«La mia tribù: storie autentiche di Indiani d’America»

Le emozioni di Diego Rossi leggendo il libro di Raffaella Milandri (Raffy Black Eagle)

Sono nato in una piccola casa del centro Italia, aggrappata a una collina. Nel 1944 fu liberata da una pioggia di bombe. Mio nonno mi ha raccontato di quei giorni in cui il cielo era coperto di B-17 alleati. Nei suoi ricordi ritrovavo i vortici delle eliche nere, spiraleggianti, vedevo i fumi addensarsi, le pance di fortezze volanti invadere l’orizzonte. Immaginavo il rombo dei pesanti motori diesel, l’urlo delle esplosioni a terra che sfidavano la voce del tuono. Per me l’America era il mito, quando da ragazzino sognavo New York attraverso le ragnatele dell’uomo ragno. Diventato più grande, mi sono ritrovato a girovagare per la Pennsylvania in viaggio di nozze. Vivere questi luoghi mi ha dato l’occasione di riconsiderare ogni pensiero avessi fatto prima. Cercavo di misurare l’America e di provare a comprenderla, sussurravo la frase di Kerouac «Camminammo per undici chilometri lungo il lugubre Susquehanna. È un fiume terrificante. Su entrambe le rive ha rocce cespugliose che si piegano sulle acque ignote come pelosi fantasmi.» Ai grattacieli di vetro e cemento, alle moderne autostrade e alle macchine che assomigliano a grossi bisonti di acciaio, qualcosa di più profondo, autentico, mi stava arrivando, ed era la grandezza, l’ampiezza dei paesaggi. Era il nome dei Nativi Americani di un fiume – Susquehanna – che mi strappava dagli Stati Uniti dei fumetti, dei romanzi e dei telefilm. Si era sovrapposta la vista di una nazione dimenticata, di una terra vergine sconosciuta e di un popolo – fatto di molti popoli – che l’aveva abitata, con amore, senza invaderla, senza violarla. La nazione indiana esisteva: era viva nei colori e nei suoni. Ma anche nello stridere del falco, che aveva visto come furono regalate coperte intrise di goccioline di vaiolo agli indiani per sterminarli.

Ora torna per me questo richiamo di verità, di libertà, sfogliando il libro di Raffaella Milandri, «La mia tribù». Leggerlo consente di conoscere a fondo la verità, ci fa aprire un occhio su questo passato nascosto, terribile, ed è anche un canto intorno al fuoco o il ricordo della danza del sole. Mi perdo in queste pagine che mi aiutano a capire, a misurare, a comprendere quanto sia stata dolorosa quella così detta “acculturazione”.

Il viaggio comincia così: «E se tu che stai leggendo, tu fossi nato in una foresta in America? Se tu da bambino avessi giocato nel fango, provato la fame durante le carestie e la sete nella stagione secca. Sopravvissuto alla malaria e a morsi di serpenti. Da adulto, abile nella caccia, nell’intrecciare rami e nel costruire frecce. Se tu fossi fiero della tua famiglia, della tua capanna. Fiero del tuo primogenito di sei anni, già così abile nel catturare topi e lucertole. Della tua donna, agile come una gazzella ma forte come un puma. E poi, se tu ti trovassi d’improvviso col mondo sottosopra. La tua terra, che è il tuo dio e lo è sempre stato per i padri dei tuoi padri. Il tuo dio e la tua casa. Ora mira degli appetiti di Uomini Bianchi venuti da lontano. Ora albero dopo albero, animale dopo animale, ognuno un piccolo dio, vengono abbattuti e uccisi tra rumori alieni e frastornanti. Per trasformare ogni albero della foresta, ogni pelliccia di animale in un mucchietto di monete inutili. Gli Uomini Bianchi? Siamo noi»

Nel libro accanto alla storia, alle foto, alle ricostruzioni ritrovo anche la mia personale emozione, che palpita in descrizioni come questa: «Sogno il sole di questo Paese accarezzarmi la pelle, annuso gli odori delle foreste, della polvere, posso udire i miei passi su un sentiero di montagna, lo scrosciare di un ruscello e l’ululato del coyote. Assaporo l’adrenalina di quando, su un sentiero deserto e selvaggio, avverto un rumore improvviso e mi preparo a fuggire o a fronteggiare l’incognito. Negli States la natura è signora e padrona, tutto vive e respira in attonita attesa di terremoti, maremoti, tornado e cicloni, squali, grizzly e desertificazione. Non è solo ciò che mi circonda: è dentro di me che cambia qualcosa. Sto per entrare in contatto con il me stesso che sonnecchia: la mia concentrazione non è più sul rosso del semaforo, ma sui suoni e sui fruscii della boscaglia che mi circonda. Non devo controllare il resto del tabaccaio, devo cercare di raccogliere informazioni preziose per la mia sicurezza. Ogni viaggio è una spoliazione. Mi spoglio di tutto, piano piano, con calma. Il mio mondo sono la valigia e lo zaino, assaporo il piacere di avere poche cose da amministrare. […] Staccare la spina… tagliare la corda… tagliare il cordone ombelicale. Operazione inevitabilmente dolorosa. Prendere coscienza che partire e lasciare il tuo mondo può voler dire perderlo. Può voler dire che le persone non ti aspettano. Ma al tempo stesso è un modo per rendersi conto di ciò che hai, e di apprezzarlo di più proprio perché lo metti in gioco».

«La mia tribù» è molto più di un libro: è una testimonianza, in cui si passa dalle ombre della politica di George Washington, al racconto della vita nelle riserve; dalle leggi e dai documenti storici che hanno portato al tardivo (e parziale) riconoscimento di una nazione – dentro la nazione Usa – prigioniera ed esiliata sulla sua stessa terra, vittima del ricondizionamento culturale, scolastico, religioso. È un libro anche ricco di aneddoti, di sorprese. Struggente il racconto di Tituba, la prima strega di Salem e commovente quello di Lily Mohawk, la prima santa. Stupende molte pagine, dalla descrizione di un rodeo indiano al ricordo del momento della firma del «Tribal law and Order Act», firmato dal presidente Obama il 29 luglio 2010 (tutelava per la prima volta le donne indiane dagli abusi sessuali). Importanti e aggiornati i riferimenti e i link su momenti cruciali della storia indiana e molto appassionante la parte centrale dedicata alla tribù dei Crow.

Un’occasione unica di conoscere le tradizioni e la spiritualità di un popolo che ha risposto alle privazioni e ai soprusi con la poesia della libertà, il canto leggero e fiero di larghi spazi, un sussurro portato dal vento. Con libri come questo arriva fino da noi, raccontando l’America vera, quella dei Nativi. Come in questa preghiera: Cherokee: «Oh Grande Spirito, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la Saggezza di capirne la differenza».

 

LA SCHEDA DELL’EDITORE (SINTESI)

Esce in nuova edizione «La mia Tribù. Storie autentiche di Indiani d’America». È uno dei libri italiani contemporanei sui Nativi Americani di maggiore successo. L’autrice è Raffaella Milandri che ne sa davvero molto, non solo per gli approfonditi studi e le ricerche documentali, ma perché è membro onorario della Four Winds Cherokee Tribe, della Louisiana, e membro adottivo della Crow Tribe, in Montana. È infatti girando in lungo e in largo per gli Stati Uniti e visitando molte tribù che Milandri ha raccolto usanze, testimonianze, leggende. Ma anche da una importante ricerca su oltre 5000 pagine degli archivi statunitensi, portando alla luce la verità sul rapporto tra Nativi e governi degli USA. Sono svelati leggi e programmi sul “problema indiano”, fino alla rivelazione di un piano di sterilizzazione forzata. C’è anche un focus sulla tribù Crow e sui motivi che la portarono ad affiancarsi a Custer nella battaglia del Little Big Horn. Il libro esce da Mauna Kea (430 pagine per 18 euri) in edizione aggiornata, economica e a maggiore leggibilità.

 

La Bottega del Barbieri

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