Il Vaticano, tramite governi, ci ruba in tasca

di Fabrizio Melodia

Sta girando per la rete una petizione – promossa anche dall’Uaar (Unione atei agnostici razionalisti) – che parte da una efficacissima e attenta inchiesta su quanto di soppiatto il governo italiano, in linea con i precedenti, faccia per favorire spudoratamente una confessione religiosa (indovinate quale?)  erogando oltre 6 miliardi di euro.

Non è una novità questa della contestazione di

una Chiesa ricca. Anzi, si può dire che va avanti da parecchi secoli, da quando molti cristiani – fra cui un certo Francesco d’Assisi – misero in luce la problematica fondamentale non tanto sulla povertà di Cristo ma sul fatto se fosse opportuno o meno che la Santa e Romana Chiesa avesse a disposizione beni. E quanti beni!

La petizione la trovate qui: ridurre i costi della Chiesa sul bilancio pubblico: si può! mentre trovate qui – i costi della Chiesa – la bellissima e puntuale inchiesta condotta da quei mattacchioni ragionieri dell’Uaar, brutta gente miscredente ma con una precisione da matematici nel far quadrare i conti per non farsi rubare nemmeno un centesimo impunemente.

Non posso riassumere l’inchiesta ma solo a scorrere le voci forse vi verrà da vomitare come a me. Penso a quanti di questi (nostri) soldi potrebbero essere investiti nel sociale, nella sanità, nell’istruzione e nella cultura, mai come ora tremendamente sottoposti alle forbici dell’austerità a senso unico.

Si parla di parità di diritti e doveri. Non mi sembra corretto che una confessione religiosa venga favorita. Siamo tutti uguali e in nome di questa giustizia «redde Caesari quae sunt Caesaris» ma pagare Cesare con quel che è di Cesare non è facile: bisogna fare un censimento adeguato, almeno quanto quello dell’Uaar. Anche a Cesare – come a chi diceva di rappresentare dio – è stato dato troppo, suggendo risorse vitali dove non si sarebbe dovuto mai toccare.

Restando dalle parti del Vaticano troppe usanze a favore di una “religione di Stato”, che invece ufficialmente non c’è più, sono state conservate. Troppi privilegi ri-concessi alla firma dei Patti Laternanesi: lo spettro dell’imperatore Costantino prima e Teodosio ancora aleggia su questo Paese che avrebbe bisogno di maggior laicità e meno sovranità religiosa.

L’articolo 3 della Costituzione riconosce la libertà di culto a patto che essa non leda alla libertà e ai diritti dei cittadini nella loro totalità. Parassitare non è un buon modo di rapportarsi alla libertà di cittadine/i.

L’utilità “sociale” della Chiesa cattolica è toccabile con mano: non per nulla Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti vedevano nel suo rovesciamento la perfetta attuazione di quell’utopia di libertà, uguaglianza e autodeterminazione che una società libera e civile deve tendere.
«Ma la sostanza più profonda è un’altra: in tutto questo lo Stato si impegna con un potere altro, indipendente e sovrano, a rispettare la propria Costituzione, cioè se stesso. Bella dimostrazione di una sovranità superiorem non recognoscens! Che ne avrà in cambio dalla Chiesa? Dei due poteri indipendenti e sovrani, la Chiesa vive e gode di privilegi sul territorio dello Stato e non viceversa. Che sapienza giuridica! In cambio, l’uno e l’altro potere (i governi, non lo Stato!) avranno il vantaggio di esercitare il loro duplice controllo sulle masse popolari. È questa la ragione vera di ogni Concordato: imporre due poteri sui cittadini»: così scriveva Mario Alighiero Manacorda alla luce dell’avvenuta ratificazione dei Patti Lateranensi, sottoscritti dal cardinale Pietro Gasparri e da Benito Mussolini l’11 febbraio 1929 a San Giovanni in Laterano… poi confermata da Bettino Craxi nel 1984.
Godetevi questa lunga citazione. «Le condizioni dunque della religione in Italia non si potevano regolare senza un previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione della Chiesa in Italia. Dunque per far luogo al Trattato dovevano risanarsi le condizioni, mentre per risanare le condizioni stesse occorreva il Concordato. E allora? La soluzione non era facile, ma dobbiamo ringraziare il Signore di avercela fatta vedere e di aver potuto farla vedere anche agli altri. La soluzione era di far camminare le due cose di pari passo. E così, insieme al Trattato, si è studiato un Concordato propriamente detto e si è potuto rivedere e rimaneggiare e, fino ai limiti del possibile, riordinare e regolare tutta quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della Chiesa; tutto un viluppo di cose, una massa veramente così vasta, così complicata, così difficile, da dare qualche volta addirittura le vertigini. E qualche volta siamo stati tentati di pensare, come lo diciamo con lieta confidenza a voi, sì buoni figliuoli, che forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini e abituato ad affrontare le ascensioni più ardue; come qualche volta abbiamo pensato che forse ci voleva pure un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle ricerche storiche e documentarie, perché di libri e documenti, è evidente, si è dovuto consultarne molti. Dobbiamo dire che siamo stati anche dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti tamquam per medium profundam eundo a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio».

Se avete dubbi… è papa Pio XI che parla ai professori e agli studenti, alla luce delle regalie che il Duce aveva offerto per rinsaldare maggiormente il suo potere.

E pensare che la legge delle Guarentigie, nata nel 1871, dopo la presa di Roma, aveva dato inizio a tutto. Essa stabiliva al Pontefice l’inviolabilità della persona, la sua sovranità, la possibilità di avere guardie armate per difendere i palazzi del Vaticano, Laterano, Cancelleria e Villa di Castel Gandolfo, oltre a sancire l’indipendenza di poste e telegrafi e a garantire un introito annuo di 3.225.000 lire (oggi raggiunge la ragguardevole cifra di 14,5 milioni di euro) per il mantenimento del papa, della classe ecclesiastica e dei palazzi apostolici. Inoltre si stabiliva la pacifica convivenza e indipendenza fra Regno d’Italia e Santa Sede: il clero ebbe anche la possibilità di riunirsi illimitatamente ed esentato dal prestare giuramento al Re.

Si erano pure lamentati, questi poveretti; come Pio IX dichiaratosi prigioniero politico nei palazzi vaticani dopo la Breccia di Porta Pia, che ebbe modo di esprimersi nell’enciclica «Ubi nos», trovando inaccettabile l’atto italiano, poichè il potere spirituale non poteva prescindere da quello temporale.

«Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli» disse Pier Paolo Pasolini. E’ ora di vincere la tentazione.

 

Redazione
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