La fune magica (fiaba atroce)

di Gianluca Ricciato

C’erano una volta un uomo e una donna, lui era americano e si chiamava Shell, mentre lei era italiana e il suo nome era Eni. Bei nomi, no?

Un giorno, i loro figli che erano tanti e vivevano in America e in Italia, chiesero loro: “papà, mamma, perché non ci andate a prendere un po’ di petrolio in Africa che qui lo stiamo quasi per finire e non possiamo più giocare con le nostre macchinine?”

 

Allora papà Shell e mamma Eni vanno in Africa, per la precisione in Nigeria, anzi per essere ancora più precisi in un piccolissimo villaggio dove vivevano da centinaia e centinaia di anni degli uomini primitivi, chiamati Ogoni. Vanno dal capo Ogoni, che era un poeta e si chiamava Ken Saro, e gli dicono: i nostri piccoli hanno bisogno di tanta benzina e noi dobbiamo trasportargliela in fretta altrimenti la finiscono e poi diventano tristi. Per fare questo, dobbiamo costruire un grandissimo tubo porta-petrolio, il petroltubo, che passerà proprio sopra il vostro villaggio e colorerà di nero il fiume dove voi prendete l’acqua per vivere, dove lavate i vostri panni e dove i vostri bambini fanno il bagno. Ma voi sarete contenti di farlo, no? I nostri bambini vogliono tanto bene a voi africani, fanno le collette a scuola per voi, fate vedere che anche voi volete bene a loro!

 

Ken Saro andò a parlare agli altri Ogoni che non furono però tanto contenti di questa proposta e dissero che papà Shell e mamma Eni non dovevano costruire il loro petroltubo. Ken Saro allora, che era poeta, scrisse una poesia per dire a loro che il suo popolo non voleva il petroltubo, tornò da loro e gliela lesse.

 

Allora papà Shell e mamma Eni si arrabbiarono, andarono dal Re della Nigeria, che si chiamava Re Corrotto, e tirarono fuori la loro arma segreta: la fune magica, che impiccò il cattivo Ken Saro e tutti gli altri Ogoni che avevano osato ribellarsi alle forze del bene. E così finalmente si iniziarono i lavori al petroltubo. Gli abitanti del villaggio rimasti, furono cacciati dalle loro case e costretti a lavorare gratis per papà Shell e mamma Eni, e si dovevano stare zitti se no venivano impiccati pure loro!

 

Solo alcune figlie riuscirono a scappare, vennero a vivere in Europa e da allora si possono incontrare di solito a sera tarda sui viali delle nostre città. Sono le cosiddette ‘nigeriane’…la loro presenza allieta ancora oggi i figli di papà Shell e mamma Eni che grazie all’oleodotto fatto in Nigeria possono ancora passarle a prenderle sui viali con le loro macchinine e portarle in giro per la città!

 

E grazie al coraggio e alla bontà di Shell, Eni e del re Corrotto, tutti ora vivono felici e contenti!!!

 

Ricordatevelo sempre, bambini, quando passate davanti a quelle belle insegne luminose dove c’è scritto sopra SHELL o AGIP. E’ grazie alla fune magica che loro possono ancora brillare nelle nostre città!!!

 

[ogni riferimento a fatti realmente accaduti in Nigeria nel 1995 è puramente casuale e chi non ci crede è un black bloc]

 

DUE BREVI NOTE

Questa favola è già apparsa su Promiseland e sul blog dell’autore.

Molto si è parlato – e si continuerà a parlare – su codesto blog di Nigeria, petrolio, bugie e vel-Eni. (db)

 

Redazione
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3 commenti

  • Francesco Cecchini

    Bella nota, la mettero’ nella mia bacheca Facebook. Visiterò il tuo blog, anche Conosco ( un po’) l’ Africa e la Nigeria e sono in partenza per l’ Eritrea, un paese speciale ed un’ eccezione nel panorama africano. Tutti i leaders africani che hanno combattuto per l’ autonomia ed il controllo delle risorse, Patrice Lumumba, Thomas Sankara, Ken Saro ed altri, ad eccezione di Mandela ed Isaias Afwelki, sono stati assassinati magari da mani nere, ma i mandanti erano bianchi.

    • grazie Francesco
      temo che sull’eccezionalità dell’Eritrea ci sia purtroppo un forte disaccordo e mi sembra giusto accennarlo. Qualcosa si può leggere in blog, attraverso le dure parole di Hamid Barole. Ma senz’altro se ne riparlerà. (db)

  • AGGIORNAMENTO
    Come si può leggere (confronta il quotid. “il manifesto” del 25 gennaio 2012, articolo di Luca Manes) per la seconda volta l’Oscar della PEGGIOR multinazionale del mondo va alla SHELL, dopo un “testa a testa” con la banca
    Goldman Sachs. Ha prevalso la compagnia petrolifera anglo-olandese “per la lunga scia di inquinamenti e disastri”, soprattutto nel Delta del Niger. Da tempo in Nigeria il nome è corretto in S-hell perchè inferno appunto è quello che lascia la compagnia, responsabile – fra l’altro – dell’assassinio di Ken Saro-Wiwa. (db)

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