Il mondo di Jessica

di Nicholas Kristof per New York Times, 9 ottobre 2011; traduzione di Maria G. Di Rienzo.

Freetown, Sierra Leone. In un Centro di cura per gli stupri ho incontrato una paziente di 3 anni, di nome Jessica, che coccolava un orsacchiotto. Jessica sembrava malata e perdeva peso, ma non era in grado di dire cosa non andava. Sua madre la portò in una clinica ed il medico attestò la verità. La bambina era stata stuprata e aveva la gonorrea.

Mentre sostavo nel corridoio del Centro, turbato dall’incontro con Jessica, una bimba di quattro anni veniva condotta all’interno per essere medicata. Anche lei risultava infettata da una malattia a trasmissione sessuale dopo uno stupro. Nel Centro, quel giorno, c’erano anche una decenne e una dodicenne, assieme a ragazze più grandi.

La violenza sessuale è una crisi di salute pubblica nella maggior parte del mondo, e le donne e le ragazze fra i 15 ed i 44 anni d’età hanno più probabilità di essere mutilate o uccise da uomini che dalla malaria, dal cancro, dalla guerra e dagli incidenti stradali tutti insieme, secondo uno studio del 2005. Tale violenza resta un problema significativo negli Usa, ma è particolarmente prevalente in paesi come la Sierra Leone, la Liberia o il Congo che hanno sofferto la guerra civile. Lo schema è che dopo lo stabilirsi della pace gli uomini smettono di sparare l’uno contro l’altro, ma continuano a stuprare donne e bambine in percentuali allucinanti, e spesso di età giovanissima.

L’International Rescue Committee, che gestisce il Centro di cura qui a Freetown, la capitale del paese, dice che il 26% delle vittime di violenza sessuale che arrivano da loro ha 11 anni o meno. Il mese scorso, hanno curato una bambina stuprata di dieci mesi.

“Si dà la colpa alle bambine.”, nota Amie Kandeh, che dirige i programmi per le donne dell’International Rescue Committee (www.rescue.org), “Se la bambina violata ha più di cinque anni, è colpa del modo in cui era vestita. Ma abbiamo avuto qui una piccina stuprata di due mesi e mezzo. E’ stato il modo in cui la mamma le metteva il pannolino?” La piccola è morta a causa delle ferite interne inflittele durante lo stupro, aggiunge Amie Kandeh.

La lotta contro la violenza sessuale sarà vinta o perduta in primo luogo all’interno di ogni paese, ma gli Usa potrebbero dare una mano se il Congresso reintrodurrà e farà passare l’International Violence Against Women Act, che introdurrebbe passi in avanti, seppur modesti. E gli Usa potrebbero peggiorare le cose se i Repubblicani riusciranno ad eliminare i finanziamenti al Fondo per le Popolazione delle Nazioni Unite, che lavora in luoghi come la Sierra Leone per contrastare la violenza sessuale. Alla fine, l’unico modo per fermare l’epidemia di violenza sessuale è rompere il silenzio, cancellare l’impunità e mandare i perpetratori in prigione. Ma questo non accade quasi mai. La signora Kandeh mi dice che i Centri dell’International Rescue Committee hanno curato più di 9.000 pazienti dal 2033, e meno dello 0,5% degli stupri ha avuto come risultato la detenzione dei criminali.

Nella città orientale di Kenema, ad un giorno di viaggio dalla capitale, ho incontrato una ragazzina di 13 anni, TaJoe, che è stata curata per lo stupro subito, ed il cui caso svela perché le sopravvissute non parlano. TaJoe è una sveglia scolara delle medie, la terza come eccellenza negli studi nella sua classe. Non molto tempo fa, una sera, aveva bisogno di andare al gabinetto (fuori di casa, ndt.) e chiese alla sorella di scortarla. La sorella si negò e disse che non ce n’era bisogno. TaJoe andò quindi da sola, e sulla via del ritorno fu afferrata da un uomo d’affari, sbattuta a terra e violentata.

Spaventata e vergognosa, TaJoe non si fidò di parlarne a nessuno, ma contrasse una malattia a trasmissione sessuale che le causò febbre altissima. Smise di mangiare, la sua salute peggiorò. Quando i familiari la portarono in ospedale, i medici scoprirono qual era il problema e TaJoe “confessò”.

L’uomo d’affari era sospettato di aver stuprato altre due ragazzine nel villaggio, ma era istruito e ricco. Quando TaJoe fece il suo nome, la polizia agì in modo molto rapido: mise in prigione la ragazza e sua madre, accusandole di sporcare il nome di un rispettato membro della comunità. Più tardi furono rilasciate, ma l’episodio terrorizzò TaJoe. Inoltre, mi dice, l’uomo d’affari le ha promesso che, se resterà libero, pagherà tutte le future tasse scolastiche di TaJoe: una “mazzetta” che le dà la speranza di completare la sua istruzione e di trasformare la sua vita.

Quando le ho domandato che cosa si dovrebbe fare per il suo caso, la sua risposta è stata chiara: “Non voglio il processo. Non voglio causare fastidi.” E se quell’uomo continua a violentare ragazzine? ho detto io. TaJoe ha replicato che forse ha imparato la lezione. Sa benissimo che avere una vita normale nel villaggio, e forse le sue speranze di una carriera medica, dipendono dalla sua resa. “Ho persino paura che lo arrestino.”, dice TaJoe.

Dunque, la situazione è così disperata? Ma con mia sorpresa, ho trovato cenni di progresso: in special modo quando una fanciulla adolescente mi ha chiesto di aiutarla a mandare in prigione il suo stupratore.

Redazione
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Un commento

  • solo due precisazioni ma fondamentali:
    * non si tratta di guerre civili ma di guerre dal movente economico, come la maggior parte delle guerre. guerre per il potere e per il poter sfruttare risorse. Almeno in questi casi
    * ho raccolto la testimonianza di un caso simile alla giovane Taloe in Congo RD. Si trattava di una mamma di una certa età che è stata imprigionata perchè aveva denunciato gli stupratori, tre giovani del villaggio ma con amici altolocati. Eppure altre donne hanno appoggiato la mamma coraggio, l’han fatta liberare ed ora, da mesi, è in corso un processo. Questo solo per dire che non si deve MAI smettere di lottare, che non possiamo permetterci di dire una situazione disperata se anche solo una donna decide di voler giustizia

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