Ilaria Lupo: Beirut, dietro la mappa

Sperduto in qualche luogo senza Internet nei luoghi che erroneamente chiamiamo Medio Oriente, Alessandro Taddei riesce a farmi arrivare questa mappa/non mappa che, se intendo bene, è di Ilaria Lupo. C’erano anche disegni che, nella mia insipienza, non so come “postare” ma spero presto di imparare e così rimediare. (db)

 

A opera del collettivo Studio Beirut viene pubblicata “Beyroutes, Una guida a Beirut”, che si avvale della collaborazione di scrittori, artisti, grafici, architetti, illustratori, filmmakers, edita da Archis con il sostegno di Partizan Publik e Pearl Foundation.

Studio Beirut si definisce “un motore sociale e culturale, una piattaforma pubblica che facilita e promuove progetti culturali e interventi attraverso network locali e internazionali”.

Rani al Rajji, oggi di base ad Amsterdam, ci racconta l’evoluzione del progetto. “L’idea è nata dopo la guerra del 2006. All’epoca io tenevo un blog, che raccontava la vita quotidiana sotto l’assedio. Dopo la guerra abbiamo organizzato un workshop dal nome Beirut unbuilt, in occasione di una visita di Archis, con 3 giorni di dibattito tra autori locali e 14 olandesi. Da qui è nata la proposta di un progetto che unisse le persone, rinvigorendo gli spazi pubblici. Si sono quindi susseguiti due workshops internazionali con 30 persone, durante i quali è stato concepito Beyroutes, poi messo in pagina da due studi grafici tra Beirut e Berlino. I gruppi di partecipanti si sono divisi in 4 aree di ricerca (Hamra, Ashrafieh e Gemmayze, Bourj Hammoud e Dahiya) – continua Rani – e ogni area è stata considerata sotto 2 angolazioni, quella geografica e quella dello spazio mentale. Il nostro proposito era anche sfatare gli stereotipi e i pregiudizi su una realtà così complessa. Volevamo per una volta dire le cose come stanno”.

Il che è costato svariati arresti, diversi giorni di detenzione da parte di Hezbollah (illustrata nel paragrafo The White Hezbollah’s Room) e una battaglia legale contro il tentativo di censura. Ma nel 2010 il libro è uscito in Libano e in Europa.

Sotto le mentite spoglie di una guida turistica, questo piccolo gioiello di grafica offre uno sguardo soprattutto politico, che svela la semiotica della città e i retroscena dell’urbanistica e dell’architettura. Beyroutes viaggia all’interno della matassa, prende posizione e scava con ironia nell’intricato paesaggio locale per metterne in luce le problematiche vere.

Bandita ogni retorica, la città è percorsa quartiere per quartiere, con le dovute istruzioni per l’uso delle sue mille contraddizioni, sventrata dalle guerre, ma da sempre baluardo di resistenza culturale del Medioriente. Tremano le fondamenta a Beirut, ma all’ottavo piano imperterriti si brinda e si fa festa. Per approcciarla bisogna anche comprenderne i paradossi e le leggi non scritte, e la “guida” suggerisce un modo di guardare per vedere.

My City ne è la prefazione: “Beirut è sempre stata un’ovvia sorpresa, un luogo che si sente troppo bizzarro per maturare e troppo raro per sparire, con le sue ferite aperte e al contempo ancora sotto occupazione delle legioni dei Peter Pans” e “We are told that wars do not determine who is right, only who is left”.

Nel primo capitolo – Momentum – gli autori illustrano uno degli elementi tipici dell’arredo urbano: “una guerra dei posters è esplosa a Beirut. Essi possono essere letti come il barometro più visivo della situazione politica generale”. In una scena oggi marcata dall’assassinio del primo ministro Rafik Hariri del 2005, la guida accompagna nel tour dei martiri, evidenziando l’influenza dei fatti violenti nell’assetto dello spazio pubblico. “Sfortunatamente e stranamente quanto basta, gli assassinii sono diventati una forza elementare nello sviluppo spaziale e urbano contemporaneo di Beirut”.

Ma la coscienza politica lascia anche spazio al sarcasmo con cui sono presentati la confusione della città, gli ostacoli della vita quotidiana, il traffico selvaggio, i disastri dell’architettura modernista abbandonata, il mercato della prostituzione di Hamra in ogni dettaglio e la sorprendente coabitazione di sfrenata vita notturna, auto-bombe e scontri fra opposte fazioni nelle strade.

Beyroutes si inoltra anche in quei quartieri che – pur nel loro ruolo politico chiave – le guide turistiche tradizionali non menzionano. Story of a name è il capitolo dedicato a Dahiya, dove gli estranei non sono benvenuti. “Al-Dahiya è un’etichetta che designa i quartieri meridionali di Beirut, associati ai gruppi sciiti, alla dominazione di Hezbollah, povertà, anarchia, illegalità. Al-Dahiya è anche una parola araba che significa suburbio”.

Seguono tra gli altri “La scienza della vita quotidiana a Beirut”, “Cosa non fare se sentite un’esplosione”, “Mercato Nero”, “Paradiso Inferno Hamra e Monumenti accidentali”, che raccoglie foto-cartoline di siti rinominati dagli autori come “Il monumento alla devastazione del centro”, “Il monumento alla modernità (le più grandi toilettes pubbliche del Medioriente)”, “Il monumento alla guerra degli hotels”.

Tony Chakar offre i suoi Catastrophic Space Tours interattivi da scaricare per essere accompagnati in itinerari notturni non convenzionali.

Non mancano leggende metropolitane e biografie di personaggi particolari, come quello del capitolo “Il becchino di Beirut Est”, di cui si racconta che è “notoriamente un uomo ricco, considerato che il suo business funziona bene in tempo di pace, ma ancora meglio in tempo di guerra, povertà e carestia”.

Le cartine di Jan Rothuizen descrivono una geografia vista dal basso, aneddoti di vicinato, comiche situazioni casa per casa e impressioni personali, come l’Holiday Inn che diventa “Holiday Out” o il monumento a Rafik Hariri che “sembra una modesta piscina in stile Las Vegas”.

Studio Beirut prepara attualmente un film sul making off del libro e sviluppa l’ampliamento delle guide ad altre città, alternando una capitale europea con una extra-europea. Prossima tappa Amsterdam.

L’associazione è anche parte di Mediamatic Travel, un sito di approfondimento di 45 città del mondo, promosso da Partizan Publik, includente tours alternativi sul posto che eludono il discorso ufficiale in favore di storie locali e percorsi “autentici”.

 

 

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