Il viaggio di Odisseo – di Mark Adin

Chi è stato tanto fortunato da vivere gli ultimi attimi del ‘900 e oggi si ritrova, futuro naufrago, sulle rive del nuovo secolo, ha un modo per disegnare la mappa del viaggio che lo sta conducendo oltre. Annota segni, azzarda confini tra un mondo e l’altro, non tanto per orizzontarsi – la bussola, il punto nave, servono soprattutto se vuole cambiare itinerario, e questo è impossibile – diciamo che la direzione è presa e non si può modificare, di certo non con una singola manovra. Del resto, vuoi come mozzo vuoi  marinaio provetto, gli farebbe piacere sapere dove si è diretti, quale terra lo accoglierà.

 

Vuole dei punti di riferimento da segnare sulle carte nautiche, congiungendo i quali appaia la rotta. Ogni viaggiatore cercherà dei luoghi/non luoghi dai quali è partito per unirli con un tratto di penna a qualche raro scoglio, a qualche punta di terra avvistata tra le nebbie e subito svanita, alla luce di un faro. Non sono infinite soltanto le strade del Signore, sono infinite le strade della comprensione del proprio viaggio, queste introvabili come quelle. Per alcuni, almeno. Ma il ricordo della riva dalla quale si è partiti c’è per tutti, ed è fatto di allineamento di visioni, esperienze, profumi, sedimenti, prime formative esperienze, incontri.

Il ricordo del marinaio è netto, è imbarcato sul proprio vascello e stivato come cibo per il viaggio, dovrà nutrire, sostenere, consolare. Quello scorcio di mondo, quella istantanea sbiadita, la voce di una persona conosciuta, il dramma, la felicità trovata in qualcosa che oggi appare inutile e sorpassato, sono conservate in barili, giù nella stiva, come acciughe, in una salamoia di memoria. Durante la traversata un invisibile cambusiere somministra la razione di cibo e ne traiamo forza, rintracciamo il senso.

Fu durante le prime fasi di allontanamento dalla costa, che incontrai Mario B.

Abitava un minuscolo appartamento in una vecchia casa, in Vicolo Ospedale Psichiatrico (sic!), nella città del riso. L’abbondanza del riso, inteso come cereale, era di contrappasso alla penuria di riso, inteso come frutto del buon vivere. Nella ipocrisia della provincia si era ritrovato Mario B., che era Mario – e non più Maria – grazie a un atto di affermazione condotto attraverso il vestire in modo sobrio e marcatamente maschile, un lavoro sulla voce, sorprendente per risultato, e una singolare operazione di assertività con la quale aveva modificato anche il proprio documento di identità (dove la parola “identità” non riscontrai più essere utilizzata con altrettanta proprietà di linguaggio).

Incuriosito da un breve accenno su un giornale locale, avevo chiesto un appuntamento per ottenere una intervista al signor B. Sulla soglia mi era apparsa una figurina esile dal fare molto deciso, mi aveva fatto accomodare e offerto un caffè, senza tante cerimonie. Il viso, pur risultando ovale, suggeriva una illusoria squadratura virile, resa possibile forse dalla precisione di gesti, dalla credibilità di una mimica maschile, forte e essenziale, sicura. Mi parlò da dietro un paio di occhiali dalle lenti spesse, volte a correggere una forte miopia, e mi sottopose alcune poesie, attente e curate nella disciplina della forma, degne, che la rivista pubblicò accompagnate da una nota biografica.

Certi poeti cantano come rane d’estate, si traggono dalla palude e prendono l’aria serale sulla riva di un fosso, cantando tutta notte e, quando il canto più le esalta, decidono di attraversare la strada e una macchina, con su una coppietta che ha appena fatto l’amore, li spiaccica sull’asfalto, per sempre. Pur sempre è un morir d’amore.

Mario B. era una persona che sapeva cosa voleva: scrivere versi. E siccome neppure i più grandi mai camparono con quello, lui ben sapendolo aveva fatto richiesta ufficiale, attraverso la stampa locale, di ottenere per sé la gestione di un piccolo parcheggio di biciclette presso la locale stazione ferroviaria. La necessità di un deposito custodito era più che giustificata dai continui furti di velocipedi ai danni dei pendolari e alla casse del Comune non sarebbe costato nulla, se non la concessione di una licenza di parcheggiatore. Il Comune rifiutò e il poeta si rivolse ai giornali.

Dietro la scelta degli Amministratori ci fu solo superficialità?  Forse no. Narrandomi la sua storia, a taccuino chiuso, emerse qualcosa che probabilmente determinò il corto circuito nelle rade sinapsi dei burocrati: avrebbero potuto intestare la licenza a Mario, come richiesto, o avrebbero necessariamente dovuto farlo a nome di Maria, come risultante ancora alla perfida anagrafe? Il sospetto mi venne quando Mario B. – avrei giurato sul genere – mi mostrò copia della carta di identità: sulla facciata di destra, il Poeta, con atto perentorio proprio di chi padroneggia la parola, aveva eliso, attraverso una decisiva lacerazione, il suffisso femminile “-a” del proprio nome di battesimo, affermando in tal modo la sua intima personalità e rifiutando quella primitiva, che intendeva disconoscere.

Tale ablazione di genere, con gesto eversivo e libertario, lo avrebbe legittimato, finalmente, a essere ciò che sentiva, gli avrebbe concesso la libertà di evadere dalla sua condizione negata. Il Sindaco, o chi per lui, non se ne rese conto, o semplicemente non ritenne di interessarsene, avendo di meglio da fare. Non seppi più nulla di Mario.

Misuro la distanza, in miglia marine, tra allora e oggi, che navigo in queste acque presaghe la tempesta perfetta, in qualità di mozzo – che qua a bordo di carriera se ne fa poca – e noto che, a una contestazione di idee portata in una diatriba televisiva da Nichi Vendola, un elegante signore di sinistra, sotto l’incipiente influsso dell’orgoglio identitario, gli ribatte di andare a prenderselo allegramente in quel posto. La classe non è acqua, e quando si è a corto di argomenti, la donna è troia e il gay è frocio, anche nel nuovo secolo.

Faccio il punto, alzando il sestante all’orizzonte, e mi chiedo, sempre in miglia marine, di quanto mi sia mosso da riva. Mi sa che forse sto girando in tondo.

Mark Adin

 

 

 

 

 

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