La caccia – di Mark Adin

Dirò di fatti veri. Faccio questa premessa per manlevarmi presso coloro che forse si urteranno per il tenore schietto della narrazione ovvero perché si possono in essa riconoscere (e di ciò me ne frego).

Durante l’infarto della spensierata giovinezza, in quel periodo atrocemente bello del dopo adolescenza, nel passare dalla pubertà all’ignoto, coltivavo il coraggio di affrontare le meraviglie della vita. A dispetto di una educazione rigorosa, che avrebbe dovuto ispirare prudenza, mi spingevo ai confini del mondo ogni volta che potevo. Il mio finisterrae era antropologico ancorchè geografico. Seppi infatti, più tardi, che alcuni miei coetanei erano stati dalla Scienza classificati come border-line (dall’inglese: linea di confine, appunto). Qualcuno di loro si era iscritto alla tribù dei violenti. La tribù tramandava un antico rito di iniziazione: si recavano in gruppo, certe notti in cui l’ozio era insopportabile, ai giardinetti, quegli ameni àmbiti che al Sud chiamano Ville Comunali, per organizzare battute di caccia al culattone.

Alcuni di loro provenivano da accrocchi famigliari degradati dalla miseria e, per questo motivo, perennemente squattrinati. Per avere qualche soldino in saccoccia andavano, preferendo questa attività al lavoro, di giorno oppure in prima serata, nel piazzale della stazione per fare le marchette con gli stessi finocchi che a notte fonda si divertivano a riempire di botte senza risparmiarsi. Di giorno fingevano di farsi adescare dai cupia, ai quali consegnare le proprie turgide propaggini manotenute od oralmente tratte. Ciò che di giorno era risorsa, a notte alta diveniva preda. Le scorrerie nella domestica verzura spesso terminavano nel sangue, non di rado in rapina. Il capo branco, persona avvezza, menava alla sciagurata caccia i giovani imberbi come fa la fiera con i suoi cuccioli: a scopo didattico. I froci non si difendevano; scappavano e, quando raggiunti, subivano ogni affronto.

In un angolo del parco, dedicato ai convegni tra omosessuali perchè male illuminato, all’ombra di un imponente e retorico monumento ai caduti, dove si innalza una statua alata beffardamente con le braccia aperte, il cassiere di un circo di passaggio trovò la morte per accoltellamento.

Il cadavere si presentò riverso sul prato, pancia in giù e calzoni al ginocchio, con un paio di mutandine femminili nere, di pizzo, che una mano pietosa ricollocò alla giusta altezza per evitare l’esplicita ostensione di un peccato di cui la provincia di allora, come del resto quella di oggi, avrebbe parlato soltanto a bassa voce e con battute da caserma.

La mia tribù, o per meglio dire quella a cui mi ero aggregato, aveva istituito altre liturgie ed era influenzata, per sua fortuna, da qualche cattivo maestro progressista. Più di una volta ci trovammo a difendere fisicamente la parure di gay domestici, anche se il termine gay sarebbe stato coniato soltanto anni dopo. I bulicci, i caghineri, i ricchioni, gli arrusi, i sucaminchia, i pederasti, i rottinculo, gli invertiti, i culanda, quelli che, pur non dichiarandosi, mostravano di essere ciò che la loro identità sessuale suggeriva, erano molto pochi e coraggiosi. Uno dei più noti, politicizzato, tenuto ai margini dal sessuofobico PCI di allora, fu l’unico partecipante alla prima trasmissione radiofonica, organizzata e voluta da lui stesso presso una emittente privata, che parlò apertamente di omosessualità. Era condotta da un marziano di nome Angelo Pezzana, storico fondatore del FUORI!, Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano, la prima organizzazione italiana per i diritti degli omosessuali. Pezzana esordì con la lettura degli squallidi epiteti regalati agli omosessuali: un elenco interminabile. Luigi R. restò in ombra, dalla parte del banco di regia, separato da un grande cristallo dal conduttore, con le lacrime agli occhi, schiantato dalla propria viltà generata da altri con lo scherno, il dileggio e la violenza. Non ce la fece, non trovò la forza. Luigi R. nuotava come poteva nelle acque ferme, nel mare morto dell’ignoranza.

Vedere oggi, a distanza di tanti anni, sui quotidiani la foto dell’ennesimo culattone picchiato duramente, il viso tumefatto, ravviva un dolore insopportabile.

Ringrazio i miei genitori, i maestri, le mie letture che mi hanno risparmiato, in mezzo a tanti e necessari errori, di collocarmi tra i boia ed i torturatori. Ci possono essere fatti durante il percorso di vita – càpitano eccome! – duri e difficili da metabolizzare, di cui è bene vergognarsi, me ce ne sono alcuni che non possono essere risolti, ne da sè stessi nè da altri appartenenti a questo o ad altro mondo, che non sono condonabili, che sono soltanto da esecrare e ancor più da maledire.

Mi scuso per aver utilizzato, per indicare degli esseri umani, le parole tratte dal linguaggio volgare, dalla parlata comune. Mi è sembrato giusto seguire la provocazione di quella lontanissima trasmissione radiofonica, senza intento celebrativo, dedicando queste righe a Luigi R. detto Luìs Culanda, alla Gianna del Novecento, alla Palmira in hot pants, alla loro vita difficile vissuta con tutto il coraggio possibile, alla loro mitezza, al loro essere agnelli in mezzo ai lupi.

 

Mark Adin

 

 

 

 

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

4 commenti

  • educazione alla violenza
    oggi forse in Italia ci sono pochi maestri espliciti ma moltissimi complici: i giornalisti che “provocano” Cassano per poter attribuire alla sua ignoranza le loro schifose convinzioni sono complici, istigatori persino ma anche il Vaticano lo è visto che di continuo ripete: se si è omosessuali… bisogna rassegnarsi a perdere i diritti
    bisogna opporsi ai violenti e ai loro maestri ma anche ai complici, agli istigatori vigliacchi che prima tirano il sasso (di parole più pesanti delle pietre) e poi nascondono la mano

  • Marco Pacifici

    LA FRAGILITA’ E’ PATRIMONIO DEI FORTI. I lupi quelli veri pelosi che vivono nelle montagne nelle nevi braccati dagli stupidi pitecantropi australopitechi(mi perdonino i nostri ascendenti…) col fucile, estensione dello stuzzicadenti impotente che hanno in mezzo alle gambucce, i lupi quelli veri se trovano un agnellino che ha perso la mamma, magari da loro pappata per fame, lo adottano. So benissimo Mark Adin che scrivi di lupi con la maschera di esseri umani:son solo mostri extraterrestri tecnici aspiranti figli di banchieri e criminali legalizzati. MOSTRI.

  • Alludi, caro Mark, alla sessuofobia del PCI di allora. E hai ragione. Ma – si tratterà forse di un prossimo tuo articolo sull’argomento – anche su questo tema vale la famosa frase di Martin Luther King. “La Storia dovrà ricordare che la più grande tragedia di questo tempo di transizione sociale non fu lo stridente clamore dei violenti, ma il terribile silenzio della brava gente.”.
    Purtroppo anche il silenzio, pesantissimo, dei partiti politici asserviti alla Chiesa Romana e di quella stessa istituzione. Che continua a negare la dimensione della sessualità e copre la tragedia di migliaia di bambini e bambine abusate, usando come clava le proprie, impuni, parole.
    Grazie per dare voce a quelle voci condannate al silenzio.

  • Marco Pacifici

    Mi viene da piangere come un regazzino e piango…anche perchè si diceva…si parlava…di boicottare questa fiera(da fieri… belve a diventare… ad essere senza pieta manco per i nostri Cuccioli Animali ed Umani…) infame del calcio e mi ci gioco i cabasisi creapopoli che su internet per due ora non ci sara’ una minchia di nulla…a parte i Miei Fratelli:ma questa è un’altra storia di Dignita e di Rispetto. Vi Amo Vi Adoro. Noi senza NOI non siamo nulla.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.