Inevitabile, importante, confusionale, rischioso, purificante

Mario Aldighieri presenta «Il dialogo è finito?» di Brunetto Salvarani

Il titolo del libro di Brunetto Salvarani non è una domanda retorica ma un interrogativo rivolto a noi, a ognuno di noi e a tutta la Chiesa in un momento «di pluralismo e di cristianesimo globale».

Si percepisce subito, a partire dall’introduzione, quando riporta le parole di Raimon Panikkar che classifica il dialogo come: «inevitabile, importante, confusionale, rischioso, purificante» (pag10) e che riprende poi alla fine del libro: «Un dialogo dialogico. Un dialogo prima di tutto intrareligioso e intraculturale. Un dialogo la cui centralità, (Panikkar) ha sintetizzato in cinque aggettivi: inevitabile, importante, confusionale, rischioso, purificante» (p.185). Dunque, il dialogo non solo non è morto ma è vivo più che mai come esigenza fondamentale per la vita della Chiesa e del Mondo. Ed è questo che Brunetto vuole provare nel suo libro e lo fa ottimamente.

Un cammino a ostacoli, non facile, riportando le parole di Enzo Bianchi: «nonostante i numerosi sforzi che da più parti compiono in questo senso, restiamo ancora al di là della pietra per quello che concerne il dialogo, tuttora balbettanti nel definire e soprattutto nell’assumere una autentica deontologia del dialogo» (in «Com’è difficile dialogare», su «Famiglia cristiana», 19/04/2009).

Non solo il dialogo é in difficoltà, per non dire in affanno, nei rapporti ecumenici nonostante la bella e profonda enciclica «Ut unum sint» di papa Giovanni Paolo II che approfondisce e completa la «Unitatis Redintegratio» del Concilio Vaticano II, ma anche nel dialogo interreligioso nonostante la «Nostra Aetate» dello stesso Concilio e i molti eventi, non ultimo l’incontro recente di Assisi, dove al dialogo si è preferito il pellegrinaggio silenzioso. È in difficoltà con il mondo ebraico nonostante le tante visite dei papi alle sinagoghe e la definizione di papa Giovanni Paolo II che ha chiamato gli ebrei: «fratelli maggiori». Numerosi sono stati gli inciampi, gli incidenti di percorso che, a volte, hanno raffreddato o perfino congelato le relazioni. Ancor più se i tentativi di dialogo, come è quasi sempre avvenuto, sono rimasti fra «gli addetti ai lavori» e non hanno coinvolto tutta la Chiesa, tutte le Chiese, le comunità cristiane e i fedeli delle altre religioni.

Usando il metodo ormai classico che ci viene dalla Joc (cioè la Jeunesse ouvrière chrétienne- Ndr) e fatto proprio dalla riflessione latinoamericana, Brunetto parte dal vedere la realtà del dialogo nel percorso della storia cristiana dai primi passi fino al Concilio Vaticano II e alla realtà del nostro tempo, per passare poi al giudicare e all’agire.

Quale religione si presenta, oggi, ai nostri occhi? Analizzando la realtà dell’uomo d’oggi, Brunetto sottolinea come la morte di Dio sia diventata la morte del “prossimo” e abbia dato adito alla crescita del “nemico” anche in ambito cristiano. È cambiato il mondo ed è cambiato Dio, l’idea di Dio. Di quale Dio parliamo e proponiamo, il Dio dell’Europa, e quale Dio presentano gli altri? Un Dio potente, degli eserciti, un dio “feticcio” e perfino “virtuale” o il Dio di Gesù Cristo, il Dio “debole” dalla parte dei deboli, sconfitto e vittorioso sulla Croce? Quale la via della Chiesa: il ritorno alla comunità perfetta, all’immagine della Città santa sul monte o del lievito nella pasta? Quale immagine del fedele, appare nell’oggi? Quella del “praticante”, del devoto o del pellegrino nella storia in cerca della verità nella carità?

A queste domande viene di conseguenza l’interrogativo teologico oggi più che mai attuale e fondamentale nella realtà di pluralismo religioso. Quale via di salvezza? Brunetto passa in rassegna i modelli di teologia delle religioni, oggi più conosciuti: Knitter, Queiruga, Amaladoss, con accenni a Jacques Dupuis e Raimon Panikkar, fra tentativi di relativismo e ritorni all’assolutismo, scoprendo nel pluralismo religioso più una promessa che un problema, verso un maggior impegno all’azione per un mondo giusto e di pace, in cammino verso un Dio sempre maggiore e mai prigioniero dei nostri schemi, per un’unità nella diversità come dono di Dio e un’immersione in una visione “cosmoteandrica” dove chi crede si pone a servizio della vita, di tutta la vita dell’altro e dell’universo, non spinto da una “necessità pratica” per evitare il disastro ma per essere fedele “alla volontà di Dio”.

Se questa è la salvezza, quale missione, oggi, nel cristianesimo globale? Veniamo da una missione direttamente o indirettamente imposta, vissuta come una conquista e una esportazione di “civiltà” e nello stesso tempo come una corsa per arrivare prima degli altri. Oggi le Chiese crescono al Sud in numero di fedeli e vocazioni e diminuiscono al Nord. Un cristianesimo africano, asiatico, la nascita di Chiese indipendenti, interpellano la Chiesa dal di dentro. Appare l’urgenza di una missione interna a ogni Chiesa e fra le stesse Chiese e anche tra le diverse fedi, una missione non per se stessa ma che abbia come finalità l’annuncio evangelico della pace e della giustizia per un mondo “dal volto umano”.

Dalla missione infine si giunge al dialogo. Quale dialogo? Un dialogo da costruire, giorno per giorno, nell’educazione contro l’indifferenza dilagante, che superi e cancelli l’idea che siamo di fronte a uno “scontro di civiltà”, impegnati a costruire un’identità aperta che si costruisce nella relazione con l’identità dell’altro, dove nell’altro scopriamo, come sottolineava Panikkar, «il tu che sta nel mio io». Un dialogo che vuole educare a una «laicità di addizione, non di sottrazione», che rispetta i valori e le scelte dell’altro, contro la tentazione della “religione civile” e il “laicismo furioso” come spesso è avvenuto da parte di chi ha preso di mira non solo i segni e le espressioni delle diverse religioni, ma lo stesso diritto del cittadino di aver una fede e di esprimerla nella sua vita pubblica. Un dialogo che si impara nella vita di ogni giorno, nelle relazioni che si intessono e non tanto dalle formule e dai dogmi. Il dialogo ci permette, così, di conoscere noi stessi nella misura che conosciamo l’altro, nella sua cultura, nella sua tradizione religiosa, nella sua vita. Alla fine è fondamentale abbinare al dialogo interreligioso, il dialogo intrareligioso che ci permette di riconoscersi all’interno della propria appartenenza religiosa, di ritornare alle fonti e alla radice di ogni religione e, per noi cristiani, di ritornare alla Parola di Dio, così dimenticata.

Brunetto Salvarani termina il suo lavoro, che avrebbe bisogno di una immersione più profonda di questa semplice e sintetica presentazione (ogni sintesi è sempre un po’ un tradimento), con il saggio ottimismo di papa Paolo VI nella «Ecclesiam suam»: «Noi siamo lieti e confortati osservando che un tale dialogo all’interno della Chiesa e per l’esterno che la circonda, è già in atto. La Chiesa oggi è viva più che mai! Ma a ben considerare sembra che tutto ancora resti da fare; il lavoro comincia oggi e non finisce mai. È questa la legge del nostro pellegrinaggio sulla terra e nel tempo».

Brunetto Salvarani, Il dialogo è finito?, EDB, Bologna 2011

UNA BREVE NOTA

Non conosco personalmente don Mario Aldighieri ma mi è stato presentato come «un prete cremonese dal volto umano e dai trascorsi brasiliani, oggi punto di riferimento locale per molti percorsi alternativi all’aria che tira». Conosco invece il libro di Brunetto Salvarani che Aldighieri recensisce, come altri suoi scritti, e ritengo che questo tipo di dialogo possa coinvolgere anche i credenti (più di quanti si creda?) che non si riconoscono nelle “grandi religioni organizzate” e i non credenti. (db)




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