Il plotone

un racconto di Riccardo Dal Ferro
illustrazione di Marco Pasin

Campo di prigionia di Peñiscola, maggio 1937

il plotone«Io ho visto.»

Nella camerata dei fucilieri della terza divisione regnava un silenzio cruento, e le parole incise con l’inchiostro rosso sulla pergamena creavano una muta confusione.

Il mistero che aleggiava attorno alla morte di Alejandro era tutto codificato in quella lettera, lasciata a mo’ di testamento spirituale, e la prima frase che balzò agli occhi di Jose, letta ad alta voce, fu: «Io ho visto.»

Tutto ciò non aveva alcun senso. I quattordici membri del plotone si interrogavano a gran voce sulle motivazioni che avrebbero spinto il loro compagno a togliersi la vita a soli 22 anni. Alfredo era arrabbiato: «Ma che è successo? Perché nessuno ha sospettato, perché nessuno l’ha impedito?» C’era invece Enrique, rassegnato: «Non c’è speranza per nessuno, se persino uno come Alejandro si ammazza.» La notizia era arrivata poco prima, nel sussurro di un emissario preso quasi a bastonate, tanta era l’incredula rabbia con la quale furono accolte quelle parole: «Alejandro Vega si è tolto la vita stamane, alle ore 7. Il comandante condivide il vostro dolore per la preziosa perdita.»

Poi era arrivata la lettera, in mezzo a disperazione e confusione. Leggendone le parole, tutti ripensarono a ciò che era accaduto il giorno precedente, nel tentativo di dare un senso a quell’evento così insensato.

Il condannato era immobilizzato dalle funi, il nero cappuccio ne ricopriva il capo rendendolo cieco e senza volto, la schiena poggiata al gelido muro che non si curava della torrida mattinata, tante erano le fredde anime che si era preso durante la guerra.

Era una guerra fratricida, ma nessuno osava dirlo. Lo Stato si prendeva ciò che riteneva essere il giusto tributo per il mantenimento di un ordine a cui molti non sapevano più dare un nome.

Era il sangue della Spagna quello che veniva sparso sull’arido terreno, e scorreva via insieme all’anima della nazione.

Era uno spagnolo, colui che sarebbe morto quella mattina, ma in molti avrebbero dovuto negare questa sua appartenenza. Il cappuccio, il torso nudo, i legacci e i fremiti di paura che ne percorrevano le membra, i panni che indossava erano quelli del rinnegato, del traditore.

Nel teatro messo in scena, il rinnegato era quello che doveva essere eliminato.

I quindici fucilieri marciavano verso la postazione dalla quale avrebbero crivellato il condannato. Quando il plotone, come un solo corpo, fu giunto a destinazione, venne porto a ogni membro il cuscino con le quindici pallottole.

Ogni fuciliere, ogni militare addetto a questo tipo di rito, sapeva che soltanto tre di quei bossoli erano carichi. Gli altri dodici erano colpi a salve, i quali sarebbero esplosi con realistico fragore, emanando lo stesso fumo grigio dei tre autentici, ma senza espellere il piombo bollente dalla canna.

Ma nessuno dei presenti sapeva, e mai nessuno può sapere, quali fossero i tre proiettili veri.

Approntando la propria arma, ognuno dei presenti, da Alejandro a Enrique, da Cuarto a Jorge, era consapevole che il caso avrebbe deciso chi si sarebbe macchiato del sangue della vittima. Era un vezzo che lo Stato permetteva, una sorta di diluizione del senso di colpa che, nell’incertezza dell’esito, poteva essere equamente distribuito tra i crani dei presenti, come il bottino di una rapina a mano armata.

«Io ho visto.» Così si apriva la lettera di Alejandro, il suicida. Si era forato il cranio con un colpo di rivoltella, il giorno seguente alla fucilazione dell’ennesimo sconosciuto, un evento talmente ordinario che nessuno sospettò avesse a che fare con la morte dell’amico. Marco sbottò: «E allora, vogliamo andare avanti? Che cosa dice poi?»

Jose lesse ad alta voce:

Io ho visto.

Ho visto che l’anima non si lascia ingannare facilmente dai furbi stratagemmi che escogitiamo. Essa non è uno spirito, né un qualche tipo di corpo. L’anima è un liquido che evapora, che si beve, che viene versato a terra. Ognuno di noi nasce con una certa quantità di questo liquido e, mano a mano che ci si distrae, se ne perde un po’ per strada.

Alcuni, avidi, lo ingollano d’un fiato; altri invece, sbadati, inciampano e lo versano a terra, sprecandolo. Fortunati sono coloro che trovano la morte prima di aver terminato la propria dose di anima.

Questa è una fortuna che non ho conosciuto.

Quando la voce del comandante si alzò forte nel limpido cielo estivo, il condannato smise di tremare, percependo chiaramente che lo zenit era giunto, il momento in cui il Sole uccide persino le ombre: «Pelotón: atención!»

I quindici fucili tesero la propria canna come avide braccia pronte a strappare la vita fuori da quella carcassa. Al loro interno, solo tre di essi sarebbero risultati fatali, gli altri dodici avrebbero semplicemente sbuffato e fatto rumore.

Tre pallottole, quelle sufficienti a eliminare il nemico della Spagna.

Dodici salve, quelle sufficienti a lavare la coscienza dei carnefici con il dubbio di non aver compiuto materialmente l’omicidio.

«Che cazzo significa “Questa è una fortuna che non ho conosciuto”?» Ramon diede un calcio a un secchio pieno d’acqua, il quale rovesciò sul pavimento il proprio contenuto. Tutti per un momento stettero zitti, ripensando alle parole della lettera: «L’anima è un liquido.»

Là fuori si combatteva una guerra, tutti lì dentro lo sapevano. Era una guerra ingiusta, come lo sono tutte le guerre. Era una guerra fratricida, in cui lo spagnolo uccideva lo spagnolo, in cui il figlio uccideva il padre, e tutto questo nel nome della Spagna. Un’idea di Spagna che, a quanto pare, differiva profondamente tra le due opposte fazioni.

Eppure, la Spagna era sempre stata una sola.

Il plotone eseguiva soltanto i propri ordini. E anche questa era una cosa che sapevano tutti, «E anche Alejandro lo sapeva, quello stronzo!» rincarò Ramon. A lui non andava giù quella lettera di confessione, quella presa di coscienza che spiegava il perché del gesto estremo. La compagnia era turbata, tutti sedevano o stavano in piedi attorno a Jose, che stringeva la lettera, e lui continuò a leggere:

Anche se abbiamo mentito a noi stessi, con i nostri piccoli sotterfugi, utili (pensavamo) a scacciare il demone delle nostre colpe, oggi mi rendo conto che abbiamo solo rimandato l’inevitabile.

Un peso così grande, anche se nascosto dietro i giochini che ci siamo inventati, finisce per consumare lentamente la nostra anima liquida. E non serve a nulla costruirci quell’artificiosa ignoranza, non serve a niente premere un grilletto stringendo salda la possibilità di non aver forato il costato della nostra vittima.

Non serve a nulla, perché l’anima nel frattempo evapora, e si mischia a inutili inganni che altro non fanno se non diluirne e rovinarne la genuina composizione.

Io premo il grilletto su di me perché è stata versata tutta, e un corpo senz’anima è un tormento dell’inferno.

Io premo il grilletto su di me perché, ingannato dal mio stesso inganno, ho visto.

«Cargar!»

Quando il Sole fu perpendicolare al muro su cui poggiava la schiena del condannato, la voce del comandante risuonò per la seconda volta, la scimitarra da cerimonia alta nel cielo per scandire le ultime sillabe prima dei quindici spari, prima dei tre colpi letali.

Tutti erano convinti di potersi dire innocenti, perché la sola possibilità di non aver ucciso quell’uomo li avrebbe redenti. Era così, ogni santo giorno, a volte anche per tre o quattro esecuzioni quotidiane.

Era la maschera di cui avevano bisogno, ma che non sarebbe bastata.

Era uno dei tanti riti perpetrati dallo Stato il quale, attraverso quei piccoli giochi di prestigio, aveva persuaso ognuno di quegli uomini, che nel plotone diventavano un corpo unico, li aveva persuasi della loro innocenza condizionata.

Li aveva convinti a premere il grilletto, ma salvando la coscienza. E loro ci avevano creduto.

«Apuntar!»

Jose riaprì gli occhi, dopo aver letto le parole scritte da Alejandro. Venne ridestato dal solito Ramon, il quale aveva cominciato a urlare: «Ma questo stronzo si è bevuto il cervello! Stiamo ancora qui ad ascoltarlo? Avete davvero voglia che la sua crisi esistenziale contagi anche la nostra serenità? Io non starò qui un minuto di più!» E se ne andò dalla stanza, sbattendo la porta alle sue spalle.

I tredici fucilieri rimasti ripensavano al giorno prima, a cosa potesse aver spinto il loro compagno a quel gesto. Ma la risposta era nella lettera, e loro ancora non avevano capito.

La scena che tutti stavano ripassando, macerandola nella propria mente, era la stessa che cui ogni giorno avevano preso parte. Qualcosa mancava, in quel mosaico, ma che cosa?

Appena prima del fatidico e conclusivo comando, i fucilieri chiudono gli occhi. La loro arma è già ben puntata contro il bersaglio designato, il quale farfuglia preghiere nella lingua che meglio conosce, quella dei bambini.

Alejandro, Cuarto, Jose, Ricardo, tutti chiudono gli occhi per non sapere: non sapere quali sono i tre fucili che uccideranno l’anonimo traditore. Ma soprattutto: non sapere se il fucile letale sarà davvero stato il mio!

Il dubbio è una strana bestia, soprattutto quando viene utilizzato per ingannare se stessi. Quando il comandante scaglia con inaudita freddezza quella parola tanto temuta, «Fuego!», i trenta occhi sono serrati, mentre piovono fumo, polvere da sparo e silenzio. Il condannato è preda di spasmi, mentre il costato viene perforato da tre pallottole bollenti, ma poi si rilassa immediatamente, accasciandosi docile ai piedi del muro che può finalmente vantare un’altra tacca nella conta delle anime rubate.

In qualsiasi altra occasione, il plotone, ignorante e felice, si sarebbe allontanato come un solo corpo, orgoglioso di aver espletato il proprio dovere senza conseguenze.

Ma quel giorno solo quattordici tra i membri di quella compagnia avrebbero seguito fedelmente il copione. Nessuno si accorse infatti che il volto di Alejandro Vega, il più giovane e promettente tra quei risoluti uomini di guerra, era attraversato da un fantasma di cui mai, prima d’allora, era stato preda.

Le ombre iniziavano ad allungarsi e il plotone si allontanò, ma già la morte aveva ammiccato al giovane fuciliere.

Jose, abituatosi alla defezione di Ramon, continuò la sua triste lettura:

Io ho visto.

Lo scherzo è stato giocato a me, questa volta, e nulla ho potuto per evitare questa tragedia, che da un certo punto di vista è per me un risveglio.

Perché mai avrei dovuto aprire gli occhi, appena prima di premere il grilletto? Quale maledetta (o benedetta) forza ha sollevato le mie palpebre? Quale curiosità imperdonabile ha mosso i muscoli dei miei occhi?

Quello di cui sono certo, è che ho visto distintamente la pallottola partire dal mio fucile e viaggiare irrecuperabile verso il petto del condannato, e come se un demiurgo avesse voluto torturarmi, mi fu reso chiarissimo il percorso che la morte aveva intrapreso, dalle mie dita fino al patibolo.

Sapete, amici miei, mi sono convinto, durante queste mie ultime ore, del fatto che la mia anima fosse stata consumata silenziosamente da tutte quelle fucilazioni cui avevo preso parte. Forse sono sfortunato: esistono persone che compiono atti ben peggiori, e vivono serenamente, ma probabilmente io sono nato con un quantitativo minore di quel liquido sacro che ho lasciato evaporare velocemente.

Forse, c’è chi possiede meno anima di altri.

Non importa quanto remota sia la possibilità di essere un omicida, di aver materialmente ucciso un uomo. Ciò che conta è il semplice fatto di aver preso parte a quell’idea, nascondendosi poi dietro l’illusione dell’innocenza.

Ho visto. Ho aperto gli occhi, credo proprio perché nel mio profondo sapevo che il mio liquido era terminato, e il destino m’ha voluto aprire gli occhi. E ho visto l’orrore di ciò che siamo diventati.

Addio, compagni miei, nel fondo della busta troverete dei bigliettini, su ognuno di essi c’è un nome ben preciso, e sono preghiere di augurio per ciò che vi attende. Non svelate agli altri il contenuto del vostro bigliettino, ve ne prego.

Non odiatemi per ciò che ho fatto.

Per sempre vostro,

Alejandro.

Jose rovistò dentro la busta e raccolse quattordici foglietti ripiegati, ognuno dei quali portava il nome di un membro del plotone. Tutti furono chiamati, e se ne tornarono nelle proprie stanze a leggere il contenuto di quell’ultimo pensiero del loro amico e compagno. Solo un bigliettino venne lasciato sulla panca dove sedevano in cerchio i soldati, ed era quello di Ramon.

Quando a notte fonda, nel campo di prigionia di Peñiscola, si udì un susseguirsi di colpi di pistola, ben tredici spari provenienti da diversi punti della caserma, tutti si misero in allarme temendo un attacco da parte dei partigiani ribelli. I soldati presenti furono buttati giù dalle proprie brande e si prepararono a una battaglia che in realtà non fu mai combattuta.

Accanto a ognuno dei corpi dei tredici suicidi venne rinvenuto un bigliettino gualcito, la calligrafia era quella del defunto Alejandro Vega, di anni 22. Su tutti quei bigliettini c’erano identiche parole, ma indirizzate al nome del proprio detentore: «Cuarto, sappi che tu ieri hai ucciso un uomo. Io l’ho visto.» E così via per Suarez, Benicio, Jorge, Alberto, Ricardo.

Le fucilazioni furono sospese, a causa della mancanza di un plotone specializzato, dal momento che dei quindici membri del corpo scelto, solo uno era ancora in vita, Ramon Garcia. Gli altri tredici si erano tolti la vita, per via del crudele inganno di Alejandro Vega.

A Peñiscola non si parlò mai dell’insensata tragedia che aveva colpito il plotone d’esecuzione della terza divisione della Guardia di Spagna. Solo una volta accadde che qualcuno avesse avuto l’ardire di parlare di quegli oscuri avvenimenti, e quando Ramon sentì le parole «maledetti codardi e pazzi» si scagliò contro il bastardo, e venne ucciso da una coltellata nello stomaco, lasciando morire dissanguato l’ultimo pezzo del plotone del suicida Alejandro Vega.

Era una guerra fratricida, quella che si combatteva a quell’epoca in Spagna, ma nessuno aveva il coraggio di dirlo.

Tutti erano troppo occupati a non vedere, chiudendo gli occhi.

Convinti per questo di non avere colpa alcuna.

Riccardo DAL FERRO

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