Istruzioni per pescare in biblioteca ovvero…

cosa (si può) fare con un libro, a parte la zeppa sotto la gamba del tavolo che traballa. A proposito dei «libri ritrovati in biblioteca» (*)

di Bianca Menichelli (*)

energu-LibriRitrovati

«Lo scrittore scrive, ma il libro non diventa reale finché il lettore non entra nel sogno narrato e non ne collega i pezzi. Perciò comincia dal centro e leggi verso gli estremi, inizia dalla fine e leggi all’inverso; spetta a te dare forma, tagliuzzare, intagliare, usare le forbici, legare, incollare, rifilare, raschiare, dipingere, arrabbiarti, imprecare e scagliare l’opera da un capo all’altro della stanza…; spetta a te mettere insieme i pezzi in modo che combacino, e forse persino mostrare come dovrebbe esser fatto il lavoro…». da «Prateria. Una mappa in profondità» di William Least Heat-Moon, Einaudi, 1996 (traduzione di Igor Legati)

Piccola, ma non breve, nota autobiografica: per molti anni ho evitato la frequentazione delle biblioteche pubbliche. Il libro era l’oggetto del cuore e nessuno-nessuno doveva averlo/possederlo, tranne me. Manco li prestavo!

Poi, felicemente superata la fase anale (grazie, papà Freud) mi si è aperta la porta, anzi il portone, della Biblioteca Civica, tra l’altro edificio pregevolissimo del Cinquecento restaurato in maniera appropriata e di questi tempi… Alla vista di quelle sterminate file di libri, sono diventata catatonica. Stavo per ricadere nel vizio: dovevano essere tutti miei, con l’eccezione dei libri “rosa” e di quelli smaccatamente commerciali, non escludendo comunque i libri cosiddetti “di genere”, fra i quali si celano a volte sorprese non da poco. La mia parte ancora raziocinante ebbe il sopravvento e meno male, perché cominciai a scoprire un mondo sotterraneo fino ad allora a me sconosciuto.

Prima parte banalmente propedeutica:

un libro è un corpo vivo che impegna tutti i nostri sensi, la vista, ça va sans dire, l’udito (il fruscio delle pagine e la lettura ad alta voce), il tatto (ah sfiorare la carta come una seconda pelle), l’odorato (il profumo dei libri letti e, attenzione qui la mia prima folgorazione, riletti anche da altre persone). Accidenti, ne manca uno: il gusto. E allora via con il senso traslato: chi non ha sentito le papille gustative sollecitate e solleticate dalle «Ricette immorali» di Manuel Vasquez Montalban, a parte la sollecitazione di altre parti del corpo?

Fine del propedeutico, inizio del culturale.

Il mondo sotterraneo, si diceva. Un giorno fui colta da vertigine: qualcuno nel libro in mio affido temporaneo aveva sottolineato una frase a matita! Sommo sacrilegio: io, io che per molti anni avevo rifiutato di fare le orecchie ai miei libri mi ritrovavo fra le mani un libro, qualificato come bene comune, oltraggiato, anche se da una traccia leggera e facilmente delebile. Poi quella fastidiosa vocina: “Scema”. E la seconda folgorazione: chi aveva sottolineato quella frase e perché non altre? Ovvero della speculazione intesa come «indagine intellettuale con fini esclusivamente teorici» (vedi lo Zingarelli 2011).

Per cominciare: quale persona? quale filo di pensiero aveva seguito? cosa avevano suscitato quelle parole, un ricordo, una speranza, aveva colpito l’armonia delle frasi? Erano state sottolineate da chi aveva preso il libro appena prima di me e, se no, da quanto tempo i segni di matita insistevano sulla pagina? Era il classico messaggio in bottiglia per chiunque avesse letto successivamente quelle parole? Che fossero rivolte proprio a me? Cosa mi potevano/volevano comunicare? E via elucubrando. Insomma, un bel lavoro, salutare per una che nei libri aborriva perfino le orecchie.

Il risultato: ho cominciato a sottolineare anch’io. Con molta timidezza e costante rispetto, ho cominciato anch’io ad affidare alla matita il mio messaggio in bottiglia, forse una specie di telefono senza fili all’epoca della riproducibilità tecnica.

Ecco il mio battesimo: «Perché la letteratura, intesa come grande esperimento sui limiti dell’umano, dovrebbe sempre essere questo: un detonatore, una catastrofe che genera cambiamenti irreversibili della vita. Un fattore di squilibrio. Quanto più un libro è dotato di un’autentica grandezza, tanto più dovrebbe essere in grado di fecondare forme di follia adeguate a quella grandezza. Ma tutto questo è raro e poco ufficiale. Arrivano i critici, i professori, gli intellettuali, freddi e seriosi come i conigli neri di Pinocchio. Tenace e paziente, la mediocrità riafferma sempre i suoi diritti». (Emanuele Trevi «Qualcosa di scritto», Ponte alle Grazie, 2012, pag. 23 – BiblioCivica 853.914 Tre.Qual, acquistato senza neanche finire il prestito; per completezza, Trevi parla di «Petrolio» di Pier Paolo Pasolini)

Rassicuro i puristi: la matita è utilizzata da parte mia con estrema parsimonia.

Altro esempio di elaborazione critica applicata ai libri in prestito.

Quando l’altra settimana nel libro di Antonio Manzini «Era di maggio» – Sellerio 2015 (BiblioCivica 853.914 Manz.Era) – che tra l’altro mi ha annoiato assai, ho trovato la riproduzione del particolare di un quadro che due mani (o quattro) avevano trasformato in cartolina con tanto di pseudo francobollo e data di spedizione (a matita, of course) e messaggio di saluti da parte di due ragazzine un po’ monelle, a giudicare dalla scrittura un po’ infantile e dalle firme: ma sarà stato vero? Chi si celava dietro quello scherzo? Era stata involontaria dimenticanza? E perché proprio in quel libro che tutti poteva attirare fuorché due ragazzine un po’ monelle?

Oppure la frase «E io a dirti che bisogna cantare anche da stonati, altrimenti non saprai mai qual è la tua voce» sottolineata quasi con ritegno su «Come un respiro interrotto» di Fabio Stassi – Sellerio 2014 (BiblioCivica 853.914 Stas.Com) – era un moto del cuore rivolto al sospirato oggetto del desiderio oppure l’autosuggestione di una persona che canta in un coro parrocchiale?

Nota a margine: consiglio la lettura di questo libro.

Per quanto mi riguarda, recentemente sono stata colpita dal virus della dimenticanza: una serie di segnalibri che la Biblioteca allega al libro in prestito con la data di restituzione, che riconsegno per il riciclo. Mi sto ancora chiedendo: chi li ha trovati nel libro restituito avrà speculato come me? Avrà pensato a quali libri precedenti si potessero riferire? Quale tipo di persona potesse lasciare un tot di segnalibri scaduti in quello specifico libro? Se ci fosse un riferimento a qualcosa, un segnale, un messaggio in bottiglia o che fosse solo una dimenticanza?

E quanto potrei continuare…

Ma perché non continui tu, che sei arrivato fin qui e hai vinto l’orsetto di peluche?

Potrebbe essere l’inizio di una bella amicizia («Casablanca» di Michael Curtiz, USA 1942) oppure di un bel gioco che può durare anche poco.

Post scriptum – Non preoccupatevi, le orecchie ai miei libri ho cominciato a farle subito dopo l’adolescenza, assieme a furiose sottolineature e allucinate postille, oltre a ciancicati post-it. Era solo un modo per creare il climax del racconto. Si fa così, no?

Ma sui libri in prestito ho detto la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità, lo giuro. Parola di (giovane) marmotta.

(*) Forse avete visto qui in “bottega” le tre puntate della rubrica “libri trovati in biblioteca”. Una proposta di Bianca accolta e rilanciata. Lei è sempre la benvenuta ma questo spazio – lo chiede lei, lo sollecita la redazione – resta aperto a tutte/i. Se andremo avanti (diteci voi) forse potremmo avere un “logo”. Vi piace questo di Energu? con un dito-Et-astronave che vuol tornare “a casa-libro”… Oppure continuiamo con Jacek Yerka? O li alterniamo il pazzo polacco e il matto romanaccio? E/o avete altri suggerimenti, magari «solari e un poco irridenti» (Bianca dixit). Ma ri-dixit «un logo (o una rubrica?) è tale solamente se coinvolge un certo numero di firme»? Altrimenti è «solipsismo»? E «ci salverà un libro»? Lettori e lettrici, bibliotecar* fatevi sentire. (db)

 

Redazione
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Un commento

  • GiorgIo Chelidonio

    Quasi un’emozione: quella che ho provato una decina di anni fa prendendo s prestito un libro che avevo già chiesto quasi 50 anni prima. Vi ho ritrovato le stesse sottolineature che aveva già allora : nessuno l’aveva più letto? Oppure intimorito da quelle prime “tracce di presenza” non aveva osato farne altre? E io stesso perché non ho aggiunto mie tracce? Forse per rispetto. ….. me lo sono fotocopiato tutto!

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