“La morte?” “Molto sopravvalutata” – di Mark Adin

Adoro la domenica mattina, le colazioni perfette, la libertà di potersi dedicare ai pensieri più intimi, affioranti dopo la settimana di lavoro con tutto il suo corollario di rotture di palle, di stupidità e burocrazia che l’occuparsi comporta. Di solito leggo. Nelle pause osservo dal balcone, in piena luce, i rondoni che volano alti (e allora il tempo è buono), oppure bassi (va verso il brutto). Cerco di non leggere i giornali per non guastare tutto, ma a volte non ci riesco e cado riverso sui titoli di cronaca. Mi ha sempre interessato la cronaca. E’ lo sguardo che reputo più vicino al mondo quello vero, il punto di sorvolo nel quale maggiormente ci si può abbassare e distinguere così ogni dettaglio.

I giornali sono pieni di morte, perché la morte piace. Dà piacere la morte negli altri. “Bevete cacao Van Houten!” grida il condannato prima di salire al patibolo, come registra in una delle sue più belle poesie (“La nuvola in calzoni”) Majakovskij. Fu una delle prime esperienze pubblicitarie: il condannato, davanti al boia, pronuncia lo slogan e la famiglia del poveretto incassa. Uno spot ante litteram nel quale il messaggio si lega a una sensazione di piacere ineffabile: assistere alla morte nell’altro. Non è un refuso, dico “nell’altro” perché il piacere dello spettatore deriva in gran parte dalla totale partecipazione a una morte dalla quale poter ritornare. Non c’è distacco tra pubblico e giustiziato, ma immedesimazione intrusiva e violenta con la quale ci si appropria di ogni spasmo: c’è un solo corpo.

Chi ricorda “L’impero dei sensi” non può non avere ancora vivido il ricordo della scena finale, nella quale gli amanti, dopo avere sperimentato ogni progressivo stadio del piacere, giungono alla vetta con un gioco erotico che ha fatto molte vittime da quando lo si pratica: il soffocamento. Sfiorare la  morte quale suprema soglia dell’estasi erotica. Il gioco si deve sospendere esattamente nell’attimo in cui si fa l’ultimo passo, il più a ridosso possibile della fine, insieme su una lama di rasoio. Se si scivola oltre, per uno dei due è finita.

La morte piace.

Guardiamoci attorno e vedremo quanto la corteggino gli adolescenti, quanto la stuzzichino gli amanti, quanto la sublimino i mistici, quanto la cantino i poeti, quanto piaccia agli dei castigamatti. La stessa morbosità di certi programmi televisivi esala morte.

La supervalutazione della “commare secca” è seducente antirespiro. Nessuno potrà mai calcolare strumentalmente lo spessore infinitesimale del diaframma che separa il piacere dalla carogna. Che cosa ci spinge tra le braccia del nulla? Gli psicanalisti dicono la loro. I religiosi pure. I filosofi ci si mettono. E a me, di domenica mattina, come viene in mente?

Guardo il sole, l’invadenza della luce in questo mattino confina con l’estate. Penso a una coppia di ragazzi che ho incontrato qualche giorno fa, seduti a una panchina del parco. Sedici anni o giù di lì. Cantavano, accompagnandosi alla chitarra, “Sound of silence” di Simon & Garfunkel. Ho fatto un rapido conto: il pezzo risale a una cinquantina di anni fa. Una capriola e realizzo che, alla loro età, ai giardinetti come loro, mai mi sarebbe venuto in mente di eseguire una canzone di mezzo secolo prima, qualcosa come “Parlami d’amore Mariù”. Sorrido. Ma questi sono ancora lì? A Simon & Garfunkel?

Sorrido, ma non troppo: davvero ci siamo presi tutto.

Me lo faceva notare un’amica, a proposito dei nostri figli. Abbiamo avuto tutto: una ubriacatura dietro l’altra. Abbiamo avuto Berkeley e l’autunno caldo, Bob Dylan e Ivan Della Mea. Certo, anche Malcom X e Pinelli, si dirà. Confermo. Però le nostre esistenze sono germogliate dentro una grande ondata di speranza, di energia, di coinvolgimento, di lotta, insomma: di vita. Anche se qualcuno l’ha sprecata nella droga o nel terrore, innamorandosi del lato oscuro della forza, ci è sembrato di essere a un passo dal prendere per la coda la storia, la libertà, la giustizia. Sembrava tutto vero. Per questo non abbiamo avuto tempo da dedicare ai figli, spesso anche per dedicarlo alle nostre compagne o compagni, persino poco per noi. Troppe cose da fare, troppa febbre. Ci siamo presi tutto, perché tutto stava accadendo e noi non potevamo essere soltanto spettatori. Eravamo ad un passo, sarebbe bastato allungare una mano.

La sconfitta ci ha riportati a zero, o quasi.  Abbiamo perso. Abbiamo avuto Angela Davis e abbiamo lasciato in eredità la Melandri. Abbiamo ascoltato Grace Slick e gli abbiamo dato Lady Gaga. Dobbiamo risarcire i figli, curando i nostri e i loro sentimenti con tutto ciò che tende alla vita, spulciandoli e spidocchiandoli come fanno i babbuini coi loro piccoli, strappando il parassita letale, ignorando la morte. Chi crede sa che essa è solo un momento di passaggio verso un’altra vita, si spera migliore, chi non crede sa che è la fine di tutto, e per questo irrilevante e indolore. Non diamole, perciò, eccessivo valore: non ne vale la pena.

Mark Adin

Redazione
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5 commenti

  • mi turba questo bellissimo pezzo
    forse perchè ho un figlio ventenne e a volte non so dirgli da che parte c’è qualcosa di bello da vedere
    intanto grazie a Mark

  • E’ davvero toccante il sentimento che emerge da queste righe , un tempo che è passato nel suo essere sempre presente ingombrante, persino ma squisitamente pieno.

  • Forse per noi era più facile perchè davvero avevamo tutto a portata di mano. provo anch’io un senso di inadeguatezza di fronte a mio figlio, ma quando provo a spiegargli com’era o cos’era, mi guarda e dice “dai, piantala di fare la nostalgica!!!” . Allora mi sento come probabilmente doveva sentirsi mia madre quando mi raccontava che andava a ballare “ai mutilati” dopo la guerra e io sbuffavo…. Nel film “il grande freddo” uno dei protagonisti dice una grande verità “non è che tutto ci sembrava migliore perchè avevamo vent’anni?”. Forse è così, ma poi c’è qualcuno che suona “sound of silence” e pensi che i ventenni di oggi alla radio sentono lady gaga …….

  • si, turba…sempre più difficile osservare coi propri figli i rondoni che volano alto.

  • Non c’è alcun dubbio che i nostri figli rischino di essere infinitamente più disorientati e rassegnati di noi, che abbiamo giocato con un avvenire aperto e carico di promesse. E avverto una grande responsabilità perchè siamo noi a lasciare loro un mondo e un’Italia squassati e senza anima.
    Abbiamo amato troppo gli ideali e non abbastanza il reale per poi rinnegare molte, troppe cose lasciandoci abbagliare, in molti casi (vedi la generazione del ’68) dal denaro e dall’indifferenza.
    Ma voglio credere che le nuove generazioni ce la possano fare e possano faticosamente contribuire ad un mondo un poco più innocente. Anche senza le molte utopie che abbiamo poi presto abbandonato e in larga parte tradito. Saranno loro a processarci per le contraddizioni che ci hanno portato a Lady Gaga, al berlusconismo e alle scommesse su tutto…
    Grazie Mark!

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