Il prezzo del sesso

Intervista a Mimi Chakarova di Bryan Shih per «Women in the World Foundation», 2 ottobre 2012; traduzione di Maria G. Di Rienzo.

Nel 1990, quando aveva 13 anni, Mimi Chakarova emigrò con la madre dalla Bulgaria agli Stati Uniti in cerca di una nuova vita. Quando si recò in visita al suo Paese, due anni più tardi, scoprì che molte delle sue coetanee erano pure emigrate con lo scopo di trovare un lavoro e sostenere economicamente le loro famiglie impoverite. Di parecchie non si sapeva più nulla. Mimi pensò allora che era molto strano non mantenessero il contatto con i propri parenti, quando erano di sicuro spaesate in quelle terre straniere, ma genitori e nonni le dicevano che davvero non sapevano dove fossero le loro figlie e nipoti.

Passarono altri anni e nella seconda metà dei ’90 l’attenzione di Mimi fu attratta dai servizi giornalistici sulla crescente industria del sesso che si diffondeva dall’Europa dell’est. I suoi pensieri tornarono in Bulgaria, alle ragazze che aveva conosciuto mentre cresceva. Era possibile che ad alcune di loro fosse accaduto proprio quello che i servizi riportavano? Ormai una fotogiornalista con esperienza di zone di conflitto, Mimi pensò che la questione meritava ulteriori indagini. Il contenuto salace di quei pezzi, spesso scritti in tono voyeuristico da giornalisti maschi che fingevano di essere clienti, la disturbava: «Mi dissi che invece di star là a leggere e lamentarmi e scuotere la testa, dovevo provare ad andare più in profondità». E così fece, lavorando per quasi dieci anni al suo progetto di giornalismo investigativo e producendo tra l’altro un documentario che ha già vinto dei premi, «Il prezzo del sesso».

Il titolo del tuo progetto, “Il prezzo del sesso”, è semplice ma efficace. Perché lo hai scelto, cosa significa per te?

Nel 2006 stavo lavorando a una storia per Frontline World sul traffico di esseri umani a Dubai. Incontrai i produttori per chiarire alcuni dettagli e loro mi dissero: «Allora, come si chiamerà il tuo servizio?». Io non avevo ancora scelto un titolo e loro continuarono: «Be’, comunque lo chiami assicurati di metterci dentro la parola sesso». Mentre ero alla guida dell’auto per tornare a casa mi ripetevo: «E’ disgustoso. Non posso crederci». Ma questo mi ha costretta a riflettere su una cosa che ha molteplici significati. Per esempio, qual è il prezzo del sesso? Il prezzo del sesso è ciò che un bel po’ di queste donne hanno pagato. E’ la degradazione del loro spirito. Questo è il prezzo che hanno pagato per essere vendute.

Il tuo progetto multimediale fornisce molte risorse per comprendere la questione del traffico di esseri umani, ma che impatto ha avuto il filmato sulle sue protagoniste?

Le ragazze che appaiono nel film non hanno accesso a internet. Devi capire le condizioni in cui vivono. Non è che possono accendere un portatile e andare a vedere. Ma una di loro, Jenea, aveva bisogno urgente di serie cure mediche: molti di quelli che hanno visto la sua storia nel documentario hanno mandato donazioni e Jenea ha potuto affrontare l’intervento chirurgico. Per cui anche se non conoscono il prodotto finito sono consapevoli che c’è un ritorno dall’aver raccontato le proprie storie.

Non abbiamo chiuso il film su una nota ottimistica o speranzosa, anche se avremmo potuto, perché sarebbe stata in gran parte falsa: non avrebbe mostrato le altre donne in situazioni simili le cui storie non sono udite. Gran parte di loro non sopravvivono. Non possono raccontare le loro vicende. Nello strutturare un messaggio indirizzato alla comunità globale io penso si debba avere un tono realistico. E questa è stata la critica principale fatta al film, e cioè che si tratta di un documentario davvero “pesante”. E lo è per via della materia che tratta: le vite delle persone sono distrutte e non è semplice rimetterle insieme dopo che sono state spezzate tante volte.

Una delle critiche in generale ai servizi sul traffico a scopo sessuale è che distolgono l’attenzione da altri traffici di esseri umani, per esempio il traffico di lavoratori, solo perché trattano di sesso. Tu cosa ne dici?

Io penso sia vero, penso che il traffico di lavoratori esista su una scala enormemente più grande. Ma penso anche che questo tipo di traffico è molto più difficile da documentare perché è letteralmente dappertutto: fabbriche, campi, case. Accade con le domestiche, che spesso sperimentano pure abusi sessuali. So bene che il traffico di lavoratori ha definitivamente bisogno di maggior copertura giornalistica, ma ognuno sceglie le proprie battaglie.

La gente mi ha anche chiesto: «Perché non sei andata in altri luoghi, perché ti sei concentrata sull’Europa dell’est, la Turchia e Dubai?». Perché avevo connessioni e contatti in questi luoghi. Dopo la caduta del comunismo le cose sono cambiate drammaticamente. Girare il documentario mi ha dato l’opportunità di indagare qualcosa che mi interessa, che credo dovrebbe far riflettere tutti, e cioè i sistemi sociali. Cosa accade quando un sistema sociale collassa? Che ne è delle questioni di genere? Come ci trattiamo l’un l’altro? Come sono trattate le donne? Nell’Europa dell’est e nei Balcani le società sono assai patriarcali, e allora in che modi le ragazze sono trattate diversamente dai ragazzi? Perché questi genitori non stanno facendo domande sulle loro figlie scomparse, perché non fanno le domande che farebbero se a scomparire fossero stati i loro figli maschi? Tutto questo – genere, opportunità economiche, sistemi sociali, che degradano e si dissolvono – è molto più interessante da indagare, per me.

Dopo dieci anni di lavoro sul traffico a scopo sessuale quanto pensi di occupartene ancora? Come ti ha toccato personalmente?

Sicuramente non farò questo per il resto della mia vita. E’ qualcosa che ti cambia. Che ti si attacca addosso. Le mie colleghe che hanno passato solo due settimane a leggere e far ricerche ogni giorno sul traffico di esseri umani e sullo stupro mi hanno detto che avevano gli incubi e che la cosa le stava angustiando troppo. Adesso tu moltiplica questo per dieci anni, e non si tratta solo di leggere ma di parlare con le persone e di andare in certi posti. Finisci per sviluppare il terrore che qualcosa di terribile ti accadrà, perché incontri costantemente persone a cui cose terribili sono già accadute. Ti investe a un livello assai profondo. Per cui, se dovessi continuare a lavorare solo in quest’area non so quanto bene potrei fare alle persone o al mio stesso lavoro.

Mi piacerebbe espandere le ricerche, aggiungere gli altri due elementi sovrani del profitto, le armi e le droghe, e chiudere il triangolo. I giocatori chiave di tutte e tre le partite sono gli stessi: i Paesi che beneficiano maggiormente del traffico di armi e droghe sono gli stessi che trafficano donne, le reti criminali sono le stesse.

Come trovi bilanciamento nella tua vita, cosa ti sostiene?

Mi piacerebbe davvero saper meditare. Ho colleghi e colleghe che maneggiano soggetti difficili e so che lo yoga e la meditazione li aiutano molto. Io maneggio la mia rabbia, la mia frustrazione e la mia ansia facendo pugilato.

Ho cominciato ad allenarmi perché volevo avere la forza di andare in posti non sicuri durante il mio lavoro da reporter. Sapevo che se accadeva qualcosa niente poteva tirarmene fuori, perché non ho protezioni e nessuna squadra alle spalle, per cui avevo bisogno di sentirmi forte, in grado di entrare in situazioni difficili e uscirne bene. Faccio boxe da sei anni, anche eccessivamente. Il mio rilassarmi è un processo in cui rendo esausti corpo e mente, proprio l’opposto della meditazione e dello yoga, ma sembra che per me funzioni.

http://www.mclight.com/slideshow.html: a questo indirizzo potete vedere lo slideshow del documentario, che si apre con queste parole: «Quando ero piccola, mia madre mi disse che quando piove e contemporaneamente esce il sole una prostituta partorisce. Il sole è il bambino, le gocce di pioggia sono le lacrime della madre. – Rima».

UNA BREVE NOTA

Le traduzioni di Maria G. Di Rienzo sono riprese – come i suoi articoli– dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

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