La corsa alla terra africana

Gli abitanti di un remoto villaggio del Mali saranno presto cacciati dalla terra che le loro famiglie coltivano da generazioni e le loro case saranno abbattute. La terra sarà messa a disposizione dei nuovi proprietari libici. Ce ne dà conto La Repubblica del 23 dicembre 2010, con un articolo di Neal Macfarquhar, concesso dal New York Times. Casi come questo sono ormai comuni in tutta l’Africa. Ma cosa sta succedendo? Dal 2008, anno della crisi alimentare, paesi ricchi o emergenti e investitori privati si stanno accaparrando milioni di ettari africani, fenomeno identificato dal neologismo land grabbing.

I governi cedono o affittano agli investitori stranieri, con contratti pluridecennali, spesso a bassissimo costo, immense porzioni del loro territorio. Tra gli altri, Etiopia, Sudan, Tanzania, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico.

Gli investitori sono stati poveri d’acqua e di terreni coltivabili come l’Arabia Saudita e i ricchi paesi del Golfo, paesi popolosi come l’India e la Cina ma anche imprese di biocarburanti e altri attori che operano per fini meramente speculativi. Si coltiva di tutto, dal riso per uso alimentare alla jatropha per il biodiesel. Senza contare lo sfruttamento di altre materie prime, come i minerali.

Se l’Africa appare come il boccone più ghiotto, questo tipo di transazioni riguarda anche Asia, America Latina ed Europa orientale (Ucraina).

Ufficialmente i paesi poveri dovrebbero trarre opportunità dagli investimenti esteri in termini di acquisizione di tecnologia, formazione, posti di lavoro, costruzione di infrastrutture, scuole e ospedali. O almeno indennizzi consistenti in caso di requisizione della terra. Inoltre, rendere produttivi terreni altrimenti non coltivabili, mancando ai governi locali i capitali necessari, potrebbe effettivamente portare ad una grande produzione di alimenti sia per l’uso interno che per l’esportazione (va detto anche che questi paesi sono stati costretti dall’imposizione degli aggiustamenti strutturali, legati al debito, a disinvestire dai settori agricoli non legati all’esportazione). In questo quadro, il fatto che sul territorio dell’Etiopia, forse il più grande beneficiario di aiuti in termini di cibo, se ne produca per l’Arabia Saudita, potrebbe anche avere un senso.

Purtroppo gran parte dei contratti sono segreti e questo non fa presagire nulla di buono. Intanto ci sono proteste per indennizzi irrisori o inesistenti, si parla di concessioni date a stranieri a costo zero (ma quali soldi finiranno in quali tasche?), contadini privati della terra, quindi della fonte di sostentamento, che nessuno vuole assumere. La terra è centrale anche per l’identità, là dove la terra è considerata proprietà di Dio, che concede agli uomini di beneficiarne per generazioni attraverso la mediazione degli antenati che in essa sono sepolti. Che ne sarà di questi individui deprivati, se non andare ad ingrossare le fila di chi vive di espedienti ai margini delle grandi città?.

Tra l’altro vengono cedute terre classificate come inutilizzate o “vuote”. In realtà sono utilizzate come pascoli dai pastori o come zone in cui trovare legname o frutti selvatici nei periodi di carestia.

Si narra persino di un capo villaggio analfabeta che avrebbe ceduto la terra con un contratto firmato con l’impronta del polllice (vi ricorda qualcosa?).

Il caso più eclatante di land grabbing è stato in Madagascar, dove un accordo che prevedeva la cessione di metà della terra arabile alla sud-coreana Daewoo fu tra le cause di una rivolta che portò alla destituzione del presidente nel 2009.

La Banca Mondiale aveva sollevato molte aspettative con l’annuncio di un suo report sull’argomento, finalmente pubblicato il 7 settembre 2010, ma il risulato è stato molto deludente. L’ONG GRAIN , che sta monitorando il land grabbing globale (http://farmlandgrab.org) e dal cui database la BM aveva attinto i dati, la accusa apertamente di reticenza, per non aver voluto alzare il velo della segretezza che copre i veri investitori e i loro reali obiettivi. Sottostimando inoltre il numero di acquisizioni, avendo lavorato su dati vecchi mentre il fenomeno è in tumultuosa crescita. Sempre GRAIN (www.grain.org), fa notare che la Banca ha un suo braccio di investimenti commerciali, l’International Finance Corporation, che è uno dei maggiori investitori in fondi che stanno acquisendo diritti sulle terre, mentre ancora la sua Multilateral Investment Guarantee Agency (MIGA) fornisce agli investitori una copertura assicurativa.

Dati i livelli multipli di interessi acquisiti con i contratti in terreni, non deve sorprendere che la Banca li promuova, nonostante sul posto la realtà sia tetra”

Massimo Lambertini

Donata Frigerio

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