Insensatezza a Torino: ospedale contro parco
Ma la città si rivolta contro Comune e Regione.
articoli di Guido Montanari e di di «Pro Natura Torino».
Il Nuovo Ospedale dell’ASL Città di Torino per la zona Nord-Ovest nel Parco della Pellerina
di Guido Montanari (*)
La decisione della Regione Piemonte e della Città di Torino di costruire un nuovo ospedale, in tempi di tagli alla spesa pubblica per la sanità, è sicuramente una buona notizia. Ancora meglio poi se questa notizia riguarda la sua collocazione in una zona della città che più di altre esprime situazioni di degrado e di abbandono. E allora perché tanti cittadini, esperti e comitati si sono espressi contro la realizzazione del nuovo ospedale alla Pellerina?
Prima di tutto la collocazione: il Parco della Pellerina. Un parco storico, realizzato a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, uno dei pochi spazi in cui sopravvive suolo in piena terra, fragile e prezioso, in una città che ha impermeabilizzato, asfaltato, cementificato più del 65% del suo territorio. Nel parco ci sono viali alberati che seguono i corsi d’acqua, corridoi ecologici, resti di infrastrutturazioni agricole che rappresentano molto più di un ritaglio urbano: sono una memoria condivisa, una promessa di equilibrio ambientale. Inoltre, l’area è tra le più vulnerabili della città, essendo esondabile secondo tutti gli strumenti ufficiali di pianificazione. Il progetto prevede nell’area ora occupata temporaneamente da giostrai e spettacoli viaggianti, circa 80.000 mq di territorio impermeabilizzato, tra nuovi edifici e infrastrutture (strade, parcheggi).1 L’individuazione dell’area risale al 2023, nonostante la Consulta Ambiente e Verde, organo istituzionale della Città, avesse già espresso la sua contrarietà a tale ubicazione che avrebbe richiesto una Variante Urbanistica di carattere strutturale.2 Secondo i proponenti non verrà intaccata l’area verde, saranno piantumati ulteriori 150 alberi e in merito alla questione idrogeologica le funzioni ospedaliere saranno ubicate a una quota di oltre 6 metri sopra il livello di esondazione massima raggiunta dalla Dora Riparia nel 2000. Tuttavia elevare le funzioni, costruire rampe di decine di metri, spostare elettrodotti, derogare ai limiti di altezza, cancellare fasce di rispetto, trasformare una zona a parco in edificabile e promettere “compensazioni”, non basta. Il verde vero – quello che protegge la biodiversità, assorbe e rallenta le acque, crea corridoi vitali – non può essere rimpiazzato dal verde sulle coperture o da qualche albero in più. Quello che si perde è irreversibile. E il rischio per la sicurezza dei cittadini è enorme.
In secondo luogo, le forme della decisione: una scelta non trasparente, che non nasce da un dibattito, né da una conoscenza condivisa. Un progetto che non ha seguito nessun processo di partecipazione e di discussione pubblica, con conferenza stampa e documenti presentati quando tutto era già deciso, come annunci irrevocabili. Nel frattempo, mentre i cittadini scoprivano la scelta dai giornali, documenti di enorme rilevanza, dagli studi preliminari alle compensazioni ambientali, giacevano nei cassetti. Nei documenti tecnici si leggono forzature che in altri tempi avrebbero fatto saltare l’intero procedimento (tra cui la scelta di non sottoporlo preventivamente ad una indispensabile Valutazione Ambientale Strategica). Il progetto prevede varianti urbanistiche non dichiarate come tali, criteri di selezione del sito basati più sulla comodità amministrativa, che sulla sostenibilità ambientale, alternative escluse senza spiegazioni. Le osservazioni tecniche presentate da esperti e professionisti, dettagliate e documentate, non hanno ricevuto risposta. Comitati, Associazioni, esperti e significativi gruppi di cittadini si sono attivati per contrastare questa scelta, raccogliendo anche le firme necessarie per il referendum sul progetto, così come previsto dallo Statuto Comunale. Tuttavia il progetto va avanti. Ha avuto il via libera della conferenza dei servizi, dopo quello del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Sarà trasmesso all’Inail per la validazione, per poi procedere alla gara d’appalto. Con l’obiettivo – promette il presidente della Regione Alberto Cirio – di posare la prima pietra già nel 2026.
Eppure esiste un’alternativa: c’è un terreno già urbanizzato, già infrastrutturato, fuori da ogni rischio idraulico. Una zona coerente con la pianificazione, con lo spazio necessario e le caratteristiche adatte. È l’area di via Traves, ex Macello, di proprietà della Città. un’area già cementificata che non richiede consumo di suolo. Non presenta interruzioni di corridoi ecologici. Non ha nessun rischio alluvionale. Non richiede forzature urbanistiche. Una scelta razionale, sostenibile, disponibile da subito. Perché non viene presa in considerazione seriamente? La domanda richiede una risposta nel nome della democrazia, della partecipazione, della razionalità di scelte che riguardano il futuro della città. Un parco non è un vuoto da riempire. Sbagliare la collocazione di un ospedale strategico, compromettere un parco storico, ignorare le fragilità del territorio, procedere senza trasparenza, è un errore che la Città pagherà per generazioni. La Pellerina non è un vuoto da riempire: è un pieno di natura, memoria e futuro. È una riserva di resilienza urbana in una città che avrà sempre più bisogno di resilienza. È un luogo che appartiene a tutti, e che nessuna urgenza politica può trasformare in terreno edificabile senza un confronto vero.
I cittadini, gli esperti, i comitati, le associazioni esprimono una richiesta semplice: fermarsi, ascoltare, ripensare. Chiedere una sospensione dell’iter non significa essere contrari all’ospedale. Significa essere favorevoli a un ospedale giusto, sicuro, sostenibile. Significa voler progettare con intelligenza, non contro natura. Significa credere che la trasparenza e la partecipazione non siano ostacoli, ma garanzie di un futuro migliore. Il parco è un bene collettivo. Un ospedale lo è altrettanto. Mettere l’uno contro l’altro è una sconfitta. E il futuro, quello vero, merita lungimiranza, non scorciatoie.3
(*) Guido Montanari è architetto, docente di storia dell’architettura presso il Politecnico di Torino, attivista dell’ambiente e del paesaggio; è stato vicesindaco e assessore all’urbanistica della città di Torino.
1 Il progetto, elaborato dalla Società ATI Project, prevede sei torri con 503 posti letto, oltre 700 parcheggi, il pronto soccorso, il blocco operatorio con 8 sale e il Dipartimento Materno-Infantile. Il costo previsto è di circa 348 milioni di euro, interamente finanziati da Inail. L’operatività è annunciata per il 2031. Comunicato Ufficio Stampa Giunta Regionale Piemonte, 26 novembre 2025. https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/torino-verso-futuro-nuovo-ospedale-nord-per-rispondere-alle-sfide-della-salute#
2 Consulta per il verde e l’ambiente, Città di Torino, lettera del 28/02/2023, indirizzata agli Assessori, ai Presidenti della Commissioni Consiliari e a tutti i Gruppi Consiliari. www.consulte.comune.torino.it/ambienteverde/
3 Ringrazio Emilio Soave, vicepresidente di ProNatura Torino per le informazioni e il dialogo che sono alla base di questo scritto.
Quando un parco diventa un bersaglio: perché il futuro dell’ospedale non
può cancellare la Pellerina
di «Pro Natura Torino» (**)
C’è un momento, in ogni città, in cui si deve decidere se guardare avanti o limitarsi a
sopravvivere. Torino si trova esattamente in quel momento. E il nodo, oggi, si stringe attorno a un luogo che tutti credevamo intoccabile: il Parco della Pellerina. Uno dei pochi spazi in cui la città respira ancora liberamente.
I viali alberati che seguono i corsi d’acqua, la trama verde che accomoda habitat, corridoi ecologici e storie quotidiane, rappresentano molto più di un ritaglio urbano: sono una promessa di futuro, una memoria condivisa, un’ancora di equilibrio ambientale.
Ed è proprio qui, su questo suolo fragile e prezioso, che qualcuno ha deciso di collocare un nuovo ospedale. Una scelta che non nasce da un dibattito, ma dal suo contrario: il silenzio.
La decisione che nessuno ha potuto discutere
Atti firmati senza confronto. Progetti presentati quando ormai sembrava tutto già deciso.
Conferenze stampa convocate come annunci irrevocabili. Così è maturata l’idea di costruire un ospedale in un’area che le carte tecniche collocano tra le più vulnerabili della città, tanto da essere esondabile secondo tutti gli strumenti ufficiali di pianificazione.
Nel frattempo, mentre i cittadini scoprivano tutto dai giornali, documenti di enorme rilevanza, dagli studi preliminari alle compensazioni ambientali mai attuate, giacevano nei cassetti. E non si parla di dettagli: si parla delle fondamenta stesse della scelta. L’impressione, sempre più netta, è che il processo abbia corso più veloce della trasparenza.
Il paradosso di un ospedale costruito dove l’acqua arriva prima.
L’alluvione dell’aprile 2025 ha tolto ogni dubbio: la zona individuata si allaga, si impregna, cede. È un territorio che chiede rispetto, non cemento. E la natura, quando parla così chiaramente, di solito non lascia spazio a interpretazioni. Non basta elevare ingressi, costruire rampe di decine di metri, spostare elettrodotti, derogare ai limiti di altezza, cancellare fasce di rispetto, trasformare parco in edificabile.
Non basta nemmeno promettere verde pensile o alberature “compensative”, perché il verde vero – quello che protegge la biodiversità, rallenta le acque, crea corridoi vitali – non si rimpiazza con un tetto fiorito né con qualche filare. Quello che si perde è irreversibile. E ciò che si rischia è enorme.
Quando la tecnica si piega alla volontà politica.
Nei documenti tecnici si leggono forzature che in altri tempi avrebbero fatto saltare l’intero procedimento.
Varianti urbanistiche non dichiarate come tali, criteri di selezione del sito basati più sulla comodità amministrativa che sulla sostenibilità ambientale, alternative escluse senza vere spiegazioni.
E poi c’è quel silenzio che pesa più di qualsiasi parola: le osservazioni tecniche presentate da esperti e professionisti, dettagliate e documentate, non hanno ricevuto risposta. Come se ascoltare fosse diventato un optional.
È difficile non vedere un copione già noto: quando una grande opera deve andare avanti a tutti i costi, tutto ciò che la contraddice diventa un ostacolo. Anche la realtà.
Un sistema sanitario che cambia direzione senza dirlo
La collocazione dell’ospedale non è un episodio isolato. È parte di un quadro più ampio: riorganizzazioni, scorpori, riconfigurazioni che rischiano di aprire la strada a un modello sempre meno pubblico e sempre più orientato alla sostenibilità economica, più che ai bisogni del territorio. È un cambiamento che non viene dichiarato, ma che si legge tra le righe. E che passa anche attraverso le scelte urbanistiche: dove si costruisce, cosa si sposta, quali beni immobili vengono liberati, quali diventano “opportunità”. Quando si muove un ospedale, si muove molto più che un edificio: si muove un pezzo di città.
Eppure l’alternativa c’è, ed è solida.
C’è un’area già pronta. Un terreno già urbanizzato, già infrastrutturato, fuori da ogni rischio idraulico. Una zona coerente con la pianificazione, con lo spazio necessario e le caratteristiche adatte. È l’area di via Traves, ex Macello. Nessun consumo di suolo. Nessun corridoio ecologico interrotto. Nessun rischio alluvionale. Nessuna forzatura urbanistica. Una scelta razionale, sostenibile, già disponibile. Perché non viene presa in considerazione seriamente?
La domanda rimane sospesa, e il silenzio che la circonda è quasi più eloquente di ogni risposta. Il parco non è un vuoto da riempire. Ci sono errori che una città può permettersi. E ce ne sono altri che pagherebbe per generazioni. Sbagliare la collocazione di un ospedale strategico, compromettere un parco storico, ignorare le fragilità del territorio, procedere senza trasparenza, è un errore della seconda categoria. La Pellerina non è un vuoto da riempire: è un pieno di natura, memoria e
futuro. È una riserva di resilienza urbana in una città che avrà sempre più bisogno di
resilienza. È un luogo che appartiene a tutti, e che nessuna urgenza politica può trasformare in terreno edificabile senza un confronto vero.
Una richiesta semplice: fermarsi, ascoltare, ripensare.
Chiedere una sospensione dell’iter non significa essere contrari all’ospedale. Significa essere favorevoli a un ospedale giusto, sicuro, sostenibile. Significa voler progettare con intelligenza, non contro natura. Significa credere che la trasparenza e la partecipazione non siano ostacoli, ma garanzie di un futuro migliore.
Il parco è un bene collettivo. Un ospedale lo è altrettanto. Mettere l’uno contro l’altro è una sconfitta per tutti.
La città merita una scelta che non sacrifichi ciò che non può essere ricostruito.
La Pellerina merita rispetto.
E il futuro quello vero merita lungimiranza, non scorciatoie.
(**) Luca Graziano, vicepresidente Pronatura
