: “Le ragazze, in questo quartiere, borgo, cittadina, frazione… non andranno a scuola una volta raggiunta la pubertà, e comunque non oltre la terza media.”? Potete essere devoti cattolici, ma sono sicura che non permettereste alla parrocchia di prendere decisioni del genere su vostra figlia. Sono anche sicura che un certo numero di voi prenderebbe la Costituzione italiana e si presenterebbe ai pii censori dicendo: “Vedete di leggerla, le ragazze hanno il diritto di studiare sancito in questa Carta.” e qualcuno dei più agitati aggiungerebbe: “Sì, leggetela… prima che ve la faccia mangiare!”

Lo stesso diritto allo studio, non limitato da sesso di appartenenza o raggiunta maturità sessuale, si trova nella Costituzione dell’India, che anzi garantisce l’istruzione primaria gratuita sino all’equivalente della nostra 4^ superiore. Ma per il “jamaat” (il termine significa “assemblea”, ed è praticamente il “consiglio della moschea”) di un villaggio della regione Tamil Nadu, nel distretto di Pudukkottai, le leggi del proprio paese sono evidentemente opzionali. I jamaat dovrebbero funzionare come organismi a livello di base per mediare le dispute su questioni sociali e morali che possono sorgere all’interno della comunità: quello del villaggio chiamato “P. R. Pattinam” si è preso invece la licenza di credersi un mix fra governo-tribunale-polizia ed ha effettivamente emanato il decreto di cui sopra, proibendo alle ragazze di andare a scuola non appena abbiano le prime mestruazioni e comunque di proseguire gli studi oltre la classe ottava (che corrisponde appunto, grossomodo, alla nostra terza media).

I genitori di Januba Begum, 16enne, hanno avuto il coraggio di opporsi al diktat ed hanno continuato a permettere che la loro figlia frequentasse il liceo. Soprattutto sua madre, Hajarammal, è stata adamantina e aperta nel difendere i diritti della ragazza. Pochi mesi dopo l’inizio della scuola, quest’anno, sono cominciate le azioni di stampo mafioso contro la famiglia. Poiché Januba aveva partecipato alla festa di un tempio assieme ad amiche e amici, i leader del jamaat hanno ululato al disonore, accusato la ragazza di mischiarsi agli intoccabili, chiamato i genitori a risponderne, sequestrato tutti i suoi testi scolastici e minacciato di andare a prendere i suoi documenti dal liceo (fortunatamente la mamma di Januba, che lo prevedeva, aveva già avvisato la direzione scolastica di non cederli a chicchessia). Priva di materiale di studio e fisicamente impedita di raggiungere la scuola, Januba fu costretta a non frequentarla più. Ma le molestie non cessarono. Quando Januba fu vista parlare con un compagno di classe, due mesi dopo, gli zelanti consiglieri del jamaat assalirono verbalmente i suoi genitori, dicendo che la figlia era stata presa mentre praticava “ignobili atti sessuali” e accusarono sua madre di essere la mezzana che la prostituiva.

Il giorno dopo, il 27 ottobre scorso, l’intera famiglia fu convocata in moschea verso le sette di sera. Il padre fu tenuto fermo ad assistere, assieme ad un nutrito pubblico di abitanti del villaggio, mentre Hajarammal e Januba furono legate ad un albero nel cortile della moschea, insultate, coperte di oscenità e picchiate. Oltre ai membri del jamaat si diedero da fare alla bisogna un bel po’ di giovani ubriachi che stapparono quasi completamente i vestiti di dosso a madre e figlia. La madre perse i sensi durante il pestaggio e dovette essere portata in ospedale, Januba restò ferita. Non contento, il solerte jamaat multò la famiglia, che fu costretta a vendere tutto quel che poteva e a prendere in prestito denaro per consegnare 15.000 rupie ai propri aguzzini.

Durante il ricovero, a Hajarammal fecero visita membri del jamaat di un villaggio confinante, che avevano sentito l’orrenda storia e le consigliarono di sporgere denuncia, aiutandola a far arrivare il documento alla polizia. La polizia ravvisò un bel numero di reati e convalidò la denuncia. I devoti picchiatori organizzarono in risposta, a tambur battente, una manifestazione di protesta per “l’ingiusto trattamento inflitto ai giovani musulmani” (sebbene a tutt’oggi NESSUNO sia stato arrestato). Ma la cosa più inquietante è che nello stesso periodo il padre di Januba, Nalla Mohammed, è scomparso e di lui non si sa ancora nulla. La moglie e la figlia stanno facendo la fame lavorando per quattro soldi come donne delle pulizie, e sono terrorizzate all’idea che possa essere stato ucciso. I gruppi femministi indiani stanno sostenendo pubblicamente Januba e sua madre, e nei loro comunicati le attiviste si dicono assai preoccupate perchè “altri jamaat nello stesso distretto stanno impartendo direttive contro le ragazze che studiano, parlano con amici maschi o con persone non musulmane. Siamo particolarmente disturbate al veder giustificare questi atti con i principi dell’Islam. Per quanto ne sappiamo noi, niente nell’Islam nega alle donne il diritto alla conoscenza.” Maria G. Di Rienzo

mariamma

(Fonti: The New Indian Express, One India News, Awid – Association for Women in Development) L’immagine raffigura una dea della regione Tamil Nadu, Mariamman: si dice sia la dea dei poveri e della gente di villaggio.

BREVE NOTA

Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue traduzioni – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

 

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