Fratt: contro il razzismo armati di teatro

A volte conviene partire dalla fine. Se leggete sino all’ultima riga i comunicati di Giolli, cooperativa sociale parmense, trovate questa frase di Paulo Freire: «Nessuno libera nessuno, non ci si libera da soli, ci si libera insieme in solidarietà». Ed è proprio così: i brasiliani Freire con la sua «coscientizzazione» e Augusto Boal (inventore del Teatro dell’oppresso) sono i riferimenti di Giolli e del suo lavoro teatral-sociale di nonviolenza attiva, di auto-liberazione, di trasformazione della realtà sia interna che esterna e relazionale. Non spettatori e spettatrici ma protagonisti imprevisti che escono dalla platea per entrare in scena (all’improvviso, un po’ come i pirandelliani «sei personaggi in cerca d’autore») diventando dunque spett-attori e spett-attrici.

Questo è accaduto anche sabato 17 a Reggio Emilia, al termine della parte italiana del progetto Fratt cioè «Fighting Racism Through Theatre» (cofinanziato dal programma Giustizia della Commissione europea per i diritti). L’affollato seminario finale si intitolava «Seminare sicurezze» e io ero lì come giornalista e all’occasione spett-attore. Dunque violerò la (giusta) regola che invita il cronista a non scrivere in prima persona… a meno che non sia un testimone, come in questo caso.
In due anni di lavoro Giolli attraverso interviste (almeno 200), corsi, laboratori e spettacoli ha lavorato non solo sul razzismo ma sulle insicurezze di cittadine/i (sia migranti che con marchio di italianità) elaborando idee e proposte con un metodo «attivo e maieutico» e coinvolgendo fra l’altro Lorenzo Guadagnucci e il gruppo dei giornalisti contro il razzismo ma anche i Modena City Ramblers. Il cuore del progetto è stata la provincia di Reggio ma con puntate a Parma, Milano, Mantova e Sant’Anna a Stazzema (dove il 12 agosto 1944 i nazifascisti massacrarono 560 persone, in gran parte bambini, donne e anziani).

L’ultimo appuntamento italiano di Fratt doveva appunto raccogliere le idee e trasformarle in proposte che verranno consegnate alle istituzioni coinvolte. Razzismo e stalking, il cibo insicuro e gli anziani abbandonati, la paura verso i migranti e la doppia insicurezza di chi in Italia è migrato trovando ostilità. Tanti i temi, i soggetti coinvolti, i metodi di lavoro. Su www.giollicoop.it è possibile trovare altre informazioni.

Il sabato inizia giocando… per conoscersi e “sciogliersi”. Poi riassumendo – c’è sempre qualche ospite imprevisto – il lungo cammino di Fratt. Quattro partner in Francia, Germania, Italia e Spagna ben uniti a lavorare – soprattutto con questo insolito metodo teatrale – contro chi semina paura. Colpisce una frase del gruppo francese: «Il mondo è ciò che facciamo ma anche ciò che non facciamo».

Mentre la sala si fa buia il giornalista Barbieri (sì: io) legge il racconto «Sentinella» di Fredric Brown: una paginetta famosa perché fa vestire – senza avvisare – i panni altrui, scoprendo che il nemico siamo noi. Poi alcune persone raccontano le storie raccolte nel lavoro di Giolli. Una marocchina che deve fare i conti con il marito convinto che le donne non devono lavorare. Un’italiana capace di costruire parole-ponti ma che vede svalorizzati i suoi studi e il suo lavoro. Una ragazza che vuole semplicemente andare al mare. La paura della solitudine di una cinquantenne. Una trentenne con un fidanzato che «per troppo amore» la ossessiona e la polizia che non sa quali pesci pigliare quando lei chiede aiuto. Soprattutto donne: forse hanno il dono (o la voglia?) di saper meglio raccontare le storie.

La discussione è aperta da Mahmud, un pakistano attivo con la Cgil, che parte dalla paura di perdere l’identità che affligge chi migra. «Ma qui nel reggiano per fortuna si dialoga. E non è poco».

Poi alcuni studenti raccontano che all’inizio avevano preso l’arrivo di Fratt nella loro classe come l’occasione per saltare qualche lezione ma strada facendo si sono fatti coinvolgere: «a scuola eravamo abituati a tacere, abbiamo capito che si può partecipare»; «ci siamo anche chiesti perché ci vogliamo così male fra noi»; «è bello sapere che i nostri talenti possono essere valorizzati». Sono tre voci. Uno di loro è un rapper provetto ma al di là del gioco musicale si mostra capace di sintetizzare questioni di grande complessità.

C’è anche la drammatica testimonianza – una sorta di ultim’ora – che arriva da una scuola: un genitore italiano si intrufola dentro l’istituto e nell’intervallo (vigilanza zero?) prende a schiaffi un ragazzino di origine senegalese colpevole di «avere un flirt» con sua figlia. Si vorrebbe saperne di più, capire se studenti e insegnanti saranno capaci di partire da questa piccola storia ignobile per ragionare sulle molte e brutte facce della paura.

La giornata corre via. Si arriva alle proposte che vengono elaborate in coppie appositamente formate con il criterio «due che non si conoscono». La mia partner è Roberta che dichiara di aver perso fiducia nelle istituzioni «e viceversa, lassù non ci ascoltano mai». Ma allora a chi parliamo? Nel nostro breve incontro raggiungiamo un compromesso: ha senso parlare anche ai “sordi” (cioè a chi non vuole sentire) se lo facciamo collettivamente, in rete, coinvolgendo le persone più diverse. Rompere la solitudine – ma anche la presunzione di autosufficienza – è il primo passo del cammino.

Alla fine piovono le proposte sino a riempire due, tre quattro cartelloni consumando pennarelli e polsi. Vogliamo subito la legge che riconosce la cittadinanza a chi nasce qui. «Anche quella per i rifugiati». Serve un dispositivo che vincoli i fondi assegnati ai programmi «perché in Italia troppo spesso le istituzioni usano soldi del sociale per tutt’altro». Più finanziamenti a scuola e formazione. E molto altro: un elenco lungo e serio, inevitabilmente con qualche “fuori tema”.

Ci si saluta – ma si capisce che nessuna/o vorrebbe andar via – con gli ultimi giochi teatrali e con quella frase che torna in testa: ««Il mondo è ciò che facciamo ma anche ciò che non facciamo».

BREVE NOTA

Questo mio articolo è anche su «Corriere dell’immigrazione». (db)

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