La fabbrica Wittgesund

racconto di Mario Temporale (*)

Un tempo la fabbrica di giocattoli Wittgesund si trovava in una zona semiperiferica, lungo la linea ferroviaria che taglia da sud a nord la città. C’era, e c’è ancora, una stazione che porta lo stesso nome della fabbrica, un lascito della prima grande espansione urbana del Novecento. Oggi quella zona è stata inglobata completamente nella città. Nuovi complessi residenziali sono stati costruiti assieme agli onnipresenti centri commerciali. Le strade sono state ampliate e ridisegnate, con delle rotonde fiorite al posto dei semafori, e delle corsie per le biciclette distinte dalla carreggiata usata dalle automobili. La fabbrica non è rimasta esclusa dai cambiamenti, al contrario ne rappresenta per molti un ambizioso simbolo. Gran parte dei giocattoli si producono oggi in Romania e Cina, e la sede originaria della Wittgesund, la storica fabbrica fondata nel 1921, con i suoi alti capannoni con le famose vetrate art decò sul davanti, è stata divisa in due tronconi. Una parte, quella più recente, costruita dopo la seconda guerra mondiale, è stata trasformata in un complesso residenziale avveniristico, dove l’archeologia industriale si combina con il design residenziale. Gli appartamenti sono tra i più costosi e ambiti della città di Q., anche perché immersi nel verde dell’ampio parco che circonda, seppur ridotto rispetto a un tempo, la Wittgesund. La sede storica della fabbrica è stata ristrutturata e ammodernata senza perdere il senso del passato. L’originale insegna Wittgesund AG, disegnata dall’artista espressionista Klaus Rother nel 1921, è stata innestata in cima all’edificio principale. Qui oggi lavorano un centinaio tra designer, tecnici e impiegati. Nel 2013 è stata acquistata dalla multinazionale Shenzen Toy World, una delle più grandi aziende mondiali del settore. È un lontano ricordo della Wittgesund che negli anni sessanta richiamava immigrati dal sud d’Europa, dall’Italia, dalla Spagna, dal Portogallo. Al tempo, gli operai erano diverse centinaia, i designer e i tecnici una piccola minoranza. Anche i prodotti sono cambiati. Per gran parte del ventesimo secolo la Wittgesund ha prodotto soldatini di latta, soldatini di piombo, bambole, cavallucci, e automobiline per il mercato europeo. Oggi è specializzata in oggettistica legata ai film per bambini, moda infantile (scarpe, vestiti, divise scolastiche), e videogiochi.

Anteo aveva raccolto queste informazioni in un libro pubblicato dalla ditta Wittgesund col patrocinio della città di Q. Era un librone con molte fotografie d’epoca e alcuni testi storici che la signora Murat teneva in casa a disposizione degli ospiti. Erano informazioni forse interessanti per un banale articolo giornalistico, ma fondamentalmente inutili per la sua intrapresa. A pagina 121 c’era una fotografia della fabbrica scattata nel gennaio del 1967, dall’alto, forse dal tetto del capannone principale, al mattino quando gli operai entravano dai cancelli per cominciare il primo turno. Era una foto documentativa ma il gioco di colori della brughiera circostante e la luce tiepida di un inverno freddo e secco (si notano i cappotti degli operai) le donava un che di artistico. Anteo aveva esaminato a lungo la foto nell’illusione che tra la massa di operai avrebbe potuto riconoscere sua madre. L’aveva scrutata a lungo e si era alla fine convinto di aver riconosciuto la sagoma minuta e nervosa della madre, una ragazza di appena vent’anni che aveva finito le scuole a undici, a dodici lavorava nei campi del Friuli rurale e a diciotto era emigrata all’estero. Forse era proprio lei, quella figura quasi schiacciata nella prospettiva fotografica tra due energumeni col berretto floscio e la salopette. Forse era lei.

Anteo si sedette sul prato scosceso antistante la stazione Wittgesund, a lato del sentiero che portava alla fabbrica, distante meno di cento metri. Sedersi di fronte all’ingresso della fabbrica, o sull’aiuola, avrebbe attirato l’attenzione dei portieri, ma lì, fuori dalla stazione, al massimo avrebbero pensato ad un turista eccentrico bisognoso di riposo. Dalla sua postazione Anteo poteva osservare la fabbrica, quello che era rimasto di essa, e il nuovo complesso residenziale. Non c’era dubbio che l’ambiente trasmetteva un senso di ordine ed efficienza, qualcosa per cui gli abitanti del luogo volevano essere ammirati. Ma che cosa era rimasto dei significati di un tempo? Cosa ci faceva lui, qui?

L’ingresso della nuova Wittgseund era annunciato da due grandi aiuole con crisantemi e altri fiori di diversi colori. Erano aiuole ben curate, non c’era dubbio. Tra il personale della compagnia globalizzata c’erano probabilmente anche dei mastri giardinieri. Nell’epoca della rappresentazione e dello spettacolo, le aiuole, le insegne, e i sorrisi dei dirigenti nei video promozionali hanno la stessa importanza dei prodotti che rappresentano. Le fotografie delle aiuole, delle insegne e dei sorrisi distribuite e moltiplicate sui profili digitali dell’azienda sono ancora più importanti.

Anteo seguiva il flusso di pensieri ispirati da quello che vedeva, come una rondine fa con le folate di vento, ma lo lasciavano indifferente. Quelle immagini non rispondevano alle domande che aveva dentro di sé e che lo avevano spinto a partire, a tornare nel luogo in cui era nato. Si alzò e si incamminò verso le aiuole per vederle da vicino, anche se non c’era una ragione precisa per farlo, forse sentiva solo il bisogno di sgranchirsi le gambe.

Arrivato in prossimità della prima aiuola si accorse di piccoli oggetti infilati tra i fiori, della grandezza di sottili barattoli. Erano dei soldatini di metallo, soldatini con uniformi d’epoca, forse del primo esercito imperiale tedesco o di eserciti precedenti. Nella prima parte del Novecento la Wittgesund si era fatta un nome producendo soldatini come questi. Il fertile afflato militaristico delle terre germaniche aveva fatto sì che i soldatini diventassero il prodotto più venduto e celebrato nella storia dell’azienda, che paradossalmente aveva sede in una paese che aveva scelto di essere non belligerante. Ora i soldatini non erano più di moda, e potevano al massimo servire da souvenir storici. Rappresentazioni stiracchiate di un passato lontano, utili solo a colorare di autenticità un’azienda multinazionale cinese con il nome tedesco e parte della produzione in Romania.

Anteo si inginocchiò per guardare da vicino uno dei soldatini. L’uniforme era di colore blu, con una doppia fila di bottoni sul davanti, pantaloni con la riga rossa e una fascia bianca di traverso sulla parte alta del corpo. In testa il soldato portava un elmetto con una cupola dorata come quelle delle cattedrali rinascimentali e la cuspide in cima, dorata anch’essa. Era uno dei più buffi elementi di abbigliamento militare mai inventati, ma non c’era dubbio che il soldatino era stato costruito con grande attenzione ai dettagli. Perfino il viso del soldato era distinguibile nei suoi tratti. Chissà, forse l’artigiano che l’aveva costruito si era rifatto al viso e all’espressione di un amico, un parente o un collega, perché non aveva l’espressione che uno si aspetta di vedere in viso a un soldato, in particolare un soldato di piombo o latta. Gli occhi, ben distinguibili sotto l’elmetto, erano spalancati come quelli di qualcuno che ha visto qualcosa di terribile, o sente un dolore lancinante. Più che un soldatino da gioco o esposizione pareva una miniatura di uno dei personaggi del Compianto sul Cristo Morto di Nicolò dell’Arca, con la differenza che in quel caso i corpi esprimono nella posa e nei gesti il dolore leggibile in faccia. Il corpo del soldatino era un blocco statico e compatto, il viso era un elemento completamente dissonante. Forse era stato uno scherzo del progettista, quello di dare al soldatino creato per celebrare il prestigio della forza militare un’espressione di dolore e paura, che erano i più probabili e naturali sentimenti in contesti di guerra, ma certamente inusuali per dei giocattoli. Cosa aveva visto quel soldatino che altri ignoravano? C’era forse qualcosa nella fabbrica, nella storia della fabbrica, che lo aveva turbato o aveva turbato il suo costruttore al punto di decidere di “sabotare” il giocattolo simbolo della Wittgesund?

Mi scusi, sig. soldatino.
– Chi è? Ah, un turista. Mi dica.
– Non sono proprio un turista.
– No, è che l’ho vista lì di fronte, così vestito, ho pensato: non è certo uno dei giardinieri. Mi è parso un turista. Ma dica pure.
– Ecco, io, vedendo la sua espressione mi sono detto: è un’espressione strana per un soldatino di latta.
– Di piombo! Non facciamo confusione. Soldatino di piombo, per favore. Comunque, dipende. Posso chiederLe quanti soldatini di piombo conosce?
– A dire il vero, non ne conosco. Da piccolo giocavo con i trenini, i soldatini non mi sono mai piaciuti.
– La capisco, anche io sarei come Lei, ma, come diceva il mio creatore, la vita è quello che è: un piatto di minestra con qualche ingrediente non azzeccato.
– Non pensavo che un soldatino di piombo potesse fare dei ragionamenti di questo tipo.
– Sempre pronti a dare giudizi, voi umani. Perché un soldatino di piombo non può avere delle idee un po’ profonde? Però in effetti, anche io quando ho visto Lei ho pensato fosse un turista. Tra i due, mi lasci dire, il suo pregiudizio è più grave.
– Mi scusi.
– Mi dica, piuttosto, cosa ci fa qui? É interessato a comprare uno degli appartamenti della vecchia fabbrica? Beh, l‘avviso subito, sono tutti già venduti.
– No, non mi interessa trovare una casa. Non più. Anni fa sognavo di avere un posto tutto mio, un piccolo posto grande abbastanza per contenere i libri che mi hanno fatto stare bene e poco altro di essenziale.
– Non mi sembra un sogno così ambizioso. Se mi dicesse che sognava di diventare un astronauta o di affittare lo stadio di San Siro per giocarci con gli amici della sua infanzia, ecco, quelli, Le direi, son sogni difficili da realizzare per le persone comuni. Ma un posto dove tenere dei libri e il necessario per sopravvivere, beh, non è un gran sogno.
– Però non si è realizzato.
– Cosa ne è stato dei libri a cui teneva tanto?
– Sono sigillati in scatole di cartone, molte scatole di cartone impilate e rinchiuse in una stanza di una casa di cui nessuno sa cosa fare, perché in un paese semi-abbandonato, dove non nascono più bambini e un po’ alla volta invecchiano tutti gli abitanti.
– Mi pare una storia che conosco, paesi decadenti, gente che invecchia e muore… Però la stessa gente prima di morire ha bisogno di qualcuno che l’aiuti a vivere ancora un po’, e quel qualcuno deve arrivare dall’estero, perché in quel luogo non c’è più nessuno che possa prendersi cura di loro. Ma poi quelli che arrivano vengono trattati da sottopersone. Gli immigrati. Non funziona così, il vostro bel mondo sviluppato?
– Beh, la sua analisi mi pare accurata. Ma come fa a sapere tutto questo?
– Non ci vuole molto a capire, mi creda, e non mi manca certo il tempo per riflettere. Li sento i vostri discorsi, li sento da molto tempo, e vi osservo. Mi pare sia la stessa storia dappertutto, dappertutto dove ci sono troppe strade asfaltate, blocchi di case malcostruite e ville, ville grandi, antenne, rosai curati dentro aiuole di cemento, e telecamere a filmare ventiquattr’ore su ventiquattro tutto quello che succede o non succede.
– Io ero venuto qui per…
– Io sarò solo un soldatino di piombo, ma voi essere umani non vi capisco mica tanto. Per esempio, anni fa, prima che mi piazzassero in questa aiuola, molti anni fa, ero in una bacheca dentro la vecchia fabbrica.
– Ma mi sta dicendo che Lei non ha una storia recente, cioè che era qui prima della trasformazione della fabbrica?
– Certo, è quello che Le stavo dicendo.
– Ma allora era qui nel 1968?
– Perché proprio quell’anno?
– Beh, è l’anno in cui sono nato io. Mia madre lavorava in questa fabbrica.
– Ah! Migliaia di persone hanno lavorato in questa fabbrica da quando sono stato creato io. A un certo punto, gli operai sono scomparsi, e qui sono rimasti solo i tipi in giacca e cravatta e quelli in scarpe da ginnastica, giubbetti smanicati luccicanti, e berretti col frontino. E io sono finito nell’aiuola. Io e gli altri miei amici e colleghi soldatini di piombo. Un tempo eravamo i modelli dell’azienda, ci portavano sul palmo di una mano e ci tenevano in una grande bacheca di vetro nell’atrio antistante l’ingresso principale. E oggi, come siamo finiti? A fare compagnia a dei fiori cedui in un’aiuola ignorata dai più.
– Ma io l’ho notata.
– Lei non mi pare molto normale.
– È una cosa che ho pensato spesso. Ma poi, che cosa è normale?
– Ah, non lo chieda a me, un soldatino di piombo con la faccia disperata. Però, sa che le dico, forse è meglio così; meglio essere reali, realisti e scomodi come me, che rappresentare una supposta medietà.
– Lei sa qualcosa delle regole della sua fabbrica, regole in merito ai lavoratori intendo?
– Che domanda insolita, io sono solo un soldatino, un prodotto della fabbrica, anche se la mia posizione di “modello” mi ha donato una prospettiva particolare. Un essere dentro e fuori allo stesso tempo, se capisce cosa intendo. Ho cercato di sfruttare al meglio questa situazione.
– Sì, lo capisco.
– Cosa vuole che Le dica sulle condizioni di lavoro? Cioè, si rende conto che gli operai oggi qui non si vedono. Quelli che costruiscono i soldatini e le bambole e tutto il resto sono lontani, in fabbriche che funzionano come caserme, e gli individui contano meno del due di picche, pagati con un due di picche. Cosa significa tutto questo?
– Parla come un comunista.
– Beh, se vivesse in un’aiuola in mezzo ai crisantemi dopo aver passato una vita al centro della scena, forse qualche idea se la farebbe venire anche Lei. Piuttosto, cosa Le interessa sapere dei lavoratori di un tempo?
– Ho delle informazioni frammentarie sui miei primi anni di vita, informazioni che mi hanno lasciato e causato confusione. Lei ha pochi dubbi sulla sua origine, immagino.
– Sì, a dire il vero, c’era un solo artigiano che sapeva fare le facce ai soldatini, lo conoscevano tutti. Era un artista di origine ungherese, un profugo della rivoluzione del 1956, che per pagare l’affitto e mantenere la famiglia disegnava e costruiva modelli di soldatini. Mi ha dato questa faccia per scommessa con un amico e i dirigenti di allora hanno pensato fosse una cosa originale, da sfruttare per l’immagine dell’azienda, così mi misero in bacheca.
– Nel mio caso è diverso. Io so di chi sono figlio, almeno lo so per quanto mi hanno detto, anche se non ho mai visto il mio certificato di nascita. In verità, sono sempre sentito fuori posto. E poi ci sono dei fatti accaduti qui, dove sono nato. Per esempio, la legge dello stato non permetteva ai miei genitori di tenermi con loro, perché mio padre aveva un lavoro cosiddetto stagionale, che stagionale in fondo non era.
– Le leggi dell’immigrazione. Ne so qualcosa, anche il mio creatore era un immigrato. In quegli anni metà degli operai erano stranieri.
– Sì. E le donne incinte alla Wittgesund potevano assentarsi dal lavoro solo per venti giorni dopo il parto. É quello che fece mia madre.
– Mi pare di ricordare, sì, poi le cose sono un po’ cambiate, ma a quel tempo era proprio così. La vita delle donne e degli immigrati è più precaria di quella di un soldatino di piombo, e quella delle donne immigrate lo è ancor di più. Me lo lasci dire, il vostro modo di creare ricchezza crea più problemi di quanti ne risolva. E poi, cosa successe a lei infante?
– Beh, qui le cose si complicano e io non so bene dove è la verità. C’è un vuoto. Dopo venti giorni io avrei dovuto sparire, non avevo titolo a rimanere in questo paese, era la legge. Mi tenne in casa una famiglia di immigrati compaesani dei miei genitori, poi un’altra ancora. E infine mi tenne una giovane donna che immigrata non era. Era difficile trovare una situazione sicura e stabile. Ora sono tutti morti e io sono venuto qui a cercare risposte fuori tempo, in questa fabbrica che non ha nulla a che fare con quella di allora.
– Certo che è un tipo, anche Lei. Venire a raccontare questa storia a un soldatino di piombo. Cosa vuole che ne capisca io di questi problemi… io al massimo posso parlarle della guerra giocata dai bambini.
– Ma la mia, in un certo senso, è stata una guerra. Una guerra contro le leggi e la confusione umana. Sa, dicono che il rapporto creato nei primi due anni di vita con la persona che si prende cura del neonato è decisivo nel determinare il destino dell’adulto.
– Ecco, sulla confusione umana potrei dire la mia, ne so qualcosa. Le leggi invece, cosa vuole, mi pare siano fatte per i poveri, i poveri come sua madre, come il mio creatore. Questa è la verità. O almeno questo è quello che ho capito. Ora però mi sa che dobbiamo lasciarci, stanno per bagnare le aiuole. Sa com’è, questi fiori succhiano acqua come delle spugne. Io ci sono abituato, un po’ di fresco mi fa anche bene alla tinta, ma se Lei rimane inginocchiato qui davanti finirà tutto zuppo. Vada vada, sono anche un po’ stanco, da quando sono qui non sono più abituato a parlare con voi umani.
– La ringrazio, sig. Soldatino. Avevo altre cose da chiederLe…
– Ripassi, magari tra qualche giorno. Mi trova sempre qua.
– Arrivederci.
– Arrivederci.

Foto di Carabo Spain da Pixabay.

(*) ripreso da www.nazioneindiana.com

 

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