«Io»: fra stelle e spazio interiore

di Diego Rossi

Mitologia e fantascienza, Piranesi o «IO»?

All’inizio ero felice, catturato dall’incipit del famoso romanzo di Susanna Clarke – «Piranesi»che sembrava perfetto. Belle descrizioni della Casa, un luogo ai margini del conosciuto, una cattedrale, un castello, una prigione di marmo e oceani, scene che richiamano vagamente le opere di Piranesi, il famoso incisore. Guidato dalle critiche favorevoli, dai riferimenti italiani, dalle parole di scrittori ed editori famosi… fra  cui la recensione della bravissima Clelia Farris qui in “Bottega”.  Dopo due o tre saloni, ecco che ho iniziato a sentire il gelo dei personaggi, delle ripetizioni. L’interesse si ritraeva come l’acqua delle maree, altalenando descrizioni a trame raccontate e mai vissute pienamente. Dal mio punto di vista un romanzo discreto, più basato su espedienti stilistici e tecnicismi, privo di emozioni, complesso. Un romanzo che non invita al ritorno, che non brucia.  Una delusione. Mi permetto questo pensiero sincero per dare un giudizio fuori dal coro. Non scrivo quasi mai di cose che non mi colpiscono ma essendo stato così catturato all’inizio e così deluso alla fine mi è capitato di trovare un valido riferimento. Dunque vorrei parlare di un film che è stato molto criticato e che invece riesce a essere estremamente sperimentale: «IO» è da leggere più che da guardare.

Studiato come diario di viaggio è a tratti poesia di immagini e di speranza accostando la mitologia a una formula raffinata di Steampunk.

Lo steampunk sorprende attraverso una connessione tra futuro e passato, una prospettiva rovesciata di cui l’effetto grafico più comune è ricco di colori, di macchine volanti e di storie avventurose. Esiste poi una formula di confine, che ne estende la sperimentazione e che esplora questo schema artistico facendolo convergere anche su atmosfere dello “spazio interno”… sì, alcune forme di steampunk giungono fino a quella regione più intima – e ballardiana – della fantascienza. In questi casi il contenuto grafico si riduce e l’inversione di prospettiva temporale si riproporziona su una nuova e comunque potente soluzione artistica: la poesia.

Poesia di immagini, poesia del racconto, poesia dei dubbi, poesia della speranza.

Lo steampunk è inversione, bilanciamento chimico che a partire dalla storia reale ne costruisce una nuova e immaginaria. Ecco allora che un film come «Io» diventa un piccolo grande capolavoro del genere. Tutto in questo film conduce alla più rara e poetica espressione artistica dello steampunk, ma il riferimento è strutturale, non evidente, non spettacolare. Ci tengo moltissimo a darne evidenza.

«Io» è una storia molto intelligente e che si lascia scoprire gradualmente. La protagonista, Sam Walden, vive in un osservatorio semi-automatico, con il cielo stellato che irrompe sul soffitto della sua camera: ci sono le vecchie radio, le cassette a nastro magnetico, una mongolfiera, la serra, gli alveari, i quad, le riproduzioni in scala di Giove e delle sue lune, vecchi software artigianali per comunicare con i coloni che si preparano a lasciare il sistema solare. Mentre la storia si rivela un fotogramma alla volta, ecco che brucia una fiamma ad olio, utilizzata come allarme per capire se è in arrivo una tempesta di ammoniaca (la variazione cromatica ne segnala il tasso di tossicità). Ma il vero combustibile steampunk di questo film-racconto è un altro, è la poesia dell’umanità che riscrive la sua storia. Nel silenzio arrivano le note del Notturno, Chopin ci accompagna nelle biblioteche vuote, attraverso le rovine di città abbandonate e invase da una nebbia letale. Sono crudelmente belle le piante tinte di rosso che resistono all’inquinamento e lottano per una nuova occasione. Poi, dalla musica si passa a Cézanne, a Platone, all’amore per l’uomo e per la scienza. Ecco un utilizzo funzionale della mitologia, Il mito dell’anima gemella è commovente, invita al ritorno a un’umanità meno esibizionista, autoreferenziale ma più semplice, autentica, scientifica. Lo spettatore diventa parte di un orizzonte di speranza. La speranza di onorare la bellezza del mare, di un’insalata fresca e condita col miele.

Spero che il mio commento incuriosisca, sono storie come questa che mettono la fantascienza al primo posto nella mia vita. Jonathan Helpert realizza qualcosa di straordinario e le  recensioni sbrigative, meccaniche e presuntuose mi hanno fatto aspettare a lungo prima di scoprirlo. Se «Io» è un pessimo film, forse è proprio perché è da leggere più che da guardare.

Ecco una recensione: https://movieplayer.it/articoli/io-film-netflix-recensione_20185/

Nell’immagine una scena del film «Io» con Margaret Qualley

 

Redazione
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4 commenti

  • Clelia Farris

    Piranesi è un libro così, a chi piace, piace da strapparsi i capelli; a chi non piace, noia.
    Io l’ho letto due volte, trovandolo sempre meraviglioso, ma comprendo che possa dare l’impressione di qualcosa di statico.
    Altri lettori della Clarke hanno apprezzato Jonathan Strange e Mr. Norrell, che io ho abbandonato a pagina 18. Usando la metafora di Piranesi direi che c’è un Salone in cui Susanna Clarke è una grande autrice, e uno in cui non lo è.
    Cercherò Io, sono curiosa del film “da leggere”.

    • Grazie Clelia, mi trovo davvero in minoranza su Piranesi. La tua recensione è stata tra le migliori e più appassionate che ho letto e, per quello che vale mi è piaciuta molto più del risultato finale della Clarke. Spero di chiarire meglio un punto di vista opposto al tuo con questo bel film, ingiustamente trascurato.

  • Grazie a te dello scambio. È sempre piacevole barattare idee e opinioni.
    Il film, tra parentesi, tocca un tema che mi sta a cuore: migrare, verso altre terre, anche nello spazio siderale, o restare, confidando nelle capacità riparative della natura?

  • Sì, il tema centrale del film è proprio questo, andare via o restare? La sceneggiatura e i dialoghi mi hanno colpito profondamente. La cura dei dettagli, delle singole frasi, come quel semplice “dobbiamo” che scoprirai a un certo punto mi hanno sorpreso. Tutto è diretto, vissuto, mai raccontato. Grazie Clelia.

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